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“In Adamello senza ramponi, a San Marco in tuta da sub”, l'urgenza della lotta al riscaldamento globale al centro di "Climbing for climate"

Anche l'Università di Trento aderisce all'iniziativa Cfc, lanciata dall'Ateneo bresciano con la collaborazione di Cai e Comitato Glaciologico italiano. Firmata la “Carta dell'Adamello” in difesa del clima

Di Davide Leveghi - 21 luglio 2019 - 20:43

TRENTO. Una scalata per il clima: è questa l'iniziativa che Università di Brescia, Cai, Rete delle università sostenibili alla Conferenza dei rettori delle università italiane e Comitato glaciologico italiano, hanno promosso per sensibilizzare sui cambiamenti climatici. Saliti sull'Adamello, perfetta testimonianza degli effetti del surriscaldamento globale, sono tanti i firmatari di un documento, la “Carta dell'Adamello”, che invita ad assumere nuovi impegni per contrastare la ritirata del ghiacciaio.

 

Un'iniziativa che ha visto partecipare anche l'Università di Trento, rappresentata da Riccardo Rigon, professore del Dipartimento di ingegneria civile, ambientale e meccanica e relatore di un seminario intitolato “I ghiacciai, sentinelle del cambiamento climatico”, tenuto ai margini della firma del documento.

 

La “Carta” stabilisce dei nuovi obiettivi sulla base dei traguardi prefissati dall'Agenda Onu 2030, mettendo in primo piano la “lotta contro il cambiamento climatico”- condotta attraverso l'adozione di misure urgenti di contrasto al surriscaldamento e di limitazione delle emissioni di gas serra, oltre che attraverso un'opera di sensibilizzazione-, “la vita sott'acqua”- mediante il maggior controllo dell'inquinamento marino e degli effetti dell'innalzamento del livello dei mari- e la “pace, giustizia e istituzioni solide”- punto che a partire dalla drammatica esperienza della “guerra verticale” di cui l'Adamello fu protagonista nel primo conflitto mondiale, mira a promuovere società più pacifiche ed inclusive attraverso l'accesso di tutti alle risorse e la creazioni di organismi efficienti, responsabili ed equanimi.

 

Una scelta, quella dell'Adamello, tutt'altro che casuale a fronte dei mutamenti che da anni a questa parte il “più grande ghiacciaio italiano” ha subito a causa dell'innalzamento delle temperature. Se è vero, come dicono gli esperti del Comitato glaciologico italiano, che “i ghiacciai rappresentano l’icona negativa più evidente dei cambiamenti climatici in atto a causa dell’immissione dei gas a “effetto serra” da parte dell’uomo negli ultimi due secoli”, in quanto “amplificano gli effetti delle fluttuazioni del clima e le rendono evidenti meglio di ogni altro elemento naturale”, quello dell'Adamello contiene in sé la dimostrazione delle devastanti conseguenze del riscaldamento globale.

 

Un lavoro dell'Università di Brescia prevede infatti che il ghiacciaio dell'Adamello scomparirà entro la fine del secolo, dopo che dal 1995 al 2009 si è assistito alla fusione di 24 metri di spessore con una perdita netta di 1440 millimetri all'anno d'acqua, la metà degli 870 milioni di metri cubi di ghiaccio rilevati a fine millennio. L'aumento delle temperature in questa regione alpina, infatti, registreranno per l'Intergovernmental panel on climate change, foro scientifico delle Nazioni Unite sul riscaldamento globale, una crescita tra 1 e 3 gradi centigradi nel 2050 e tra 3 e 6 alla fine del secolo, determinandone la definitiva scomparsa.

 

L'annerimento della superficie del ghiacciaio dimostra un'accelerazione della ritirata, in virtù del deposito di polveri trasportate dal vento e dello sviluppo conseguente di sostanze organiche che ne aumentano la predisposizione all'assorbimento dei raggi solari, e quindi allo scioglimento.

 

Cosa si può fare pertanto per rallentare il ritiro e la scomparsa del ghiacciaio dell'Adamello? I soggetti protagonisti dell'iniziativa e firmatari della “Carta dell'Adamello” sul riscaldamento globale, escludono che si possa ricorrere alle speciali coperture utilizzate negli anni passati per rallentare il ritiro del vicino ghiacciaio Presena. Propongono invece un “intervento serio” consistente nella “riduzione drastica delle emissioni di gas serra a cominciare da quelli prodotti dai combustibili fossili”. Un impegno che, nonostante le belle parole contenute nell'Accordo di Parigi sul clima del 2015, sembra ancora lontano dall'essere assunto.

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