Un film da gustare attimo per attimo: "Il bene comune" di Rocco Papaleo lascia un'impronta e una traccia

Ribelle quanto basta amo gli animali e in particolare i gatti. Inseguo sempre i miei sogni come quello di scrivere e da sempre racconto storie spesso e volentieri di mici e micie.
Non esiste un filo conduttore. Non esiste una regola che mi porta a decidere di scrivere su un film o meno. E' soltanto l'emozione.
Quello che provo quando lo vedo, e soprattutto se mi lascia dentro un'impronta, una traccia. Qualcosa di quella sottile sensazione di bellezza, di poesia, di dolcezza che ti permea quando sei davanti a un quid che senti particolarmente prezioso per la tua anima.
"Il bene comune". Rocco Papaleo. Classe 1958. Calabrese. Faccia da impunito, come diceva il mio papà. Comincia con il teatro e poi si vota al cinema con varie interpretazioni, fra i quali film di Pieraccioni e Veronesi.
Nel 2010 la sua fama va alle stelle con la regia di Basilicata coast to coast, con il quale riceve due David di Donatello, un Nastro d'argento e un Globo d'oro. In questo suo ultimo film, appunto, "Il bene comune", è attore e regista al tempo stesso.
Un affresco corale e prezioso su sentimenti che spesso, forse, abbiamo dimenticato, l'altruismo, l'empatia, la dolcezza e perché no...una certa dose di sana ironia che lo rende profondo e leggero al tempo stesso. Se potessi azzardare...anche se non sono ovviamente una critica cinematografica, per la sua potenza emotiva lo potrei avvicinare a "Diamanti ", co-scritto e diretto da Ferzan Özpetek nel 2024, che mi aveva colpito nella medesima maniera. Il racconto fuori campo è qui assolutamente centrale.
Ogni personaggio, e parliamo di un cast d'eccezione, da Vanessa Scalera a Claudia Pandolfi e Teresa Saponangelo e molti altri, appare davvero tanto tanto vero, reale, umano, con tutte le sue fragilità, mentre si dipana la sua peculiare vicenda.
"Ognuno di noi è diventato una bella storia da raccontare". Così dice Rocco, alias Biagio, in una delle scene finali, e questo...ti resta dentro.
Come una sorta di metafora parlante sull'esistenza e sulle sue stranezze...La vita è curiosa...e mai come in queste vicende, che si intrecciano sornione in un sapiente flash back, ciò salta fuori in maniera lampante.
Ognuno di noi è un microcosmo complesso e sfaccettato, e quanto questo sia vero emerge prepotentemente dal racconto di Biagio, che fa da menestrello cantastorie.
Noi siamo fatti di tante tante cose, innumerevoli, sentimenti, passioni, sensazioni e sconfitte. Un caleidoscopio di colori, a volte scuri ma anche vividi e cangianti.
E soltanto raccontandoci, analizzando le vicissitudini della nostra vita che ci hanno portato a diventare quello che siamo, che gli altri ci possono comprendere. Emerge prepotente l'incoraggiamento alla resilienza, alla forza inarrestabile che l'animo umano tira fuori quando si trova in pericolo...ma , soprattutto, spicca la solidarietà. La condivisione, il sostegno e la disponibilità reciproca sono una parte saliente e preziosa del messaggio che il nostro Biagio ci vuole lasciare, con la sua disincantata e disinvolta ironia. Anche quando racconta se stesso non perde mai il suo pungente sarcasmo. Anzi.
E le storie sono tali...che potrebbero tranquillamente riguardare ognuno di coloro che le sta guardando nel buio della sala. E' appunto così che ti cattura.
Nella stessa misura in cui rimani incantato dallo splendore assoluto dei paesaggi che accompagnano il dipanarsi di questa pellicola, ambientata fra Basilicata e Calabria, dove le scene girate al parco del Pollino ammaliano.
Senza fine. E l'estrazione musicale di Papaleo emerge potente nelle note incalzanti, nelle sue canzoni che accompagnano i monologhi in stile teatrale. Si sa...la musica è vita.
E qui lo si percepisce davvero...Insomma...un film da gustare attimo per attimo, nella perduta illusione che, magari, un mondo migliore possa ancora esistere.
E che, forse, nel nostro piccolo, noi possiamo contribuire a renderlo tale. "Certe ferite...si curano solo raccontandole".












