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Casi di peste suina africana, l'esperto: “Ha mortalità dal 90 al 100% e in caso di focolaio non ci sono alternative. Virus incredibilmente resistente''

Dopo il primo caso confermato di peste suina africana in Piemonte, ad Ovada, negli ultimi giorni sono emersi altri due casi sospetti sempre in Piemonte (a Franconalto in provincia di Alessandria) e in Liguria (a Isola del Cantone in provincia di Genova). Il professore Ezio Ferroglio, direttore della Scuola di Agraria e Medicina veterinaria all'Università degli Studi di Torino, racconta a il Dolomiti i problemi che il virus potrebbe portare in futuro: “Nei suini ha una mortalità che va dal 90 al 100%”

Di Filippo Schwachtje - 11 gennaio 2022 - 11:18

TRENTO. “I casi riscontrati in Piemonte, a Ovada e Franconalto, sarebbero in territori distanti circa 20 chilometri l'uno dall'altro: di conseguenza, visto che il virus viaggia a circa 3-5 chilometri al mese, possiamo aspettarci che la peste suina africana stesse già circolando da diversi mesi”.  Dopo la conferma del primo caso di peste suina africana a Ovada, in Piemonte, e le morti sospette di almeno altri due animali tra la Provincia di Alessandria e quella di Genova, il professor Ezio Ferroglio, direttore della Scuola di Agraria e Medicina veterinaria dell'Università degli Studi di Torino, racconta a il Dolomiti le sfide che l'arrivo nella penisola del virus (che, ricordiamo, non è trasmissibile agli esseri umani) porterà in futuro.

 

“Innanzitutto va detto che le autorità hanno già messo in campo una serie di disposizioni – spiega Ferroglio – con l'istituzione per esempio di una zona infetta, all'interno della quale ci saranno rigide restrizioni per cercare di limitare la circolazione del virus”. Al momento sarebbero già 78 i Comuni tra Piemonte e Liguria inquadrati dagli esperti all'interno della zona infetta e, mentre si attende l'arrivo dell'ordinanza ministeriale che a breve dovrebbe stabilire in dettaglio le misure da attuare, la Regione Piemonte ha chiesto ai sindaci dei territori interessati di vietare l'esercizio venatorio a tutte le specie, ribadendo la necessità di rafforzare al massimo la sorveglianza nei confronti dei cinghiali e dei suini da allevamento.

 

“In Belgio per la gestione del virus – dice Ferroglio – sono state introdotte restrizioni molto forti per la movimentazione di animali e persone. Il problema della peste suina africana è che è un virus incredibilmente resistente, può sopravvivere per mesi nell'ambiente. Camminando nel bosco, per esempio, si può calpestare la terra contaminata in precedenza e diffondere il contagio: nei suini il virus ha una mortalità che va dal 90 al 100%. In caso di focolaio, non esistono alternative se non l'abbattimento di tutti i capi sospetti”. Ovviamente però, l'abbattimento avrebbe una ricaduta economica importante. “Diciamo che in caso di diffusione in zona la situazione sarebbe molto pesante – spiega il professore dell'Università di Torino – ma se il contagio dovesse superare l'Appennino e arrivare, per esempio, nell'area di Parma, allora sarebbe un disastro”.

 

Al momento comunque, assicura Ferroglio, le autorità stanno facendo tutto il possibile: “In questa fase è necessario capire l'effettiva estensione del contagio e per questo sono attivi gli strumenti di un progetto europeo nato nel 2016 per la gestione dell'epidemia”. In Repubblica Ceca per esempio, dice il professore, la peste suina è stata controllata fin dalle sue prime fasi, permettendo alle autorità di risolvere il problema nel giro di pochissimi mesi (anche se, va detto, secondo le stime di Ferroglio in Italia l'estensione dell'area colpita sarebbe molto maggiore). In Belgio invece il virus è stato debellato dopo due anni, all'interno dei quali però sono state prese misure molto importanti anche per quanto riguarda lo svolgimento delle attività lavorative nella zone di bosco 'a rischio'.

 

Non è possibile stabilire con certezza da dove sia arrivato il virus – continua Ferroglio – ma ora sarà necessario ridurre la densità di cinghiali sul territorio colpito e nel resto del territorio per ridurre il rischio che si propaghi. In questo momento a mio parere è fondamentale da un lato evitare una sorta di 'malattia mediatica' e dall'altro mettersi piuttosto al lavoro per segnalare tutte le carcasse di cinghiali sul territorio, per delimitare al meglio l'area colpita e bloccare sul nascere eventuali fuoriuscite del virus. Per questo è stata sviluppata da un consorzio di ricerca (Enetwild) finanziato dall'EFSA un'app che permette di segnalare animali vivi e carcasse, iMammalia. In Serbia è stato estremamente utile, portando alla scoperta del primo caso nel Paese, mentre in questo momento viene utilizzata in Montenegro. Statisticamente per ogni carcassa trovata positiva al virus ce ne sono altre 32 che non vengono individuate, quindi è fondamentale agire ora”.

 

Come detto, il virus non è contagioso per gli esseri umani, ma i rischi per l'economia sono molti. “Al di là della mortalità degli animali – conclude il professore – la problematica maggiore sono i vincoli commerciali: dalle zone infette per esempio non si può esportare carne suina a meno che non si dimostri di rispettare certi parametri di sicurezza. Gli animali sospetti vengono immediatamente distrutti. Per dare un'idea dell'impatto della peste suina africana, il prezzo della soia è collassato a causa dell'epidemia che ha colpito la Cina, che ha sostanzialmente 'resettato' gli allevamenti suini e la domanda di mangime è quindi crollata. La malattia è arrivata in Sardegna nel '78 e tutt'oggi non è stata eradicata del tutto”. 

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