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''Tutto quello che avete fatto a uno solo di questi miei fratelli più piccoli, l'avete fatto a me'', come mettere in pratica questo amore al prossimo e al Padre?

Questo lungo discorso di Gesù si trova solamente nel vangelo secondo Matteo, il quale scrive per una comunità cristiana ancora fortemente legata al giudaismo. Non stupirà, quindi, notare che lo schema utilizzato dall'evangelista riprende quelli classici dell'apocalittica ebraica
DAL BLOG
Di Alessandro Anderle - 22 novembre 2020

Laureato in Filosofia e laureando in Scienze Religiose. Insegno Pluralismo e dialogo fra le religioni,

Mt 25,31-46 In quel tempo Gesù disse alle folle: Quando il Figlio dell'uomo verrà nella sua gloria, e tutti gli angeli con lui, siederà sul trono della sua gloria. Davanti a lui verranno radunati tutti i popoli. Egli separerà gli uni dagli altri, come il pastore separa le pecore dalle capre, e porrà le pecore alla sua destra e le capre alla sinistra. Allora il re dirà a quelli che saranno alla sua destra: «Venite, benedetti del Padre mio, ricevete in eredità il regno preparato per voi fin dalla creazione del mondo, perché ho avuto fame e mi avete dato da mangiare, ho avuto sete e mi avete dato da bere, ero straniero e mi avete accolto, nudo e mi avete vestito, malato e mi avete visitato, ero in carcere e siete venuti a trovarmi». Allora i giusti gli risponderanno: «Signore, quando ti abbiamo visto affamato e ti abbiamo dato da mangiare, o assetato e ti abbiamo dato da bere? Quando mai ti abbiamo visto straniero e ti abbiamo accolto, o nudo e ti abbiamo vestito? Quando mai ti abbiamo visto malato o in carcere e siamo venuti a visitarti?». E il re risponderà loro: «In verità io vi dico: tutto quello che avete fatto a uno solo di questi miei fratelli più piccoli, l'avete fatto a me». Poi dirà anche a quelli che saranno alla sinistra: «Via, lontano da me, maledetti, nel fuoco eterno, preparato per il diavolo e per i suoi angeli, perché ho avuto fame e non mi avete dato da mangiare, ho avuto sete e non mi avete dato da bere, ero straniero e non mi avete accolto, nudo e non mi avete vestito, malato e in carcere e non mi avete visitato». Anch'essi allora risponderanno: «Signore, quando ti abbiamo visto affamato o assetato o straniero o nudo o malato o in carcere, e non ti abbiamo servito?». Allora egli risponderà loro: «In verità io vi dico: tutto quello che non avete fatto a uno solo di questi più piccoli, non l'avete fatto a me». E se ne andranno: questi al supplizio eterno, i giusti invece alla vita eterna».

 

Questo lungo discorso di Gesù si trova solamente nel vangelo secondo Matteo, il quale scrive per una comunità cristiana ancora fortemente legata al giudaismo. Non stupirà, quindi, notare che lo schema utilizzato dall'evangelista riprende quelli classici dell'apocalittica ebraica – si noti, in particolare, la profezia di stampo apocalittico che si trova nel capitolo settimo del profeta Daniele. Apocalisse, dal greco apokálypsis, significa letteralmente “togliere ciò che copre, dis-velare”: è la definitività della rivelazione.

 

Che cosa rivela, in modo definitivo, Gesù in questo discorso? In realtà, se così si può dire, nulla di nuovo. Egli ha già illustrato, nella sua vita e, con la crocifissione, anche con la sua vita, che il comandamento supremo è quello di amare il prossimo e di amare il Padre. Ora, però, compie una declinazione pragmatica di quanto ha annunciato. Come mettere in pratica questo amore al prossimo e al Padre? È possibile amare il prossimo senza amare Dio e, viceversa, è possibile amare Dio senza amare il prossimo? La risposta a queste domande, nel discorso di Gesù, emerge per tutti i cristiani.

 

L'identificazione fra Gesù e coloro che non hanno nulla e non hanno nessuno in questa narrazione è totale. «L'identificazione del Figlio dell'uomo con i fratelli più piccoli, nell'atto stesso del giudizio, corrisponde alla sensibilità del Gesù della storia, il quale rivolgeva la sua attenzione premurosa soprattutto verso i poveri e gli emarginati» (A. Poppi).

 

Se le parole del Messia sono trasparenti nella loro semplicità, nella loro immediatezza, non sembrano altrettanto banali da mettere in pratica nel quotidiano. Esporsi all'altro spaventa, lasciarci toccare fa paura. Ma non è forse proprio questo il senso, la forza che risiede in questa Parola viva? La paura, che trova il suo falso antidoto in una formalità disumanizzante, burocratica e giuridica, è un sentimento del tutto normale. Eppure, sembra dirci Gesù, questa paura si supera solamente con l'avvicinarsi a ciò che mi spaventa, nel farsi prossimo a coloro che versano in condizioni di reale necessità, assoluta solitudine, perché in ognuno di loro si rileva il volto di Cristo: «tutto quello che avete fatto a uno solo di questi miei fratelli più piccoli, l'avete fatto a me».

 

Questa pratica, come qualsiasi cosa si “faccia” veramente, presenta dei rischi. D'altra parte, evitare questo rischio significa non esporsi mai e, allo stesso tempo, non comprendersi mai. Questo modo di con-formare la propria esistenza alle parole di Gesù è tutt'altro che buonismo, anzi esso è il vero antidoto al buonismo, da una parte, e all'indifferenza dall'altra. Solamente esponendosi, aprendosi a questo altro che è radicalmente solo, si può acquisire la capacità di discernere, che è una forma di saggezza. Come sarebbe possibile, altrimenti, cercare di comprendere il tutt'Altro che chiamiamo Dio, se non ci si lascia toccare dall'altro uomo? Da quell'altro in cui va trovato il Volto di Cristo? «Quando ti vedemmo forestiero e ti accogliemmo, o nudo e ti vestimmo?»

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