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Acqua, il presidente Anbi: “In Italia si trattiene l'11% delle piogge, la Spagna è al 45%”. Le sfide future tra crisi climatica e siccità (con la neve sempre più 'alta')

Per Francesco Vincenzi, presidente dell'Associazione nazionale Consorzi di gestione e tutela del territorio e acque irrigue, parlando di risorse idriche le sfide che il nostro Paese si trova ad affrontare si muovono su tre binari: “Lo sviluppo tecnologico, un cambiamento dal punto di vista culturale e la pianificazione e programmazione di una infrastrutturazione dedicata”. Ecco le sue parole

Di Filippo Schwachtje - 16 febbraio 2024 - 20:20

TRENTO. Ad uno sguardo superficiale i dati, parlando di disponibilità di risorse idriche sul territorio, almeno per il Nord Italia sono migliori di quelli dello scorso anno, quando in questo periodo buona parte del Paese si trovava in piena emergenza siccità (Trentino Alto Adige compreso, con tutte le conseguenze del caso nella diatriba aperta con le Regioni confinanti per le richieste di aumento di deflusso per l'approvvigionamento d'acqua in pianura). Ma nonostante il quadro idrogeologico lungo la Penisola sia uscito notevolmente modificato dalle piogge dello scorso fine settimana, per gli addetti ai lavori la prospettiva da cui guardare la questione è diversa, e riguarda in particolare l'assenza (ormai da diversi anni) di depositi nivali alle quote medio basse (QuiQui e Qui gli ultimi dati della Fondazione Cima). La riduzione di quei depositi d'acqua in grado, con la fusione, di garantire un “tesoretto” di risorsa per falde e corsi d'acqua lascia in pratica i territori esposti all'equilibrio pluviometrico: in altre parole, alla speranza che piova. Come spiega il meteorologo Marco Rabito parlando della situazione in Veneto: “L'attuale condizioni di relativo 'riposo' del comparto agricolo, l'arrivo di piogge piuttosto estese e la ridotta evaporazione legata alla stagione, fanno percepire come lontano il problema della carenza idrica. Questa sorta di Spada di Damocle della totale (o quasi) assenza di depositi nivali a quote inferiori ai 1.500 metri però, incomberà inevitabilmente per mesi”.

 

 

Mesi nel corso dei quali, tra l'altro, la richiesta d'acqua da parte dei territori (su tutti i fronti) tenderà inevitabilmente ad aumentare mentre le stesse piogge, dovessero concentrarsi (come sempre più spesso succede) in pochi, e violenti, episodi porterebbero benefici decisamente limitati. Tra la neve che si rifugia sempre più in alto sulle montagne e gli effetti della crisi climatica insomma, per il presidente dell'Associazione nazionale Consorzi di gestione e tutela del territorio e acque irrigue Francesco Vincenzi: “Siamo tutt'altro che fuori pericolo”.

 

 

Presidente, quali sono i cambiamenti che più impattano dal punto di vista della gestione della risorsa idrica?

 

Innanzitutto, ormai non vediamo più gli inverni che si registravano normalmente 20 o 30 anni fa. Inverni nei quali eravamo abituati ad avere accumuli nevosi che ci permettevano di ripristinare quei possibili gap nella disponibilità di risorsa che si potevano creare nel periodo estivo. Con la crisi climatica l'inverno si è, per così dire, accorciato e presenta due problematiche strettamente legate tra loro: gli sbalzi verso l'alto della temperature, in grado di portare, come avvenuto quest'anno, la quota di zero termico anche a 4mila metri proprio nei cosiddetti giorni della merla (Qui Articolo), che sono tradizionalmente considerati i più freddi dell'anno, e la mancanza di neve, la nostra vera riserva d'acqua per il periodo estivo. Dobbiamo ricordare che l'acqua non è solo un problema dal punto di vista agricolo, ma è una questione sociale ed economica cruciale per tutti i settori, nel nostro Paese e nel mondo. Ormai capita spesso che i mesi considerati più piovosi si rivelino, al contrario, quelli in cui piove di meno: e non si tratta di un problema legato a particolari regioni, ma che colpisce a macchia di leopardo tutto il Paese.

 

 

Quali sono oggi le priorità per la sicurezza dell'approvvigionamento idrico in Italia?

 

 

Dobbiamo tutelare il tutelabile, guardando all'economia del territorio e alla vita delle persone. Andando sul concreto, credo ci siano delle soluzioni e abbiamo delle proposte che, al di là delle politiche di mitigazione, se messe in campo potrebbero avere un impatto importante. Le sfide che il Paese si trova ad affrontare oggi si muovono su tre binari: lo sviluppo tecnologico (per una gestione innovativa della risorsa idrica a partire dai sistemi irrigui), la sensibilizzazione dal punto di vista culturale (pensiamo allo squilibrio che vede oggi nel mondo moltissimi vivere al di sotto della soglia minima di 40 litri giornalieri di consumo idrico prevista dall'Oms, mentre in Italia il consumo pro capite è di 217 litri) e infine l'infrastrutturazione del Paese. Si tratta, in quest'ultimo caso, di progettualità che vanno pianificate e programmate seriamente, come in Italia non si fa addirittura dai tempi della Cassa per il Mezzogiorno, quando si è pianificato, programmato e investito in un territorio che moriva di sete.

 

 

Parlando di meridione, nell'ultimo bollettino Anbi si parla ad oggi di una situazione difficile per quanto riguarda il Sud Italia sul fronte della siccità (“La conformazione allungata dell'Italia – ha scritto il direttore generale Massimo Gargano – favorisce un'errata percezione delle condizioni climatiche: se al Nord, stante la situazione che si va delineando, si prospetta una stagione estiva senza particolari apprensioni idriche, al Sud è già emergenza”). Com'è ad oggi il quadro?

 

 

Le piogge cadute nello scorso weekend su gran parte del Paese, seppur con intensità diverse, sono bastate a cambiare notevolmente il quadro idrologico lungo la Penisola, ribadendo i rischi dell'imprevedibilità climatica: dalla siccità alla minaccia idrogeologica. Diciamo che è sempre più evidente la necessità di infrastrutture idrauliche, che sappiano equilibrare la disponibilità d'acqua, calmierando i ricorrenti picchi estremi. In Sicilia in particolare, i territori più assetati non hanno beneficiato di una quantità di pioggia tale da riequilibrare il drammatico bilancio idrico negativo, maturato dopo 8 mesi di quasi totale aridità. Va però sottolineato che tali criticità si sono manifestate ben più tardi di quanto sarebbe successo in altri territori, nei quali la disponibilità d'acqua storicamente è stata sempre grande e proprio per questo non ci si è attrezzati con adeguati invasi, di cui oggi si sente la mancanza. Le opere, torno a dire, si possono fare, senza ideologie. Per tutelare la risorsa idrica bisogna poi, inevitabilmente, tutelare la montagna, combattere lo spopolamento delle terre alte, visto che il bacino imbrifero rimane ad oggi il più grande del Paese: i vantaggi conseguenti si registrerebbero poi anche sulla pianura.

 

 

Dopo le gravi difficoltà dello scorso anno, oggi siamo ancora a rischio siccità?

 

 

Siamo tutt'altro che fuori pericolo. Siamo fortemente a rischio proprio perché, come anticipato, manca quel manto nevoso che garantisca la tenuta. Il Lago di Garda ed il Lago Maggiore, per esempio, sono a buoni livelli (il Garda è vicino ai livelli massimi storici per il periodo), ma con l'inizio dei prelievi il Benaco potrebbe calare di una percentuale importante nel giro di pochi giorni. Pensiamo solo che in Italia abbiamo una capacità di trattenimento dell'acqua piovana pari all'11%, in Spagna arrivano al 45%. Dobbiamo invertire questa rotta, aumentando la nostra capacità di trattenimento e favorendo così anche la sicurezza e la resilienza del territorio. Il clima è cambiato: dobbiamo cambiare i nostri comportamenti e le nostre idee sul territorio. Personalmente credo che il rischio non sia finito nemmeno nel Nord del Paese: la lettura del dato è un conto, l'analisi tecnica è un altro. La risorsa idrica stessa va poi gestita in modo consapevole, utilizzandone la giusta quantità anche dal punto di vista irriguo, grazie al supporto di strumenti tecnologici come il sistema Irriframe da noi voluto ed oggi operativo in tutta Italia. Secondo le nostre stime, si potrebbe arrivare a risparmiare in questo modo dal 20 al 30% della risorsa. L'emergenza climatica non va gestita “in emergenza”: la parola chiave è prevenzione, sia tramite il consumo d'acqua sia, per quanto riguarda noi enti, con grandi opere e manutenzione ordinaria.

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