“Rimuovere 70 orsi dal Trentino significa riportarli sul baratro dell’estinzione”, lo zoologo Zibordi: “Un’orsa sterilizzata perde il suo ruolo nella conservazione della specie”
L’intervista allo zoologo e divulgatore Filippo Zibordi che da oltre vent’anni vive in Provincia di Trento occupandosi di orsi e ha collaborato con il Parco Adamello Brenta: “Ridurre i plantigradi a 40-60 esemplari vorrebbe dire mettere a serio rischio la sopravvivenza della specie in Trentino. È legittimo che la politica prenda alcune decisioni ma dovrebbe farlo approcciandosi alla questione in maniera non ideologica e affidandosi al giudizio degli esperti”
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TRENTO. “Abbiamo 70 orsi in eccesso, il ministero dell’Ambiente ci dica dove trasferirli o ci autorizzi ad abbatterli”, così il presidente della Provincia di Trento, Maurizio Fugatti, ha fissato il suo obiettivo per ridurre i plantigradi presenti in Trentino. Secondo il leader leghista con i numeri attuali la convivenza con gli esseri umani non sarebbe più possibile. Questa presa di posizione però fa discutere perché, considerando che stando agli ultimi dati ufficiali (del 2021) in Trentino vivono circa un centinaio di orsi, significherebbe riportare il numero dei plantigradi alla soglia minima oltre la quale si rischierebbe l’estinzione (almeno a livello locale).
Su questo tema Il Dolomiti ha intervistato lo zoologo e divulgatore Filippo Zibordi che da oltre vent’anni vive in Trentino occupandosi di orsi e per più di due lustri ha collaborato con l’Ufficio Faunistico del Parco Adamello Brenta.
Recentemente si è parlato di spostare una settantina di orsi dal Trentino, è fattibile?
“Innanzitutto credo ci siano due tipi di problematiche da affrontare. La prima è di tipo normativo, qualsiasi azione sugli orsi infatti deve essere attuata attraverso la direttiva Habitat, inoltre questa è una specie protetta pertanto eventuali azioni, anche sui singoli individui, vanno richieste in deroga. A mio modo di vedere di fronte a una proposta di questo genere, qualunque intervento che voglia essere coerente con la direttiva Habitat, deve garantire il mantenimento del buono stato di conservazione della popolazione animale e passare da più di un centinaio di plantigradi a una quarantina non lo garantisce”.
E la seconda problematica?
“L’altro problema riguarda il cosa fare di questi orsi che si vogliono rimuovere. Abbatterli necessiterebbe di parecchio tempo. Sulle catture, che comunque richiederebbero tempi lunghi e grandi risorse, mi chiedo invece dove potrebbero andare a finire i plantigradi. Abbiamo visto quanto sia complicato trovare una destinazione per il singolo esemplare, figuriamoci per una settantina. Anche il rilascio in natura significherebbe immaginare un nuovo Life Ursus, con tutto ciò che ne consegue. Ci vorrebbero degli anni”.
La popolazione di orsi trentina fin dalla sua reintroduzione è rimasta isolata, ciò potrebbe creare problemi rispetto alla variabilità genetica?
“Tutti gli orsi trentini discendono da due sole linee paterne e questo può rappresentare un fattore di criticità. L’alta variabilità genetica di una popolazione garantisce a una specie migliori possibilità di reagire positivamente a un disturbo esterno”.
Può fare un esempio?
“Di recente i camosci trentini sono stati colpiti dalla rogna sarcoptica ma la popolazione ha risposto bene perché c’è molta variabilità genetica. Al contrario la popolazione di stambecchi è stata decimata dalla stessa malattia perché si tratta di una specie che è stata reintrodotta e si è riprodotta fra consanguinei, ciò l’ha resa fragile. Una cosa simile potrebbe avvenire con gli orsi, a maggior ragione se tornassimo a quella che era la soglia minima di 40-60 esemplari prevista dal Life ursus. Vorrebbe dire mettere a serio rischio la sopravvivenza della specie in Trentino riportandola sul baratro dell’estinzione e vanificando quanto di buono fatto finora”.
Mi pare di capire che l’idea di rimuovere una settantina di orsi non sia sostenuta dagli esperti…
“Se vado a catturare gli orsi senza guardare al loro comportamento corro il rischio di prendere quelli ‘sbagliati’, è molto più sensato intervenire su quelli problematici piuttosto che fare un rastrellamento a casaccio con il rischio di tenere in Trentino proprio quelli più pericolosi”.
Ma esiste un numero massimo di orsi che il territorio può sopportare? Ci sono dei parametri oggettivi per valutare questo dato?
“Dal punto di vista ambientale sì, per l’ambiente alpino gli studi parlano di 3-4 esemplari ogni 100 chilometri quadrati. Detto questo è comunque legittimo ragionare su un numero socialmente accettabile ma in questo caso bisogna aver chiaro in testa che il problema non è ambientale. Quando la capacità portante dell’ambiente non regge sono gli stessi orsi che allontano gli altri esemplari dal territorio. Da questo punto di vista in Trentino le cose stanno funzionando bene e sta accadendo quanto era stato previsto ma ripeto, altro discorso è la sopportazione a livello sociale. È legittimo che la politica prenda alcune decisioni ma dovrebbe farlo approcciandosi alla questione in maniera non ideologica, con la trasparenza e affidandosi al giudizio degli esperti”.
Per concludere, fra le ultime proposte c’è quella di sterilizzare un certo numero di plantigradi, questa può essere una valida alternativa per gestire la situazione?
“Rimuovere dalla popolazione selvatica gli orsi problematici non deve essere un tabù, e non sono certo che sterilizzare e poi rilasciare nuovamente in natura un’orsa che ha manifestato comportamenti aggressivi dia sufficienti assicurazioni in questo senso. Per quanto riguarda una sterilizzazione su larga scala, fermo restando che a mio parere il numero di plantigradi attualmente presenti in Trentino non è eccessivo e non andrebbe ridotto per evitare di vanificare quanto fatto finora per la salvaguardia della specie, mi sembra comunque una via poco percorribile. È una cosa che non mi risulta si faccia in nessuna parte del mondo, perché sarebbe un’operazione estremamente onerosa e non conosciamo nemmeno le conseguenze che potrebbe avere sull’esemplare e sul comportamento degli altri plantigradi. Inoltre e più di tutto, un’orsa sterilizzata perde il suo ruolo a livello di popolazione, perché non contribuisce alla riproduzione e quindi alla variabilità genetica indispensabile per il mantenimento della specie. Dal punto di vista della biologia della conservazione non mi pare che abbia senso”.













