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Trento
17 settembre | 11:32

Il caso dell'orsa Kj1 arriva alla Corte Europea dei Diritti dell'Uomo: "Non discutiamo la gestione della fauna selvatica, ma il Trentino ha aggirato la decisione del giudice"

Lndc Animal Protection chiede alla Corte Europea di accertare se lo Stato italiano abbia garantito un accesso effettivo alla giustizia nella vicenda dell'orsa Kj1, uccisa lo scorso 30 luglio 2024 nonostante due provvedimenti cautelari favorevoli ottenuti dall'associazione animalista

Il caso dell'orsa Kj1 arriva alla Corte Europea dei Diritti dell'Uomo
di Redazione

TRENTO. "Un giudice aveva sospeso l'uccisione di Kj1. Poche ore dopo, l'orsa era comunque morta a seguito di un nuovo ordine di abbattimento".

 

È questo il cuore del caso che Lndc Animal Protection ha deciso di portare davanti alla Corte Europea dei Diritti dell'Uomo (Cedu) di Strasburgo, con un ricorso che secondo l'associazione animalista non riguarda la gestione faunistica in sé, ma qualcosa di più radicale: "Il diritto di ogni cittadino e di ogni associazione a una tutela giurisdizionale che non resti lettera morta". 

 

Tutto ha inizio il 16 luglio 2024, quando il presidente della Provincia autonoma di Trento ordina l’uccisione dell’orso coinvolto in un incidente con un turista a Ceniga, nel Comune di Dro. Lndc Animal Protection impugna immediatamente il provvedimento e il Presidente del Trga di Trento lo sospende. La Provincia revoca l'ordinanza e ne adotta una seconda, identificando l'esemplare nell'orsa Kj1: anche questa viene sospesa dal giudice, che evidenzia come le alternative all'uccisione non fossero state adeguatamente valutate. Il 29 luglio, in tarda serata, la Provincia adotta un terzo provvedimento, di tipo diverso ma con lo stesso obiettivo. Lndc Animal Protection deposita nuovi motivi e una nuova richiesta cautelare nel cuore della notte ma, nelle ore immediatamente successive, prima che il giudice possa esaminarla, Kj1 viene uccisa.

 

Il percorso giudiziario si chiude con il rigetto, sia in primo grado che in appello, delle richieste dell’associazione: i tribunali dichiarano improcedibile la richiesta di annullamento, poiché il provvedimento risultava ormai eseguito, e respingono la richiesta di risarcimento. Con la sentenza del Consiglio di Stato del 13 maggio 2026 si esaurisce la via giudiziaria italiana.

 

È a questo punto che Lndc Animal Protection decide di rivolgersi alla Corte di Strasburgo, sostenendo che la sequenza di revoca e riedizione dei provvedimenti abbia di fatto svuotato di significato le misure cautelari ottenute, in violazione dell'articolo 6 della Convenzione Europea dei Diritti dell'Uomo, che garantisce il diritto a un processo equo, e dell'articolo 13, che tutela il diritto a un ricorso effettivo. L’appello rivolto a Strasburgo richiama precedenti della stessa Corte Europea, secondo cui un'amministrazione che rende irreversibile una situazione nonostante un provvedimento cautelare vincolante priva il cittadino della possibilità di un esame giudiziale effettivo della propria richiesta.

 

"Non stiamo chiedendo alla Corte di rimettere in discussione le scelte di gestione della fauna selvatica, ma qualcosa di molto più semplice e allo stesso tempo fondamentale: che una decisione di un giudice non possa essere aggirata nel giro di poche ore da chi quella decisione avrebbe dovuto rispettarla", dichiarano gli avvocati Michele Pezone e Paolo Letrari, che hanno curato il ricorso alla Cedu. "Se un'amministrazione può neutralizzare un provvedimento cautelare semplicemente revocando e riadottando lo stesso atto con un titolo diverso, allora la tutela cautelare non serve a nulla, e con essa perde significato l'intero accesso alla giustizia".

 

Lndc Animal Protection ricorda che "il caso di Kj1 non è isolato, ma rappresenta l'ennesimo episodio in cui la tutela accordata dai giudici amministrativi agli animali e a chi ne difende i diritti viene, nei fatti, resa inefficace prima ancora di poter essere confermata nel merito".

 

"Abbiamo il dovere di continuare a batterci non solo per gli animali di oggi, ma anche per quelli che verranno", afferma Piera Rosati, Presidente Lndc Animal Protection. "Se il sistema di giustizia amministrativa italiano non è in grado di garantire che una misura cautelare venga davvero rispettata, allora è giusto che sia una Corte internazionale a stabilirlo. Continueremo a percorrere ogni strada possibile, in Italia e in Europa, perché la tutela degli animali non resti una promessa scritta sulla carta".

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