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Ex Sloi, rifiuti a cielo aperto. Biasioli: "Con i privati li porteremo via". E per il recupero dell'area? "Tempi lunghi, il piombo tetraetile se sollevato è ancora molto pericoloso"

La segnalazione l'ha fatta sulla piattaforma Partecipa/ilDolomiti il "cronista" Alessandro Navarini e subito alcuni rifiuti sono stati accumulati. Con il vicesindaco abbiamo provato a fare il punto sulla situazione e cercato di ricostruire l'annosa vicenda della "fabbrica dei veleni": "Per bonificare bisognerebbe portare via 10 ettari di terreno inquinato"

I rifiuti in via Lavisotto
Di Luca Pianesi e Raffaele Dalledonne - 11 febbraio 2017 - 08:34

TRENTO. La segnalazione ce l'ha fatta Alessandro Navarini tramite la piattaforma Partecipa/ilDolomiti che permette a voi lettori di diventare parte attiva del processo di formazione della notizia. A voi l'onere di lanciarci l'input giusto da andare ad approfondire a noi l'onore di indagare per voi andando a caccia di risposte. E settimanalmente (almeno in questa prima fase, poi verranno prese in considerazione le proposte più votate) cercheremo di approfondirne una. Alessandro ha postato la foto dell'area ex Sloi, titolo "Discarica a cielo aperto in via Maccani". 

 

L'immagine postata sulla piattaforma Partecipa da Navarini

 

E ieri (dopo che la sua proposta ha circolato su Facebook) ha aggiunto che sono stati raccolti e accumulati. Ci siamo stati ed effettivamente abbiamo documentato che nella zona più a sud dell'area sono ammassati montagne di sacchi azzurri pieni di detriti, pietre, sporcizia varia e poi copertoni e rifiuti di ogni tipo. Sparsi tra i campi bottiglie rotte, vetri, materiali di plastica e dietro a dei new jersey, in fondo a via Lavisotto, ecco spuntare stracci, vestiti, lattine, un fornelletto.

 

I sacchi blu così com'erano ieri dopo la segnalazione di Alessandro

 

Insomma, la discarica a cielo aperto c'è ancora, nonostante qualcosa si sia fatto dopo la segnalazione di Alessandro. Abbiamo chiesto al vicesindaco Biasioli lumi sulla vicenda visto che da sempre segue l'iter che riguarda l'area ex Sloi. "Quelli sono terreni privati ma ci adopereremo per chiedere di rimuovere sporcizie e rifiuti come abbiamo sempre fatto - commenta il vicesindaco - perché va detto che i privati si sono sempre dimostrati molto disponibili e ragionevoli. Con loro abbiamo fatto l'operazione di pulizia dell'area, a giugno 2016. E' stata un intervento importante. In mezzo alla vegetazione che ricopriva i terreni, tra gli alberi, infatti, vivevano persone senza fissa dimora in stato di pericolo, prima di tutto per loro. Erano quasi tutti rumeni che vivevano di elemosina che, ciclicamente, sgomberavamo. Loro sceglievano di tornare in Romania e poi, dopo poche settimane ce li ritrovavamo qui a ricostruire le loro baracche. Paradossalmente è proprio l'elemosina fatta per strada a queste persone ad aumentare il problema. Come giunta, infatti, ci raccomandiamo sempre di non farla. Donare è una cosa bellissima e giustissima ma ci sono i canali ufficiali per farlo, ci sono gli Iban dell'amministrazione e le associazioni che si occupano di gestire l'assistenza".

 

Fatto sta che dopo l'abbattimento degli alberi il problema baraccopoli si è risolto ma quello dei rifiuti no. Lattine di birra, vestiti, copertoni, bottiglie vuote e tanti sacchi accatastati stanno lì a "sporcare" un paesaggio già "sporcato" dai ruderi di una fabbrica che tanto male ha fatto a Trento e tanto più male stava per fare. La Sloi arrivò nel capoluogo trentino nel 1939 (la società era nata nel '35 a Ravenna) per la sua posizione strategica dovuta alla vicinanza con la Germania e il Brennero. La Sloi era l’unica fabbrica in tutta Europa e la seconda al mondo, in grado di produrre piombo tetraetile, utilizzato come antidetonante da aggiungere alla benzina degli aerei da guerra.

 

Ex Sloi, tra rifiuti e terreno contaminato

Nel 1942 si iniziarono a vedere i primi danni causati dalle materie inorganiche emesse nell’aria. Alcuni contadini trentini che vivevano nel quartiere di Campotrentino si accorsero che i fumi provocati dalla Sloi distruggevano i loro raccolti. Tredici di questi fecero causa all'azienda, la vinsero e vennero risarciti del danno da loro subito. Al termine della guerra la produzione proseguì per usi civili nel settore petrolifero, sempre producendo piombo, ma per le automobili. Poi arrivarono la nube di cloro che andò a ricoprire gran parte del quartiere di Cristo Re e di Campotrentino e che portò al ricovero di molte persone, la petizione del '59 firmata da 1007 persone diretta all'allora sindaco di Trento, Nilo Piccoli, dove la popolazione si lamentava per "le esalazioni tossiche provenienti dalla fabbrica". Nel '69 alcuni operai della Sloi si presentarono davanti al palazzo della regione per protestare. Lo slogan era: "In ogni litro di benzina c'è un po' della nostra salute e noi moriamo, perché siamo costretti a lavorare in un ambiente nocivo".

 

Nel tempo ci si è accorti che la produzione del piombo tetraetile era nociva per la salute umana in quanto provocava il saturnismo (con conseguenze come anemia, coliche addominali, paralisi, disturbi nervosi e attacchi epilettiformi) e inquinava, in maniera molto persistente, anche l’ambiente. La fabbrica non aveva sistemi di sicurezza per lo scarico del materiale nocivo e nel luglio del '78 bastò un normale temporale estivo e l'ingresso dell'acqua nel capannone per dare il via a una serie di esplosioni devastanti. Gli oltre 300 quintali di sodio contenuti nei fusti al contatto con l'acqua, infatti, si infiammarono. Dall'incidente scaturì una nube tossica e finirono all'ospedale circa 30 persone e gli abitanti di Gardolo, Roncafort e Martignano si diedero alla fuga. Le fiamme per fortuna non intaccarono il piombo. Gli esperti assicurano che nel caso fosse successo, si sarebbe verificata una vera e propria catastrofe ambientale tra Trento e Rovereto (andando ad intaccare anche il fiume Adige). Ma fu difficilissimo sedare l'incendio e dato che non era possibile utilizzare l'acqua, i vigili del fuoco furono costretti a servirsi di circa 300 tonnellate di cemento l'unica materia che poteva arrestare lentamente la combustione del sodio.

 

Dopo questo tragico evento il sindaco di Trento, Giorgio Tononi, decise di dire basta, emise un decreto per la chiusura della Sloi e la procura della repubblica ne ordinò il sequestro. Nel libro di Gianni Zotta Le fabbriche di Trento è riportato il virgolettato di don Mario Baldessari parroco di Cristo Re dal '68 al '77 che ricordava come "nessuno di faceva mistero che quella fabbrica fosse altamente inquinante. Tante volte accadeva che mentre ero a scuola, arrivava una telefonata che avvertiva di non lasciare uscire i ragazzi e di chiudere bene porte e finestre perché era scappata una nube tossica alla Sloi". Oggi quello che resta della fabbrica, nota come "fabbrica dei veleni", si colloca in un'area con un elevato tasso di inquinamento. Tre anni fa, nel 2014, l'associazione Trento Attiva stimava che ci sarebbero ancora 180 tonnellate di piombo tetraetile nel terreno sottostante alla fabbrica, inquinato per una profondità di 15 metri e sotto di questo, separato da un sottile strato di argilla di 20 centimetri, si trova la falda acquifera dell'Adige.

 

"Certamente non potremo mai ringraziare abbastanza l'ex sindaco Tononi - prosegue Biasioli - che l'ha fatta chiudere e s'è anche dovuto sobbarcare un processo per danni portato avanti dall'azienda fino al 1999. Vent'anni dopo la giustizia ha dato ragione all'ex sindaco. Il tema dell'ex Sloi resta uno dei capitoli aperti della nostra città e che penso non si chiuderà in tempi rapidi visto che è uno dei casi più complessi a livello mondiale. Il fatto è che il piombo tetraetile se resta nel terreno non è dannoso per l'uomo ma se viene sollevato, essendo molto volatile, può diventare estremamente pericoloso. Ora spetta ai privati procedere alla bonifica delle aree. So che hanno presentato un progetto al ministero dell'ambiente e fatto diverse riunioni, ma l'iter è molto complesso anche se gli strumenti per bonificare in sicurezza oggi esistono. Cosa si dovrebbe fare? Portare via, fisicamente, almeno 10 ettari di terreno inquinato scavando per svariati metri. Insomma un'operazione davvero imponente".  

 

Si parla di una serie di interventi quantificabili in almeno 100 milioni di euro. Nel maggio 2015, dopo che i vari proprietari hanno precedentemente accordato assieme alla provincia (essendo superiore all'ettaro di dimensioni la competenza spetta alla Provincia anche se il Comune è ovviamente parte in causa informata e interessata) il recupero dell'area, sono cominciati i lavori per l'abbattimento dell'areale dell'azienda, i capannoni della casa direzionale, il laboratorio chimico, la cabina elettrica, l'infermeria e gli spogliatoi, lasciando solamente integra la torre piezometrica e il palazzo centrale. "Si procede con i lavori all'interno - spiega ancora il vicesindaco di Trento Biasioli - stanno smantellando l'edificio e recuperando l'amianto. Poi, nel 2016 si è proceduto al taglio delle piante e ai controlli del terreno e delle foglie ma quel che possiamo fare, in attesa di sviluppi, è certamente garantire almeno il decoro dell'area. Per quanto riguarda il Comune, noi possiamo emanare delle ordinanze verso i privati ma, devo dire, si sono dimostrati sempre molto disponibili e quindi, anche grazie alla vostra segnalazione, penso potremo intervenire senza entrare in conflitto". E allora grazie a Alessandro Navarini per la segnalazione e continuate così.

  

  

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