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“Gli abbattimenti dei lupi? Non ci sono prove che riducano le predazioni”. Lo studio: “Cani da guardiania e reti efficaci nel proteggere i capi”

I risultati di uno studio condotto per 5 anni in Slovacchia: la caccia pubblica (regolata con quote annuali) dei lupi non ha avuto un impatto sulle predazioni dei capi di bestiame. Al contrario, gli esperti spingono per l’utilizzo di metodi non letali, come i recinti o la presenza di cani da guardiania: ecco tutti i dettagli

Di Filippo Schwachtje - 22 novembre 2023 - 19:46

TRENTO. Tanto a livello locale (si vedano le posizioni di Fugatti in Trentino e quelle di Kompatscher in Alto Adige sul tema) quanto a livello nazionale, il ricorso agli abbattimenti nella gestione dei grandi carnivori sembra essere sempre più indicato come uno strumento necessario per garantire la protezione dei capi di bestiame dai casi di predazione (nonostante, come indicato dal Muse, più di otto casi su dieci in Trentino riguardino contesti nei quali “non erano presenti opere di protezione funzionanti”).

 

Negli ultimi giorni anche il ministro dell’Agricoltura, della sovranità alimentare e delle foreste Francesco Lollobrigida è tornato sul tema, presentando un documento in Europa nel quale si chiede, in sostanza, di considerare l’agricoltore una “figura centrale” nella tutela dell’ambiente, con funzioni di “bioregolatore”. In altre parole, per il ministro “va rivista la posizione europea sui grandi carnivori (la direttiva Habitat ndr), lupo compreso, alla luce della presenza attuale divenuta eccessiva in molte aree del continente. Riteniamo quindi che occorra affrontare con urgenza le sfide legate alla presenza degli animali selvatici, rivedendo e aggiornando l'attuale quadro normativo sullo status di protezione dei lupi”. Ma, al di là dell’utilizzo più o meno politico che si vuol far della questione, ricorrere agli abbattimenti può essere veramente un fattore determinante nella riduzione dei capi predati?

 

La risposta, in poche parole, è no. O meglio: prendendo a riferimento un particolare territorio e valutando, a livello numerico, l’impatto di abbattimenti (stabiliti anno per anno sulla base di quote), non ci sono prove che le uccisioni dei grandi carnivori abbiano ridotto le predazioni. A dirlo (in uno studio pubblicato su Conservation Letters) sono alcuni ricercatori dell’Università di Brno (Miroslav Kutal, Martin Dul’a, Alisa Royer Selivanova) e di Oviedo (José Vicente Lopèz-Bao), analizzando nel dettaglio il caso della Slovacchia, dove dal 2014 al 2019 è stato implementato un sistema di caccia pubblica al lupo con quote annuali, parzialmente giustificato proprio dalla necessità di ridurre le predazioni dei capi di bestiame da parte dei carnivori.

 

“Usando due diversi approcci – scrivono gli esperti nel report – non abbiamo osservato una relazione tra il numero di lupi uccisi e le perdite a livello di capi di bestiame. È stata invece trovata una relazione negativa tra la biomassa delle prede selvatiche e le perdite di bestiame. Dal 2021, la caccia pubblica al lupo non è più stata eseguita in Slovacchia e non c’è validità nella precedente giustificazione per questo compromesso di conservazione per ridurre le predazioni”.

 

La Slovacchia è stata scelta come case-study proprio perché, come detto, dal 2014 al 2019 le autorità nazionali hanno aperto alla caccia regolata di individui non specifici da parte di privati cittadini (regolata da quote annuali). Ogni anno, dicono i ricercatori, la caccia al lupo è stata permessa dal 1° novembre al 15 gennaio dell’anno successivo: “Le quote – dicono – sono state fissate ogni anno a livello nazionale e regionale da uno speciale gruppo di lavoro, basandosi su suggerimenti delle amministrazioni di caccia distrettuali e su una serie di informazioni, come i dati ufficiali sulle predazioni da lupo”.

 

Anche se, in definitiva, non è stata sviluppata una vera e propria metodologia per quanto riguarda l’utilizzo di questi dati in relazione alle quote stesse. Nelle aree prese a riferimento, tra pecore (numero totale di capi 318.366), bovini (295.977 capi) e capre (12.610) nel periodo in questione le predazioni sono state in tutto 2838 (sulla base di una popolazione di lupi stimata, nel 2020, a 600 individui), con un numero totale di lupi uccisi pari ad una media annuale di 41. E proprio sulla base di questi (e molti altri) dati, i ricercatori hanno testato se il numero di capi di bestiame uccisi in un dato anno fosse influenzato dal numero di lupi uccisi nella precedente stagione di caccia.

 

Non ci sono stati cambiamenti – scrivono – nel numero di perdite tra i capi di bestiame, nel numero di lupi uccisi nella precedente stagione o nel numero di distretti che hanno riportato la presenza di lupi nel periodo dello studio. La densità di biomassa di ungulati selvatici è invece aumentata significativamente nel tempo. Le perdite a livello di bestiame in un dato anno non sono correlate con il numero di lupi cacciati nella stagione immediatamente precedente, né in termini assoluti, né in termini relativi. Non abbiamo notato differenze nel numero di capi predati a livello distrettuale tra il gruppo di controllo e quello di trattamento”. Tra le cause di questi risultati, dicono gli esperti, potrebbe esserci anche la “trascurabile” presenza di capi di bestiame nella dieta dei lupi: “La disponibilità di ungulati selvatici – dicono – è un fattore importante nella dieta dei lupi in ambienti dominati dall’uomo. La nostra analisi indica che l’abbondanza di prede selvatiche potrebbe effettivamente evitare predazioni di lupo sul bestiame, anche se queste conclusioni dovrebbero essere interpretate con cautela”.

 

“Ci sono forti incentivi politici – si legge nel report – per utilizzare i grandi carnivori come capro espiatorio e nel prossimo futuro nuovi tentativi di gestione letale dei lupi in Europa potrebbero emergere. Non possiamo dire, in assenza di ricerche specifiche, se il conflitto in Slovacchia per quanto riguarda i lupi sia stato mitigato dall’utilizzo di questo schema di caccia pubblica, nonostante non siano stati osservati effetti sulle predazioni di bestiame. Ma studi disponibili effettuati in altre regioni non forniscono evidenze che l’attitudine nei confronti dei lupi diventi più positiva in seguito alla caccia legale dei lupi, o che la caccia stessa porti ad un calo delle uccisioni illegali della specie”. Al contrario, come più volte riportato: “Metodi non-letali, come l’utilizzo di cani da guardiania o recinti, sono stati efficaci nella protezione dei capi”.

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