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Uomo e orso, l'esperta (italiana) del Canada: ''Convivere è possibile, uccidere un'esemplare non risolve nulla. La soluzione è educare alla coesistenza"

Chiarastella Feder, esperta di gestione dei conflitti fra grandi predatori e piccole comunità rurali originaria di Treviso, lavora ormai da 15 anni per il governo della regione canadese dell'Alberta. Impegnata nell'educazione alla convivenza fra esseri umani ed orsi, ha deciso di dedicare la propria attenzione al Trentino e ai recenti fatti dell'aggressione sul Monte Peller. "Uccidere un'orsa è deleterio. La soluzione è educare alla coesistenza e alla conoscenza di questi animali"

Di Davide Leveghi - 11 luglio 2020 - 06:01

TRENTO. Uomo e orso, la convivenza è possibile? I recenti fatti che hanno visto protagonista il grande carnivoro reintrodotto circa vent'anni fa in Trentino ripropongono una domanda su cui l'opinione pubblica sta tanto dibattendo, tra le proteste degli animalisti alla scelta della Provincia di Trento di abbattere gli esemplari pericolosi e gli inviti da svariate parti a riconsiderare le modalità di gestione di questo animale in un territorio fortemente urbanizzato.

 

A cercare di rispondere a questo difficile quesito, questa volta, è Chiarastella Feder, esperta di riduzione di conflitto proprio tra i grandi carnivori e le piccole comunità rurali, impegnata da circa 15 anni nella gestione e nella prevenzione nella regione dell'Alberta, in Canada. Tornata in Italia per la questione Coronavirus, Chiarastella ha deciso di dedicare la propria attenzione ai fatti che tanto stanno animando il dibattito trentino e nazionale, riferiti all'aggressione avvenuta il 22 giugno scorso sul Monte Peller, in val di Non, in cui due persone sono state aggredite da un'orsa, su cui ora, per volontà della Giunta provinciale, pende un ordine di abbattimento.

 

Non è la prima volta, d'altronde, che il Trentino si trova a dover sbrogliare la matassa della relazione conflittuale tra l'orso, reintrodotto con il progetto europeo Life Ursus, e l'uomo. Ancora vividi nella memoria rimangono i fatti connessi alle ultime uccisioni, da Daniza nel 2014 a Kj2 nel 2017, passando per la romanzesca vicenda di M49-Papillon, esemplare fresco di ri-cattura e di castrazione chimica.

 

Impegnata in un contesto ben più complicato, dove la presenza degli orsi è storicamente più invadente, Feder ha intravisto in Trentino, dove la popolazione degli orsi appare comunque in netta crescita – in un territorio ridotto – la possibile deflagrazione di un conflitto latente. “A circa 20 anni dalle prime reintroduzioni dell'orso sulle Alpi del Brenta – spiega l'esperta – con un numero crescente di incontri, danni a proprietà e animali e incidenti, sono necessarie alcune considerazioni riguardo alla grande sfida che ci aspetta: una convivenza tollerabile tra uomo e orso è possibile o è destinata a degenerare in conflitto?”.

 

Convinta della possibilità di generare una convivenza positiva, Feder appare ottimista. D'altronde lei, trevigiana d'origine ma ormai radicata da oltre 20 anni in Canada, da quasi 15 anni si occupa di fauna e gestione dei conflitti fra piccole comunità rurali e grandi predatori per il governo provinciale dell'Alberta. Attraverso la sua esperienza decennale, dunque, si è resa cosa dell'esistenza di modi e strumenti che possono diminuire il conflitto, aumentando il successo della convivenza e l'evoluzione della coesistenza.

 

Il punto di partenza, a suo giudizio, è uscire dall'ordine di idee di partire dalla considerazione del numero – su cui il presidente della Pat Maurizio Fugatti si è recentemente espresso in maniera piuttosto chiara – per passare al piano dell'educazione alla convivenza e del desiderio di convivere. Il conflitto tra uomo e orso, infatti, esisterà sempre. Ciò su cui bisogna lavorare, a questo punto, è la diminuzione delle occasioni e della potenzialità del conflitto. Per farlo servono risorse, tempo e volontà, tutti elementi che nell'esperienza di Feder hanno permesso di sviluppare buone pratiche utili a migliorare, visto anche il carattere estremamente polarizzante del tema.

 

Chiarastella Feder, Lei si è occupata per anni di gestione dei conflitti tra orsi e esseri umani, su cosa basa le considerazioni che la portano a giudicarla praticabile?

 

Per tre volte ho sperimentato in prima linea la rabbia e la frustrazione delle comunità di fronte ai conflitti in cui hanno perso la vita delle persone. Tuttavia proprio questi tragici avvenimenti hanno creato la base per lo sviluppo di progetti di educazione alla coesistenza con l’orso per la popolazione: residenti, turisti, produttori e allevatori. Infatti in più di un caso, nel momento in cui sono protetti o reintrodotti in aree da dove erano spariti, l’orso è stato capace di riconquistare spazi e stabilire, in un arco di tempo relativamente breve, popolazioni viabili. Ma questo, come potete immaginare, causa numerose sfide. Per questo io insegno educazione faunistica nelle scuole, lavoro con i produttori e con gli stakeholders locali e faccio l’istruttore per il corso “Bear safety, awareness and avoidance”, cioè un corso che insegna a prevenire o gestire gli incontri con orso e altri predatori. Con un gruppo di volontari gestisco un programma che si chiama “Mountain View Bear Smart” un’organizzazione non-profit che promuove l’educazione alla coesistenza tra l'uomo e orso in modi diversi”.

 

Qualche settimana fa, un orso ha attaccato due persone sul Monte Peller, in Val di Non. Cosa pensa di questo fatto e soprattutto considera giusta la scelta di abbattere l'esemplare autore dell'attacco?

 

Essere attaccati da un animale è sempre un’esperienza traumatica. Tanto più se l’animale in questione ha la capacità di ucciderti. Da quello che ho letto, comunque, penso che l'attacco sia stato un attacco di tipo difensivo. Probabilmente l'orsa è stata sorpresa a distanza ravvicinata e ha attaccato per paura e reazione. Nella mia esperienza, la maggior parte dei casi gli attacchi sono di origine difensiva. La cosa importante è capire come poter evitare che questo genere di incidenti succeda. Prima di prendere una decisione sull'abbattimento, dunque, credo che sia giusto valutare tutti gli elementi che hanno contribuito all’attacco. Inoltre si dovrebbero consultare gli esperti. In Alberta abbiamo sviluppato una matrice decisionale che permette di valutare ogni evento in modo razionale, valutando i diversi elementi. Negli ultimi 15 anni la gestione del conflitto è molto cambiata perché la specie è listata tra le specie protette. Questi argomenti sono un po’ tecnici e ogni situazione è diversa, ma è necessario avere un framework di riferimento per la gestione di questi incidenti. Siccome la presenza dei grandi carnivori sul territorio è un tema con opinioni spesso opposte e polarizzanti, sono da evitare le scelte emotive. In Alberta in più di qualche occasione si è deciso di non abbattere animali anche in caso di “conflitto con contatto diretto” simili a quello che è accaduto sul Monte Peller, in particolar modo se gli attacchi sono stati di femmine che difendevano i piccoli. Se l’orsa ha i cuccioli e ucciderla sarebbe una perdita importante per il progetto, come è successo per Daniza nel 2014 e Gaia Kj2 nel 2017. In entrambi questi casi, le femmine difendevano i piccoli, che è una cosa normale. Abbattere un animale senza investire in strumenti per l’educazione e la prevenzione è un’opzione che non risolve nessun problema, tanto meno il rischio che altri incidenti di questo tipo si ripetano”.

 

Qual è la situazione in Canada nella convivenza tra orso e uomo?

 

La convivenza è possibile, ma è in continua evoluzione e necessita sempre della volontà di riuscire in questo progetto di coesistenza. Questo è una realtà non solo in Canada, ma anche negli Stati Uniti. Il Canada è grande e la densità di popolazione è inferiore all’Italia. Ci sono tre diverse specie di orso ed ognuna ha una regolamentazione specifica. Il grizzly, stessa specie dell’orso bruno (Ursus arctos) è presente solo nella parte nord-ovest. È una specie protetta in Alberta dal 2005. Nell’ultimo decennio la popolazione è aumentata e questo ha creato una serie di sfide. Tuttavia queste sfide stanno portando a costruire una politica di coesistenza e numerosi progetti di convivenza e di gestione mirata a mantenere questa specie sul territorio. Per quanto riguarda l'orso nero, invece, la popolazione è sicura. Per quanto riguarda l'orso Grizzly la densità della popolazione è molto diversa da zona a zona. Per esempio nel sud della provincia essendoci la confluenza con il Montana e con la British Columbia e la presenza di aree protette come il Glacier National Park, la densità degli individui e più alta che in altre zone. Tuttavia io credo che il 'numero' di orsi, cioè quanti animali sono presenti sul territorio, non sia il fattore più importante nell’equazione della convivenza. Mi spiego: per poter sperare o accettare che i grandi carnivori rimangano sul territorio, dobbiamo riuscire a gestire adeguatamente il conflitto con l’uomo. Se ci sentiamo minacciati o se subiamo danni economici a causa dell’orso e non veniamo risarciti, la nostra tolleranza verso la specie sarà limitata. Se, al contrario, ci sono risorse e strumenti disponibili per la prevenzione e la gestione del conflitto, come per esempio educazione, i deterrenti, risarcimenti per i produttori e opere e progetti di prevenzione (per esempio recinzione elettriche), la nostra soglia di tolleranza sarà più elevata e quindi aumenterà anche la probabilità che riusciremo a conservare con successo queste specie e a condividere lo spazio”.

 

Pertanto, è possibile la convivenza in Italia?

 

Sì, io credo che la convivenza sia possibile, ma necessita di risorse e strumenti che creino le basi per ridurre la potenzialità di conflitto. Sulle Alpi l’orso, così come il lupo, sono scomparsi nel secolo scorso perché fondamentalmente sono in competizione con noi per le stesse risorse. I progetti di conservazione sono la testimonianza che ci rendiamo conto dell’importanza che queste specie hanno da un punto di vista ecologico e culturale. Orso e lupo stanno ripopolando le Alpi centrali e orientali. Tuttavia questi progetti di conservazione non saranno sostenibili se non sono accompagnati da piani di gestione lungimiranti che tengano conto dei benefici, dei rischi e dei costi necessari a questa convivenza. Sono necessarie risorse dedicate all’educazione, alla ricerca e alla mise-en-place di strategie e progetti che possano creare le basi per mantenere la presenza dei grandi carnivori nel territorio salvaguardando al tempo stesso la nostra sicurezza e le nostre attività. La sfida è quella di aprire le nostre menti a delle possibilità che richiedono approcci creativi, collaborazione e obiettivi comuni. Se non si accetta la sfida imposta dalla convivenza nella sua complessità, io credo che i grandi carnivori siano destinati a scomparire di nuovo dalle nostre montagne, il che sarebbe un peccato e una perdita per noi e per le generazioni future. L’obiettivo del progetto Life Ursus nei primi 20 anni è stato quello di reintrodurre gli animali dalla Slovenia per ristabilire una popolazione di orsi. Mi sembra che questa parte del progetto sia stata un successo considerando la crescita della popolazione. Adesso la sfida più grande è quella di creare le basi per una convivenza pacifica tra uomo e orso. È una sfida difficile da accogliere, ma fondamentale se si vuole mantenere questa specie sul territorio. La convivenza deve essere basata sulla prevenzione, sull'educazione, sulla collaborazione, sulla conoscenza e deve avere degli strumenti di gestione efficienti e degli obiettivi comuni. Una politica di convivenza ed educazione è necessaria non solo nei limiti nel territorio del Parco Adamello-Brenta o di zone protette limitrofe, ma anche nei territori circostanti, dove il rischio di conflitto tra orso e attività umane diventa maggiore. Un carattere comune a tutte le iniziative di convivenza che conosco, è l’approccio locale: cioè ogni comunità gestisce i propri progetti in base alle esigenze e alle problematiche che la comunità ritiene più importanti. Comunque c’è sempre un elemento di educazione e sensibilizzazione della comunità per imparare a conoscere e convivere con l’orso”.

 

L'orso è stato reintrodotto in Trentino con un progetto che ha ormai vent'anni. Nel tempo il numero di plantigradi è nettamente cresciuto, in un territorio ristretto come quello del Trentino occidentale. E' possibile una gestione dei numeri e come?

 

Sicuramente il numero di orsi può essere gestito, in una questione che è comunque alla portata del gestore di questi animali. Abbattere è una soluzione per gestirlo, ma il discorso che si deve fare, a mio giudizio, è questo: è necessario gestire il numero degli orsi o è meglio prevenire il conflitto? Mettiamo che abbiamo 10 orsi e per gestirli ne abbattiamo la metà. Siamo sicuri che a essere stati eliminati siano gli esemplari più problematici e che gli altri non creino conflitti? Con l'abbattimento sicuramente diminuisce la possibilità di conflitto, ma i numeri degli animali dà un senso approssimativo della situazione. Ogni orso, infatti, ha una propria personalità. Gestire a priori diventa problematico. Per questo l'investimento migliore è quello sulla prevenzione. Quando accettiamo di convivere con l'orso accettiamo anche il conflitto che può sorgere. Se uomo e orso vivono nello stesso territorio è probabile che sorga un conflitto, e allora noi dobbiamo diminuire il più possibile probabilità e potenzialità di questo conflitto. Educazione, opere sul territorio e progetti per disabituare l'orso a penetrare in 'zone rosse' possono essere soluzioni. Per diminuire il conflitto servono tanta energia, tante risorse e tanta educazione. A decidere deve essere la comunità”.

 

Esiste una modalità di gestione che non contempli solo l'abbattimento? E ancora, esistono delle situazioni in cui l'abbattimento è giustificabile?

 

Ciò che ci fa paura di questo animale è la sua somiglianza a noi, vista la grande intelligenza e alcuni suoi comportamenti. In passato non si è provato, o almeno non mi vengono in mente, di tentativi di controllare la gestione senza abbattimento. Si è provato con il lupo, con la sterilizzazione degli esemplari di maschio alfa. Con l'orso la questione sarebbe decisamente più complicata, visto il trauma che si creerebbe all'animale con la cattura e le operazioni di castrazione. Gli attacchi di questi animali agli uomini sono solitamente difensivi. Se ti butta a terra e se ne va, la probabilità che quell'esemplare compia un altro attacco sono molto basse. L'orso, infatti, se ti vuole uccidere ti uccide. Specie con le madri coi piccoli, è istintivo il comportamento di difenderli e proteggere la cucciolata. D'altro canto esistono anche occasioni in cui l'abbattimento è giustificabile. In caso di morti di persone, che come detto a me è successo in tre casi, c'è da chiedersi: cosa bisogna fare? Se la persona viene consumata c'è sicuramente un primo discrimine per l'uccisione. Ma senza arrivare a questo estremo, nell'esperienza canadese, si decide per l'abbattimento anche nei confronti di quei maschi che fanno danni e persistono nelle razzie. Bisogna pensare alla gestione delle risorse umane, anche. In Canada, ad esempio, ai grizzly si danno due occasioni. Se persistono in determinati atteggiamenti li si abbatte. Il caso di M49, che io non ho seguito in maniera molto approfondita, mi fa giungere a questa conclusione, completamente personale: metterlo in gabbia non ha alcun senso. Una volta catturato si sarebbe potuto portare in un luogo isolato e se avesse continuato a fare danni allora si sarebbe potuto abbattere. Per le femmine, però, il discorso è diverso. Togliere un esemplare dal territorio non toglie il conflitto, perché potrebbe arrivarne un altro che crea altri problemi. Abituare gli orsi è cosa difficile ma possibile, disabituarli è ancora più difficile. Per questo bisogna puntare su educazione alla coesistenza e alla conoscenza. Se impariamo a conviverci, nella gestione dei rifiuti, del bestiami, nell'utilizzo dei cani e così via, allora la probabilità di conflitto scenderà”.

 

Quali sono, dunque, a suo giudizio, le maggiori sfide nella convivenza tra uomo ed orso?

 

Io credo sia proprio la gestione dei conflitti. Mantenere popolazioni ecologicamente stabili di predatori su un territorio sempre di più dominato dalle attività antropiche, è una delle sfide più grandi della conservazione nel XXI secolo. I benefici ecologici e sociali derivati dal mantenere i carnivori sul territorio sono numerosi e spesso aiutano a creare nuove forme di economia nel territorio. Tuttavia i conflitti creano un ostacolo reale alla conservazione di queste specie, così come i costi associati alla prevenzione e alla gestione dei danni. Quindi educare alla coesistenza tra l'uomo e orso è un pilastro fondamentale per la conservazione di questo animale. E’ necessario trovare dei modi per conoscerlo, capirlo, imparare a gestire la relazione in maniera diversa e minimizzare le probabilità di interazione negativa e danno reciproco. Un altro aspetto fondamentale sia localmente sia più in generale è riuscire a collaborare allo stesso obiettivo pur partendo da punti di vista opposti. Fortunatamente la prevenzione del conflitto è sempre più a portata di mano sotto tutti i punti di vista: sociale, economico e tecnico. Le storie di successo sono numerose, sia in Europa, sia in Nord-America. Se la volontà di conservare i grandi carnivori si associa all’educazione, a misure di prevenzione e all’ingegnosità, io sono convinta che si possa arrivare ad una coesistenza relativamente pacifica”.

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