Dall'arco e le frecce per "combattere" i cinghiali alla ''remigrazione'' degli orsi: citofonare Vannacci (a torso nudo)

Giornalista, ha lavorato per Alto Adige, Gazzettino e Trentino
“La freccia è l'intenzione che si proietta nello spazio. Una volta che è stata scoccata, non c'è più nulla che l'arciere possa fare, tranne osservarne la traiettoria in direzione del bersaglio”. Così Paulo Coelho, scrittore che nel 2011 raccontò “Il cammino dell’arco” badando più ad indicare come superare le difficoltà quotidiane (attraverso la concentrazione) che alle tecniche di tiro.
Ma se “L’intenzione che si proietta nello spazio” viene applicata alla recente pensata di un assessore provinciale che non si scompone per nulla all’idea di “far fuori” i cinghiali (in eccesso) con le frecce? Beh, ecco un prevedibile quarantotto di polemiche. Le polemiche che fanno guadagnare al Trentino le prime pagine nazionali (ma non c’è da festeggiare).
E dunque – per altro siamo solo all’inizio – ecco i militanti animalisti esterrefatti e sul piede di guerra. Ecco i politicanti che non le mandano a dire anche se generalmente hanno poco o nulla da argomentare. Ecco (per fortuna) tante persone per così dire “semplici” che “semplicemente” si scandalizzano. Ma anche – al contrario – ecco esperti certificati in materia di fauna e dintorni che non solo approvano la trovata dell’assessore Failoni ma, di più, quasi lo santificano. Come? In base ad una curiosa filosofia che recita più o meno così: “Se morte deve essere (per l’animale) meglio una freccia che una pallottola”. Perché? Perché sì, il cinghiale schiatta ma con il sibilo al posto dello sparo pare non ci sarò disturbo degli altri animali. Bingo.
Sarà difficile che il cinghiale esprima un suo punto di vista sulla teoria, ma se lo facesse e dicesse “beh, allora abbattete i fringuelli con la cerbottana o con la fionda” chi potrebbe contestarlo?
Sul fatto che in Trentino i cinghiali siano un problemino mica da poco c’è poco da disquisire. Sono tanti: troppi. Sono affamati: tanto. Dove passano, danneggiano. E se non bastassero le colture agricole devastate, a carico dell’animale immusonito pare vada segnato anche il rischio di diffusione della “peste suina africana”.
Insomma, la necessità di “contenimento” dei cinghiali, l’obbligo di “controllare” la specie, è tutt’altro che criticabile se solo si è dotati di buon senso.
Ma un conto è la “selezione” e un altro conto è lo strumento di selezione. L’arco e le frecce, appunto. Battezzare la legge di Failoni come “Legge Robin Hood” (con un paragone che fa un po' torto ad un personaggio amato e positivo), richiamare il Medioevo: tutti strali leciti (seppur scarsi in fantasia). Chi si scaglia contro la Provincia di Trento e contro il suo assessore meno incline al dubbio sembra appena all’inizio di una battaglia controfirmata dalle associazioni animaliste più note in nome della “lotta alla crudeltà”. Chi, dall’altra parte, non trova nelle frecce ammazza cinghiali nulla di strano, propone beatamente di guardare oltre l’ombelico del Trentino, indicando nazioni estere e regioni italiane dove il “controllo mirato” con l’arco e le frecce è in atto da tempo, con successo e senza barricate.
Si sarà. Ma se si spostasse il tiro (l’argomento permette il frizzo) su questioni fin qui poco praticate nelle cronache scatenate dalla “sperimentazione” che dovrebbe partire l’anno prossimo? Se ne facessimo, ad esempio, un tema di contraddizione culturale? Si vive un’epoca di tecnologia spinta (che sta spingendo l’umanità verso un burrone). Già parlare di cannoni in tempi di droni (letali più dei cannoni) pare un anacronismo allo stato impotente. Ma passare dallo sparo al sibilo, dal fucile alla freccia, rappresenta per l’immaginario comune un salto all’indietro. Un salto così inimmaginabile da apparire come una barzelletta (poco comica). Tragica, ma pur sempre barzelletta.
Avrà un bel tentare, Failoni, nel perorare le tesi scientificamente benevole dell’Ispra: gli esperti dell’Istituto Superiore per la ricerca eccetera. Quando Failoni si incaponirà con sicumera su arco e frecce, anche chi non si è mai interessato al “problema caccia” avrà probabilmente un moto di stizza.
Senza però impelagarsi nella letteratura o nel romanticismo, proviamo infine a restare sul pezzo. Nel merito, dunque. Si assicura – lo giurano Failoni e tutti i favorevoli – che dal 2027 non ci saranno orde di cacciatori che si caricano in spalla l’arco al posto delle doppiette, magari vestiti come bardi due punto zero. Si sa che gli arcieri anti cinghiali saranno pochi, iper controllati, che un corso accurato li trasformerà in campioni della mira. Che insomma nulla sarà lasciato al “caso” o a quel presappochismo che a volte ha fatto scambiare gli uomini per cervi o caprioli.
Eppure basta girovagare tra internet e quell’intelligenza artificiale che ha risposte per tutto (a volte utili) per accorgersi che molto potrebbe non filare liscio nell’eventuale battuta di selezione del cinghiale. Nel tiro con l’arco a 25 metri, quando si punta un bersaglio fisso e non un cinghiale “mobile” con i punti disegnati sulla pellaccia, il margine di errore è di 30 centimetri.
Occhio, si parla di bersaglio fisso e di campioni della faretra. Colpire un bersaglio in movimento (non ce li vediamo i cinghiali statuari e immolati senza reazione al martirio) richiede di calcolare l’anticipo. L’errore, che è dietro l’angolo, dipende dall’ inclinazione dell’arco. Se il bersaglio si sposta a distanze diverse o se si trova in pendenza, anche un minimo errore di inclinazione dell’arco sposta la freccia molto lontano dal centro. Ragionando sul fatto che il centro (del cinghiale) significa morte “serena” (si fa per dire) o sofferenza (indicibile), fate voi.
Ma mica è finita. Incideranno sull’opzione “morte tranquilla o calvario” anche il tremolio dell’arciere, il rilascio impreciso della freccia, la direzione del vento, il mirino non regolato per la distanza esatta, le frecce non adatte alla potenza dell’arco e una miriade di altre “condizioni” che qui sarebbe lungo elencare ma che ognuno può consultare. E consultando ci si imbatte anche nelle tipologie degli archi da caccia – modello compound, che sembrano tutto meno che un arco ma fanno tanto “futuro”. Ma ci si imbatte anche in decine di tutorial dove gli arcieri cacciatori ti spiegano come un gomito un po’ più alto o un po’ più basso (nulla a che vedere con l’alcol) determinano una freccia che punta il cuore ma finisce altrove nel corpo dell’animale (viva l’agonia).
C’è da fidarsi? Gli arcieri da caccia diventeranno con qualche mese di corso degli infallibili che una volta smesso di mirare al cinghiale ritroveremo sul podio olimpico? Chi vivrà vedrà. Certo che per i cinghiali crepare “sparati” oppure infilzati non deve essere un quesito allettante. Per chi, invece, si sta appassionando alla diatriba dei pro (pochi) e dei contro (tanti) suggeriamo di suggerire a Failoni altre pensate estemporanee. L’orso ad esempio. Sparargli è brutto (seppur a volte inevitabile). Scagliarli contro una freccia gli farebbe forse il solletico. Perché non provare a convincerlo ad emigrare o, meglio, a “remigrare” da dove è venuto? Se San Francesco fosse indisponibile, Vannacci (a torso nudo) non si tirerebbe indietro.












