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Bolzano
06 agosto | 09:56

"I bacini artificiali non possono sostituire gli habitat degli specchi d'acqua alpini", lo studio sulle libellule: "Non è con nuovi siti antropizzati che si promuove la biodiversità"

Le libellule alpine non traggono beneficio dagli stagni artificiali: secondo Eurac "la creazione di stagni artificiali per promuovere la biodiversità, promossa anche nelle Alpi, appare una strategia discutibile. Vanno intensificati gli sforzi per proteggere gli habitat alpini naturali d’acqua dolce"

BOLZANO. Uno studio svolto in Alto Adige sulle comunità di libellule e damigelle, due sottordini di insetti appartenenti all’ordine degli odonati, dimostra che, ad altitudini elevate, i bacini artificiali non sono in grado di compensare la perdita di acque stagnanti naturali e paludi.

 

Lo studio è stato condotto in collaborazione con il Monitoraggio della Biodiversità Alto Adige e ha esaminato la fauna delle libellule e delle damigelle in acque naturali e artificiali a diverse altitudini.

 

È emerso che con l’aumentare dell’altitudine, le comunità di libellule in siti naturali e antropizzati si differenziano sempre più. Gli stagni artificiali al di sopra dei 1.600 metri non ospitano nessuna delle specie di libellule alpine presenti naturalmente a questa altitudine.

 

Al loro posto si insediano specie tipiche delle zone più basse. La creazione di stagni artificiali per promuovere la biodiversità, promossa anche nelle Alpi, appare quindi una strategia discutibile per queste altitudini, almeno per quanto riguarda le comunità di libellule. Gli autori dello studio chiedono quindi di intensificare gli sforzi per proteggere gli habitat alpini naturali d’acqua dolce. Allo studio hanno partecipato ricercatori di Eurac Research e delle università di Vienna, Würzburg e Marburg.

 

“Le libellule sono insetti a sangue freddo che trascorrono parte del loro ciclo vitale in acqua e parte sulla terraferma, per cui dipendono fortemente dalla temperatura e dalle condizioni specifiche dell’habitat”, spiega il biologo Felix Puff, autore principale dello studio. “Sono quindi un buon modello per lo studio delle comunità acquatiche alpine, minacciate dai cambiamenti climatici e dall’impatto umano”.

 

Per la rilevazione completa sono stati esaminati 28 corpi idrici naturali e 13 artificiali ad altitudini comprese tra 215 e 2.450 metri, 14 dei quali fanno parte del Monitoraggio della Biodiversità Alto Adige. Puff ha registrato le specie e la frequenza della loro presenza sul campo e ha combinato i risultati con le caratteristiche delle specie, ottenendo così un quadro dettagliato delle interazioni tra condizioni dell’habitat e caratteristiche funzionali delle libellule.

 

Nelle libellule, ad esempio, con l’aumentare dell’altitudine il colore diventa più scuro e le dimensioni del corpo aumentano; entrambi sono adattamenti alle condizioni climatiche più fredde che consentono agli insetti di assorbire più luce e immagazzinare più calore. Le damigelle, invece, non presentano questi adattamenti, motivo per cui sono meno frequenti negli habitat alpini più freddi. Questi risultati confermano e integrano le osservazioni fatte in studi condotti a livello continentale. Allo stesso tempo, questo è il primo studio che dimostra queste tendenze anche a livello locale lungo un gradiente altitudinale alpino.

 

Il confronto tra acque artificiali e naturali ha fornito interessanti spunti per la protezione della biodiversità. Nelle acque naturali, le comunità di libellule cambiano notevolmente con l’aumentare dell’altitudine e arrivano a essere composte da specie alpine specializzate; al contrario, negli stagni e nei laghi artificiali ad alta quota si trovano specie che in realtà vivono anche a quote più basse, perlopiù specie considerate generaliste, che tollerano le condizioni più disparate. Le specie alpine erano completamente assenti nei corpi idrici artificiali al di sopra dei 1.600 metri.

 

“Le specie alpine non sono in grado di utilizzare questi corpi idrici artificiali”, afferma Puff: “Queste specie hanno esigenze più complesse in termini di habitat”. Il fatto che i corpi idrici antropizzati non siano adatti alle specialiste alpine potrebbe essere correlato, tra l’altro, alle sponde con vegetazione poco sviluppata e al livello dell’acqua che oscilla indipendentemente dai cicli naturali. Questo risultato contraddice l’idea che i corpi idrici artificiali possano costituire habitat sostitutivi per le specie i cui habitat naturali si stanno prosciugando a causa del deterioramento ecologico causato dal cambiamento climatico e da interventi umani.

 

Felix Puff ha condotto questa ricerca come tesi di master all’Università di Vienna, sotto la supervisione del professor Christian Schulze e di Elia Guariento di Eurac Research. Lo studio è stato pubblicato sulla rinomata rivista Global Ecology and Conservation.

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