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Dopo aver smantellato il sistema dell'accoglienza oggi anche la Lega ne scopre l'importanza: la guerra è privazione e chi è più fortunato deve fare la sua parte

Tonina e Kaswalder sabato in piazza sembravano seri, sconvolti alla pari di tutti quelli che manifestavano. Se così è, forse per loro (e per la giunta provinciale) c’è un’occasione di riabilitare la coerenza rara tra parole, sentimenti e fatti. Un amministratore non può aver bisogno di una guerra “vicina” per capire che la guerra è privazione inenarrabile anche quando si non si chiama guerra ma carestia, clima impazzito, prigionia, negazione di diritti basilari
DAL BLOG
Di Carmine Ragozzino - 01 marzo 2022

Giornalista, ha lavorato per Alto Adige, Gazzettino e Trentino

C’ero. C’ero con l’imbarazzo dell’impotenza e con la sensazione scomoda di una solidarietà obbligatoria ma sempre drammaticamente in ritardo. Ero in piazza sabato nella manifestazione per gli ucraini. Con gli ucraini. Ci sarò ancora quando e se servirà. Mi hanno commosso i volti provati delle donne alcune delle quali da decenni nel nostro Paese al fianco dei nostri vecchi, tutto meno che straniere. Ho imparato quanto le lacrime silenziose valgono più delle parole. Ho ragionato su quanto valgono quelle parole semplici e nobili che il nostro quotidiano da privilegiati ha reso scontate o perfino masochisticamente retoriche: pace, libertà, rispetto, fratellanza. Ho capito quanto sia confortante la preghiera per chi crede che Dio sia giusto “nonostante”.

 

Ho applaudito a tutti quelli che si sono alternati al microfono ascoltando quel che già sapevo. Esserci: purtroppo non ci è concesso altro che esserci. Ma bisogna esserci: con rabbia, con angoscia ma anche con l’onestà di non essere disposti ad annacquare nell’indistinto momentaneo ed emozionale le differenze, gli ideali, i valori. Ho applaudito tutti e sono tornato alla mia fortuna immeritata: ma con un senso di disagio ancora più profondo. Dal microfono ho sentito – condiviso – concetti opinabili solo da chi ha una testa ma non un cervello: l’ingiustificabilità assoluta della guerra, l’imperativo dell’impegno personale e collettivo per aiutare milioni di senza colpa. Ho ascoltato senza pregiudizio (e mi costa, non me ne vergogno) anche coloro che dal palco hanno messo a nudo inconsapevolmente le loro terribili contraddizioni.

 

Non dubito – no davvero – che il vicepresidente della giunta provinciale e il presidente del consiglio provinciale fossero sul palco per testimoniare un loro sentire realmente solidale e per assicurare – così come sta accadendo – che la solidarietà delle istituzioni trentine si farà sempre più concreta. Sempre più intensa, visibile e condivisibile. E allora perché il mio malessere? Perché la solidarietà – la coscienza – non può accettare i distinguo dai quali conseguono scelte che della solidarietà hanno fatto e probabilmente faranno ancora strame. Oggi un popolo è sotto il tiro e di quel tiro mortale possiamo conoscere ogni attimo nella diretta totalizzante: la diretta della disperazione visibile e ancor più di quella immaginabile. Ma esiste un universo crescente di “non raccontati”, quelli che come e prima degli ucraini sono costretti a mettere in gioco la propria vita per continuare a vivere. Sono in Africa, nel Medioriente, nelle nevi afgane, nei deserti e in mezzo ad un mare tutt’altro che romantico. Sono anche in troppe lande europee devastate da conflitti ma dimenticate.

 

Non vedere in tempo reale le scie funeree dei razzi che si abbattono su villaggi sperduti piuttosto che sulle città rende forse la guerra qualcosa d’altro rispetto all’orrore ucraino che oggi ci inchioda alle nostre coscienze frustrate? I bambini privati di presente e di futuro al di là del Mediterraneo sono meno bambini se diventano orfani a piedi scalzi e senza un pelouche stretto al petto? Chi è in guerra con la fame e la sete è meno profugo, meno meritorio di aiuto? E ancora, chi non è bianco, non è “vicino di casa”, può mai essere un fastidio di una storia e di una geografia drammaticamente diseguale? Sempre più diseguale? Sul palco sabato c’erano due rappresentanti di un’Autonomia che in questi ultimi anni si è pervicacemente resa autonoma de una lettura più onesta del mondo. La Provincia ha smantellato il sistema dell’accoglienza confondendo ad arte (la propria, un po’ becera) il tanto di buono che può portare un’integrazione sana con il poco di cattivo di un’immigrazione sgovernata per alimentare paura e rifiuto.

 

Tonina e Kaswalder non risulta abbiano obiettato sulle scelte di retroguardia della maggioranza fugattiana di cui sono importanti esponenti. Eppure (lo ripeto senza alcuna ironia) i due “istituzionali” sabato non sono sembrati furbetti. Sembravano seri, sconvolti alla pari di tutti in quella piazza. Se così è, forse per loro (e per la giunta provinciale) c’è un’occasione di riabilitare la coerenza rara tra parole, sentimenti e fatti. Un amministratore non può aver bisogno di una guerra “vicina” per capire che la guerra è privazione inenarrabile anche quando si non si chiama guerra ma carestia, clima impazzito, prigionia, negazione di diritti basilari. Lo avranno capito nel momento in cui da quel microfono hanno proclamato un’umanità di cui fin qui non sono stati esattamente dei paladini? Vorrei sperare di sì. Vorrei sparare che la solidarietà non faccia classifiche di distanza o differenze di colore della pelle. Vorrei sperare che si misuri – come è ovvio – con le possibilità reali dell’accoglienza ma che non si nasconda dietro slogan falsi ed ipocriti per barricarsi nell’egoismo (spesso elettorale).

 

Oggi le immagini ci sbattono in faccia l’inimmaginabile e ci scuotiamo. C’è un mondo ingiusto, un mondo in fuga, che non vediamo o non vogliamo vedere. Ma c’è. E bussa alla stessa solidarietà che dobbiamo – certo che dobbiamo – agli ucraini in Ucraina e in Trentino.

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