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40 giorni di sciopero della fame, le due attiviste: "Continueremo finché la politica interromperà questa persecuzione"

La protesta di Stefania Sbarra e Barbara Nosari, iniziata il 21 settembre scorso, ad oggi continua ancora. Le due attiviste si rifiutano di mangiare "finché gli orsi rinchiusi al Casteller verranno liberati e verrà intrapreso un percorso di pacificazione socio-culturale che ne riconosca il valore"

Di Mattia Sartori - 02 novembre 2020 - 16:24

TRENTO. Solidali e resistenti con gli orsi del Casteller. Stefania Sbarra e Barbara Nosari si sono presentate stamattina davanti alla Provincia di Trento per spiegare le ragioni della loro protesta. Da oltre quaranta giorni infatti le due attiviste sono in sciopero della fame per chiedere la liberazione degli orsi M49-Papillon, M57 e DJ3, attualmente rinchiusi nel recinto del Casteller.

 

"Vogliamo opporci alle logiche del potere attraverso l'utilizzo del nostro corpo, strumento di rivendicazione dei diritti degli orsi - hanno spiegato Sbarra e Nosari alla conferenza stampa in piazza Dante - . Abbiamo un obbligo, quello di non sentirci responsabili e complici della sistematica violazione dei diritti degli orsi reintrodotti in Trentino col progetto Life Ursus e poi perseguitati. C'è in atto un clima di orsofobia piuttosto pesante anche supportato da una divulgazione non sempre corretta".

 

"Noi siamo convinte che il progetto Life Ursus sarebbe dovuto essere fatto in modo più oculato - hanno dichiarato - ma dato che l'errore ormai è stato commesso non possiamo far pagare agli animali uno sbaglio fatto dagli umani. Questa è una vergogna". Queste le parole delle attiviste riguardo al progetto che nel 1996 si era posto l'obiettivo di reintegrare gli orsi sulle montagne del Trentino. "Riteniamo che l'intenzione del progetto fosse buona, ma una politica veduta e lungimirante avrebbe dovuto mettere in essere tutte quelle misure atte a garantire una serena convivenza tra uomo e orso".

 

"Bisogna distinguere i tipi di attacco dell'orso. Un attacco avvenuto in un centro abitato è un conto, mentre un aggressione avvenuta in alta montagna dopo vari chilometri di strada è un altro. Sarebbe importante che all'uomo venisse imputato il reato della provocazione, perché siamo noi con le nostre azioni che andiamo a provocare gli attacchi di questi animali". Per le due attiviste però non contano solo le provocazioni dirette, anche non mettere in pratica le precauzioni necessari ad una convivenza pacifica conta come istigazione. Infatti riguardo all'attacco avvenuto quest'estate nei pressi di Andalo dicono: "Anche in quel caso la responsabilità è dell'uomo. Non erano stati installati gli appositi cassonetti anti orso e l'animale si è avvicinato, attirato dai rifiuti".

 

Nonostante i giorni di digiuno siano già arrivati a quota quaranta le due donne hanno dichiarato la propria volontà di continuare ad oltranza. "La politica è al corrente sin dall'inizio della nostra protesta e della nostra intenzione di non cedere di fronte a eventuali accomodamenti che possano rappresentare un surrogato di quello che spetta agli animali, ovvero che a questi animali venga riconsegnato lo status di popolo dei boschi e non vengano più sottratti dai loro habitat. Dovremmo imparare dai Paesi più avanzati come il Canada o gli Stati Uniti, dove, quando un orso sconfina in aree popolate, la gente rimane tranquilla e chiama le autorità che lo riportano in montagna".

 

"Il nostro sciopero della fame andrà avanti ad oltranza - hanno concluso le due attiviste - finché la politica interromperà questa persecuzione e sarà intrapreso un percorso di pacificazione culturale e sociale che riconosca il valore di questi animali nel territorio trentino". 

 

 

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