Aumento delle temperature e anche la semina cambia abitudini, quella dello storico fagiolo di Lamon si 'sposta' di quasi un mese: ''Puntiamo su semi resistenti''
L'agricoltura è il settore che più risente dei cambiamenti climatici (secondo il Censis, nel 2022 c'è stato un calo della produzione pari all'1,5%). A Lamon, il Consorzio per la tutela del fagiolo sta sperimentando delle tecniche di prevenzione e tutela del fagiolo e della biodiversità

BELLUNO. Negli ultimi dieci anni, i cambiamenti climatici hanno influito in modo non indifferente sulla produttività agricola bellunese, mettendo a dura prova i coltivatori locali.
Un aumento incontrollato delle temperature (soprattutto primaverili ed estive) che “ha sballato i periodi di semina e di raccolto”, spiega Tiziana Penco, presidente del Consorzio per la tutela del fagiolo di Lamon, una vera e propria eccellenza del territorio, peraltro a marchio Igp, tra i prodotti che più hanno sofferto – e stanno soffrendo – i mutamenti del clima.
Secondo la tradizione agricola, infatti, la semina veniva effettuata “ai primi di maggio – racconta – il 3 per l'esattezza, “l dì de Santa Cros”, un giorno dedicato proprio alla semina del fagiolo”.
Ora non più, il periodo è stato posticipato “a metà o a fine maggio – aggiunge – mentre in pianura, quindi a un'altitudine di 300 metri, gli associati seminano addirittura la prima settimana di giugno”.
Una condizione del tutto impensabile dieci anni fa, quando “chi seminava a giugno, non raccoglieva neanche”.
Col tempo, i coltivatori hanno imparato ad adattarsi, tarando il periodo di semina e di raccolto; “una cosa che si riesce a fare, conoscendo il territorio e la produzione”, afferma.
La Strada del Fagiolo raggruppa infatti diversi comuni della Valbelluna, lungo il Piave; “quelli più in quota – come Lamon, Sovramonte e San Gregorio – hanno già meno difficoltà ma, per ovvi motivi, al di là della taratura, non riusciamo a controllare questo fenomeno”.
Diventa quindi fondamentale l'intervento “della ricerca e delle nuove sperimentazioni”, afferma Penco, spiegando come queste “consentano di controllare l'arrivo di insetti che prima non arrivavano e la loro presenza massiccia”.
Il progetto Falares nasce proprio da questo, “da un'emergenza che ha messo a rischio la semente del fagiolo, un periodo (fine giugno 2012) caratterizzato da temperature altissime che hanno fatto arrivare dalla pianura afidi alati”, la principale causa di danneggiamento dei campi di fagioli.
Gli afidi alati, paragonabili a dei “pidocchi che, attraverso la proboscide, risucchiano la linfa nella pianta del fagiolo, trasmettono il virus Bcmv che fa ammalare la pianta”. Un'epidemia favorita dalle temperature climatiche caldissime e repentine che causa, inevitabilmente, delle forti perdite produttive ai coltivatori, mettendo a rischio la biodiversità.
Quale allora la soluzione? “Non c'è nessuna medicina, nessun antibiotico – spiega Penco – l'unica soluzione è la prevenzione: far sì che le piante di fagiolo diventino più resistenti”.
Una necessità partita dal basso, dai piccoli coltivatori che fanno parte del Consorzio: “per sei anni, abbiamo sperimentato in campo, partendo dai semi che si sono salvati dall'epidemia – racconta – pur essendo virosati, alcuni di questi si sono salvati”.
Questo significa che avevano sviluppato autonomamente una resistenza o una sorta di tolleranza alle virosi; una condizione che, in un certo senso, ha contribuito a rassicurare i coltivatori nell'ottica di un'eventuale altra epidemia di questo tipo.
Ora, dopo i risultati ottenuti con Falares, il Consorzio ha deciso di fare qualcosa in più: grazie ai bandi del Csr (Complemento regionale per lo sviluppo rurale) e alla collaborazione con le università di Padova, “per quanto riguarda la ricerca agronomica”, e di Udine, “per la parte genetica, a partire dal genoma delle nostre 5 varietà” – conclude la presidente, Penco – , si sta sviluppando “un progetto volto a creare i presupporti per la difesa dal virus, monitorando le aziende in pianura che hanno difficoltà a produrre il fagiolo”.
Un'ulteriore sperimentazione utile pertanto a capire se esiste “la possibilità, attraverso possibili incroci, di individuare il gene di resistenza alla siccità”.












