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La mitica Alta Via 2 compie 50 anni, il Cai sul futuro della montagna: ''Più importanza agli escursionisti, ma vanno sensibilizzati perché più impreparati''

Il Cai di Feltre, per l’importante anniversario, ha pensato di organizzare una serata celebrativa che non sia solo occasione di ricordo, ma bensì di spunto di riflessione su quello che sarà il futuro dell’Alta Via e delle Dolomiti, tra preoccupanti cambiamenti climatici, nuove provenienze e abitudini dei frequentatori e una grande necessità di riportare nei sentieri un’educazione alla montagna

Di Lucia Brunello - 28 novembre 2019 - 17:25

TRENTO. Sono passati 50 anni da quando, nell’estate del 1969, i due feltrini Luis Pillon e Ivano Tisot percorsero 180 chilometri attraverso il cuore delle Dolomiti, in un cammino da nord a sud, dal mondo germanico alle dolci inflessioni venete, dal gotico al barocco, con il significato simbolico di unione tra popoli, dando vita a quella che oggi è conosciuta come l’Alta via numero 2.

 

Si tratta di una delle Alte Vie più apprezzate e spettacolari presenti nelle Dolomiti. Partenza da Bressanone, in provincia di Bolzano, e arrivo a Feltre, in provincia di Belluno, passando per il Trentino, praticabile in 13 tappe.

 

I gruppi toccati sono fra i più classici delle Dolomiti; alcuni distinti da linee morbide e invitanti, come il gruppo delle Odle, del Sella e della Marmolada, altri si presentano invece severi ed evocativi, come quello delle Pale di San Martino. L’itinerario attraversa pendici, pascoli, boschi e si sviluppa in prevalenza su terreno roccioso, mantenendosi a una quota media di 2.100 metri, con punte vicine ai 3.000.

 

Il Cai di Feltre, per l’importante anniversario, ha pensato di organizzare una serata celebrativa che non sia solo occasione di ricordo, ma bensì di spunto di riflessione su quello che sarà il futuro dell’Alta Via e delle Dolomiti, tra preoccupanti cambiamenti climatici, nuove provenienze e abitudini dei frequentatori e una grande necessità di riportare nei sentieri un’educazione alla montagna.

 

“Vogliamo partire dal passato per riflettere sul presente e, soprattutto, sul futuro di queste nostre montagne - spiega a Il DolomitiEnnio De Simoi, presidente del Cai di Feltre -. Ciò che è stato ideato all’epoca non è più adeguabile ai livelli di utenza di oggi. E' da capire se l’Alta Via verrà percorsa solo nei mesi estivi o anche il giorno di Natale. Ormai arrivano tantissimi turisti da tutto il mondo e la maggioranza di questi è profondamente impreparata tecnicamente, ma anche per quanto riguarda l'equipaggiamento. Inoltre, c’è la crescente pretesa da parte degli escursionisti di cercare servizi che nulla hanno a che fare con quella che era la logica di un rifugio anche di soli 10 anni fa”.

 

Si parla sempre più di “frequentatori occasionali” della montagna, turisti completamente estranei all’ambiente e che ne sottovalutano i rischi, come conferma il Soccorso Alpino che, negli anni, ha segnalato più volte il grave incremento di richieste di soccorso dovute alle ragioni più banali, quali la stanchezza o il freddo come conseguenza di un vestiario inadeguato.

 

Come dimostrazione del grandissimo incremento di escursionisti che sta interessando le Dolomiti, basti prendere il Vandelli, il famosissimo rifugio in provincia di Belluno che si trova vicino al lago di Sorapis, che, negli ultimi anni, ha visto crescere l'affluenza di turisti in modo esponenziale. Durante i mesi di luglio e agosto, si parla di una cifra che va dalle 2 mila alle 3 mila persone al giorno. “I gestori dei rifugi della Sat hanno calcolato che, per ogni singolo fruitore di un rifugio, i consumi di acqua ammontino a 100 litri al giorno, mentre, nelle case che si trovano in pianura, la quantità utilizzata sia di appena il doppio. Stiamo parlando di cifre impensabili, estremamente esigenti se applicate a quelle che sono le capacità e difficoltà che un rifugio d’alta quota deve considerare”, continua De Simoi.

 

Cinquanta anni sono più che sufficienti per permettere un confronto tra la montagna di ieri e quella di oggi. Tantissime sono, infatti, le differenze che emergono: il numero di turisti è cresciuto esponenzialmente, così come quello degli impianti di risalita, si sono andate a diffondere nuove tipologie di turismo, come quello dei bikers, e gli utenti pretendono ad alte quote di trovare le stesse comodità a cui sono abituati in città. “Oggi la gente entra nei rifugi, non toglie neanche lo zaino dalle spalle e chiede la password del wifi. Non si apprezza più l'ambiente in sé, per il suo spirito evocativo, per la pace e solitudine che è in grado di regalare. Manca una sensibilità nei confronti della montagna”.

 

L’ambiente montano necessita di essere preservato. Un buon punto di partenza in questo verso sicuramente si basa su un progetto di rieducazione alla natura, di sensibilizzazione del turista al rispetto per l’ambiente. La montagna è di tutti, ma non per tutti: richiede una preparazione fisica adeguata, un’esperienza, una conoscenza del contesto nel quale ci si addentra, senza dimenticare che quello montano è un ambiente impervio, ricco di rischi che possono portare a situazioni di emergenza, anche per le più banali motivazioni.

 

“Bisogna trovare strategie di gestione intelligenti che possano ridurre il traffico e rendere piacevole, a chi cammina in questi luoghi, lo stare in montagna", prosegue il presidente del Cai Feltre. "Bisogna dare maggiore importanza agli escursionisti, i reali fruitori di questo ambiente, che spesso vengono messi in secondo piano dagli enti del turismo che preferiscono puntare sul profitto immediato guardando solo alla stagione successiva, come per esempio è accaduto con la diffusione delle biciclette elettriche, piuttosto che investire su coloro che frequentano la montagna da sempre e ricercano un ambiente incontaminato. Se non lo facciamo, spopoleremo la montagna da chi cerca quiete. Noi, come Cai, vogliamo perseguire questo obiettivo e, nel farlo, mantenere reale l’integrità dei luoghi”.

 

Il convegno organizzato dal Cai Feltre si tiene venerdì 29 novembre alle 20.30, a Feltre, nell'Auditorium dell’Istituto Canossiano. Durante la serata verrà proiettato in prima visione il documentario “I had a dream” del regista francese David Laforge, realizzato lo scorso mese di settembre sul percorso dell’Alta Via numero 2.

 

Inoltre saranno presenti tanti ospiti importanti, come Ivano Tisot, protagonista con Louis Pillon della prima attraversata nel luglio 1969; Ennio Vigne, presidente Parco Nazionale Dolomiti Bellunesi; Alessandro Tenca, consigliere dell’Associazione Gestori Rifugi Alpini del Veneto e gestore del Rifugio Telegrafo sul Monte Baldo; Ester Cason Angelini, direttrice della Fondazione Giovanni Angelini – Centro Sudi sulla montagna; Alessandro Bertelle, Ivan Giordano e Massimiliano Calcinoni, ultra-trail runner e Renato Frigo, presidente Cai Veneto.

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