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“Vietato il ripopolamento delle specie alloctone”, il provvedimento che spaventa i pescatori trentini: “Il settore della produzione ittica sarà stravolto”

Per la fine dell’anno dovrebbe entrare in vigore un provvedimento che vieta l’immissione in natura delle specie non autoctone, il problema è che alcuni pesci considerati “alieni” sono presenti in Trentino da secoli. Il presidente dell’associazione Pescatori dilettanti trentini: “Se il decreto dovesse entrare in vigore ci saranno delle ricadute economiche importanti”

Di Tiziano Grottolo - 01 ottobre 2021 - 20:59

TRENTO. Sta creando non poco scompiglio nel mondo dei pescatori trentini il provvedimento che con ogni probabilità entrerà in vigore entro la fine dell’anno e che prevede il divieto di “immissione e qualsiasi azione di introduzione, reintroduzione e ripopolamento di esemplari di specie e di popolazioni non autoctone”. Le cosiddette specie aliene infatti, spesso e volentieri, entrano in conflitto con quelle autoctone con il forte rischio di soppiantarle nella catena alimentare.

 

Trota fario e trota iridea sarebbero alcune delle specie che non potrebbero più essere reintrodotte, salvo alcune deroghe comunque difficili da ottenere. “Un provvedimento atto a vietare la semina di queste specie – spiega il consigliere del Partito autonomista Michele Dallapiccola (che sul tema ha depositato un’interrogazione) – andrebbe a ledere gravemente l’attività delle Associazioni Pescatori e delle realtà trentine consorziate che da moltissimi anni basano la propria attività economica sulla semina e raccolta”.

 

Secondo Dallapiccola la problematica è estremamente delicata perché da un lato pone in discussione l’attuale gestione delle acque “gestita con attenzione e secondo le attuali normative dalle associazioni pescatori trentine e della aziende che operano nel settore”, dall’altro evidenzia invece le problematiche relative alla biodiversità e all’equilibrio dell’ecosistema acquatico.

 

A confermare le preoccupazioni del consigliere provinciale interviene anche Bruno Cagol, presidente dell’associazione Pescatori dilettanti trentini, cioè l’ente che su incarico della Provincia gestisce la concessione dei diritti esclusivi di pesca delle acque pubbliche. In Trentino esistono 18 impianti ittiogenici che sono gestiti da associazioni secondo i precisi protocolli della Provincia”. L’impianto di Vigolo Vattaro in gestione all’associazione Pescatori dilettanti trentini produce ogni anno 1milione e 300mila uova di trota marmorata (specie autoctona) e circa 500mila uova di trota fario. “È chiaro – sottolinea Cagol – che se il provvedimento entrerà i vigore il settore della produzione ittica sarà stravolto”.

 

Il problema è che la trota marmorata è la specie autoctona che però è stata via via soppiantata (anche per via delle ibridazioni) dalla trota fario che ora è la specie più numerosa nelle acque trentine. Ma com’è arrivata la trota fario nelle acque trentine? “Questa specie è presente da tempi immemori – sostiene il presidente dell’associazione Pescatori dilettanti trentini – ma le sue tracce su documenti ufficiali sono datate al 1700, anche se pare che la su presenza risalga tra la fine del ‘400 e l’inizio del ‘500”. Sarebbe stato l’imperatore Massimiliano I d’Asburgo, per contribuire ad arricchire l’alimentazione delle popolazioni della valli, a introdurre la specie.

 

La datazione della presenza della trota faria non è una questione di lana caprina infatti, secondo i pescatori trentini, se fosse dimostrato che la specie è presente da prima del 1500 potrebbe essere “risparmiata” dai divieti. “Abbiamo commissionato uno studio per cercare di trovare le tracce di questo salmonidae”, sottolinea Cagol. “Ormai questa trota fa parte delle nostre tradizioni da secoli, non solo trentine ma di tutto l’arco alpino. Senza le immissioni la pesca subirebbe un danno importante”.

 

Il fatto è che buona parte dei pescatori (solo l’associazione Pescatori dilettanti trentini conta quasi 1500 soci) si reca in quelle zone dove sono immessi quei pesci che possono essere pescati immediatamente in questo modo secondo Cagol le zone più pregiate, quelle dove si trova la trota marmorata, sono preservate dalla grande massa. C’è però pure un aspetto economico anche legato al turismo dietro la pesca: “Molte persone vengono dal resto d’Italia e anche dall’estero per praticare quest’attività, inoltre il materiale da pesca a livello nazionale vanta un giro che sfiora i 3miliardi di euro all’anno”

 

Infine ci sono da valutare le conseguenze sugli impianti privati che vendono pesci anche alle associazioni per circa 500 quintali all’anno, pesci che vengono poi immessi nelle acque trentine. “Tutto questo contesto rischia di essere messo in crisi dal provvedimento nazionale e intaccare una delle più antiche attività umane che interessa tutte le classi sociali. In alcune Regioni che si sono già adeguate alla legge stimiamo che le persone che praticano quest’attività siano si siano dimezzate”, conclude Cagol.

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