Ecco Clown Family, quando la solidarietà ha il naso rosso

Giornalista, ha lavorato per Alto Adige, Gazzettino e Trentino
“Quando si ride ci si lascia andare, si è nudi, ci si scopre. Quando uno ride, vedi un po' la sua anima. E poi quando si ride ci si muove, ci si scuote. Ci si scuote come un albero e si lascia per terra le cose che gli altri possono vedere e magari cogliere. Gli avari e coloro che non hanno niente da offrire, infatti, non ridono.” La citazione è lunghetta. Ma vale la pena citare – tra i tanti che al sorriso hanno dedicato massime e minime importanti – Roberto Benigni. Sì, quel folletto senza età per il quale l’umorismo è solo l’involucro – irrinunciabile – della profondità d’animo.
Alla risata che non importa “quanto e come” un sodalizio ormai prossimo al decimo compleanno, Clown Family, dedica impegno, costanza e semplicissima ma dirompente creatività. Lo fa bazzicando gioiosamente i reparti pediatrici degli ospedali di Trento e Rovereto, le residenze per anziani, i centri per disabili, le case famiglia e altri luoghi. I posti dove i gesti, le smorfie e i colori valgono spesso più delle parole. Servono a ravvivare sentimenti. Nel contatto la spontaneità diventa facilmente collettiva. Ed è un gran bene.

Quelli di Clown Family – oggi sono una cinquantina di volontari dai 16 fino ai 70 anni – celebreranno il loro decimo compleanno con una festa al Casinò di Arco, sabato 21 dalle 18.30. Festa per loro – per chi li sostiene – e festa per la comunità. Vestono “classico” quelli di Clown Family. Vestono l’allegria dopo aver frequentato il corso che si conclude con la scelta del nome da clown e la consegna del naso, il segno distintivo che premia gli allenamenti utili ad imparare improvvisazione, fiducia, gestione delle emozioni, intesa e dimensione di gruppo. E' tutto quel che serve – ma non è poco – ad operare. A “servire”.
Il classico abbigliamento della simpatia è fatto di un “poco” (anche di un niente) che alla prova dei fatti si dimostra “tanto”: il naso rosso, appunto, e poi i bragoni. A volte i pigiamoni oltre misura e sgargianti, per sintonizzarsi ancor di più con quei bambini malati che lasciandosi andare a fiabe, storielle o filastrocche lasciano andare (almeno un poco) le loro paure.
Nasi rossi per i piccoli. Nasi rossi per gli adulti, per i più vecchi. Quelli che negli ospizi possono essere a volte schivi, distanti o timorosi (spesso soli in mezzo a tanti) ma anche, altre volte, sorprendentemente e perfino eccessivamente reattivi. Ma in ogni caso raramente indifferenti.
“Gli avari e coloro che non hanno niente da offrire, infatti non ridono”: Clown Family – lascia intendere Francesca Bonazza, fondatrice con il marito Fabiano Cattoi (nel 2016) dell’associazione – offre anche qualche interessante variante al concetto espresso da Benigni.
“Quando interveniamo nelle case di riposo – dice – abbiamo certo il nostro armamentario di giochetti e magie ma non è detto che serva. A volte basta tenere stretta una mano, basta sorridere, basta “stare vicino” a chi avrebbe tanto da esprimere e spesso non sa più esprimerlo, per fare bene il nostro lavoro”. Sì, un lavoro senza compenso. Che ripaga l’anima e la psiche. Il volontariato della risata, la dedizione all’allegria portata dentro posti spesso poco allegri, vive di un’improvvisazione per nulla improvvisata.
Chi aderisce a Clown Family deve attrezzarsi: brevi corsi per i vari livelli di intervento. Corsi che lasciano però un profondo segno motivazionale. I clown in famiglia devono attrezzarsi non tanto alle tecniche del divertimento quanto a praticare una filosofia che sembra facile ma facile invece non è. Sapersi mettere in gioco non è saper gonfiare un palloncino e trasformarlo in sagome e “soggetti”. Non è suonare una trombetta. Sapersi mettere in gioco significa convincersi – ma a Clown Family l’amicizia e la stima reciproca tra volontari rende tutto abbastanza semplice – che farsi protagonisti della serenità e del coinvolgimento altrui è una cura per sé stessi prima che per gli altri.

Dieci anni di attività sono difficili da sintetizzare. Dieci anni di emozioni forti (perché di questo si tratta) rendono ancora più ostico un tentativo di riassunto. Eppure tocca. E tocca accennare alla crescita di Clown Family, realtà nata e collocata ad Arco ma ormai di richiamo per volontari di mezzo Trentino che si dedicano a coprire a gruppi gli interventi richiesti senza badare alle distanze.
Una crescita di “servizi” e una crescita di respiro – per Clown Family - che da locale ha saputo farsi internazionale grazie ad esperienze – non è esagerato chiamarle “missioni” – in Romania, Grecia, Ucraina, Uganda e Malawi. Ma, prima ancora in quel Kosovo dove il rapporto con la casa famiglia di Leskoc si è allargata alla clownterapia negli ospedali pediatrici di Pristina, Gjakowa e Peja. È l’estero di una sorridente, intensa, istruttiva solidarietà che per chi l’ha provata e la prova diventa la più salubre delle droghe, la più salutare delle assuefazioni.
Clown Family ha costruito i suoi ponti oltre confine grazie a contatti avviati dalla coppia fondatrice. “Un peregrinare con e verso gli altri che per noi ha prevalso – spiega Francesca – sul concetto per così dire classico di famiglia”. Mesi estivi trascorsi a portare la clown terapia lontano, dentro mondi e comunità che ti danno più di quel che porti, e altri mesi a gestire il lavoro di Clown Family in Trentino che oggi conta più di 100 servizi l’anno.
Insomma, un gran bel passaggio dai primi interventi “una tantum” ad un calendario di impegni che per i volontari si fa sempre più fitto. Un calendario di interventi – grazie a convenzioni – che per Clown Family significa quello che senza retorica e senza salire in cattedra la fondatrice presenta anche come una volontà di diffusione di valori. “Sì – dice Francesca – i valori fondanti dell’associazione che sono inclusione, giustizia sociale, fratellanza, condivisione, accoglienza”. Valori che Clown Family prova a declinare attraverso la forza spesso incredibile di un’empatia fatta di pochi mezzi ma di tanta anima.
L’interazione non è un percorso di rose e di fiori. I luoghi di sofferenza – la pediatra oncologica, i centri Alzheimer – richiedono ai clown un lavoro interiore che va oltre la necessaria formazione. “Ma si fa, si deve fare – spiegano a Clown Family – con la consapevolezza che ogni piccolo passo è una conquista”.
Non ci sono ricette o automatismi per la fiducia e per la simpatia. Bisogna essere rispettosi, delicati, partecipi prima che “bravi” a divertire, prima che “abili” a sviluppare e amplificare quei momenti di serenità di cui c’è bisogno ovunque. Non solo nei luoghi di sofferenza o smarrimento”.
Ad Arco, nella festa di compleanno, probabilmente non serviranno troppe parole per raccontare un’esperienza che si autofinanzia (donazioni, 5 per mille) ma che meriterebbe un deciso sostegno pubblico anche per consolidare, potenziare e allargare le attività. Basterà stare in mezzo ai nasi rossi, in mezzo alla loro soddisfazione. Si capirà – certamente – più di quello che si è fin qui scritto. Che in fondo bastava scrivere limitandosi ad una sola parola, anzi due: bravi, grazie.












