I consiglieri regionali si danno altri soldi e a quelli comunali danno lo ''stipendio fisso'': non se ne può più ma forse qualcosa si può fare?

Giornalista, ha lavorato per Alto Adige, Gazzettino e Trentino
Ma ci sono o ci fanno? Ma davvero pensano che i trentini se la bevano senza batter ciglio? Certo, non ci saranno assalti al palazzo: la disillusione e il rifiuto (di una politica tragicamente politicante) prevalgono sulla rabbia e sulla mobilitazione. Come sempre – purtroppo – la pubblica reazione si limiterà alle maledizioni: dentro casa, nei bar, nei luoghi di lavoro. Ma loro, lor signori di una politica pagata infinitamente più di quel che vale e di quel che produce - andranno avanti per la loro strada. Una strada dorata, immoralmente dorata.
L’ennesima presa per i fondelli verso chi annaspa per sbarcare il lunario è stata messa in scena nell’ultimo consiglio regionale: assise che assomma trentini e altoatesini. Un’assemblea che meglio sarebbe chiamare “sconsiglio regionale” per come e per quanto sia lontana chilometri dalla realtà degli affitti impossibili, dei carrelli da supermercato sempre più immiseriti, da stipendi che semplicemente, drammaticamente, “non permettono” più di un’amara sopravvivenza. Ebbene, nell’ennesima puntata di una tragicommedia fatta di insulti alla decenza, la maggioranza centro destrorsa dei consiglieri per i quali fra Trento e Bolzano non c’è un confine del buon gusto, ha finto una retromarcia. Un passetto indietro (per farne due avanti) dal sapore di beffa rispetto all’iniquità vomitevole degli aumenti periodici ed “automatici” (arretrati, adeguamenti) che vanno ad ingrassare stipendi già assurdi.
Nei fatti – che quando si concretizzeranno saranno altri “fattacci” - si sono inventati un aumento annuale (anziché triennale) che potrebbe essere un briciolo più basso (ma davvero non è detto) di quanto i consiglieri regionali si mettevano in tasca con gli automatismi legati al contratto dei dipendenti regionali. Automatismi, è il caso di ricordarlo, che gridano vendetta ad ogni cielo perché – tanto per capirsi – se un dipendente regionale avesse visto il suo stipendio aumentato di 100 quello dei consiglieri di Trento e di Bolzano sarebbe aumentato di mille. Per salvaguardia di una bile già provata dall’inconsistenza politica qui si eviteranno conteggi e arzigogoli legati al nuovo meccanismo di calcolo dei “quantum” (sempre “tantum”) escogitato per abbozzare alle proteste che vanamente e da anni si ripetono inutilmente ad ogni notizia delle sostanziose gratifiche su emolumenti da nababbi.
Trattasi comunque di furbata – così come si è sentito denunciare in aula da alcuni della minoranza – ideata da qualche stratega della comunicazione col trucco: gli aumenti legati al contratto pubblico – triennali – portano a conteggi astronomici. Un aumento annuale fa meno rumore (è minore) ma la sostanza non solo non cambia ma probabilmente peggiora. Stipendi senza giustificazione alcuna quelli dei consiglieri regionali. È il caso non girarci intorno: qualsiasi espediente per limitare gli aumenti e gli “scatti” da centometristi dell’ipocrisia lascia inalterato (anzi lo aggrava) il problema. I consiglieri regionali – la politica aliena che rappresentano – hanno un solo modo per riabilitarsi alla credibilità.
L’atto è la rinuncia ad ogni aumento dei loro stipendi stellari. Anzi, sono proprio gli stipendi mensili (altro che i soli ritocchi a molti zeri) che andrebbero fortemente ridotti. Dicono che non si può? Dicono che è la legge? Dicano quel che vogliono, sproloquino fin che vogliono aggrappandosi al comma, ma sappiano che non se ne può più dei falsi ripensamenti e dei distinguo. Quei distinguo che al momento di incassare non distinguono i “buoni” dai “cattivi”. Si, è certamente vero, che le differenze esistono. Sì, è certamente vero, che le opposizioni in consiglio regionale hanno tentato più volte – sbattendo contro il muro della maggioranza – di modificare nel senso della moderazione norme offensive secondo le quali le aumenti di stipendio sono un “obbligo”. Si sono viste mozioni, ordini del giorno, proposte di legge. Ma nella sostanza (e che sostanza) l’arricchimento è trasversale e poco importano eventuali “gesti personali” (sempre che siano documentati e trasparenti) di chi dirotta parte dei soldi in beneficenza.
Il quadro – un grido di dolore e di stupore rispetto al quale Munch è un allegrone – non è monocromatico. In consiglio regionale c’è una maggioranza che semplicemente “se ne frega”. Non si pone problemi di coscienza, trova giusta l’ingiustizia economica e fa spallucce – da anni – ridendo in faccia a chi si scandalizza. Ride e gode in silenzio, sta genia – perché è più facile votare il no ad ogni proposta di anche minima parsimonia che argomentare con teorie ridicole e disgraziate a difesa di odiosi privilegi. Archiviati gli incommentabili, passiamo agli altri. A quelli che “si oppongono”. Ci sono, ovviamente. Dall’opposizione (ma mica parla tutta, o parla tutta la stessa lingua) portano tesi condivisibili sulla giustizia sociale e contro l’ingordigia dei portafogli. Armeggiano però – consci e frustrati – solo con quel che permettono i regolamenti: solo con “l’istituzionale”. E quindi vai con le filippiche negli interventi, vai con “bisogna smetterla di esagerare”, vai con gli ordini del giorno, le proposte di legge, eccetera.
Vai che sai che non ti fileranno nemmeno di striscio. Vai che finisce che t’accontenti quando invece ci vorrebbe ben altro piglio, ben altra decisione, ben altra iniziativa, per smuovere gli “esosi” dalla loro sicumera. Cosa vieta alle opposizioni “sensibili al problema” di bloccare l’attività consigliare (e dunque anche amministrativa) non per un giorno o una settimana ma per tutto il tempo utile ad imporre un cambiamento vero? Per imporre – altro che proporre – la rinuncia? Succedesse – ma non succederà – da che parte si schiererebbe la pubblica opinione? Magari – e finalmente – avrebbe modo di distinguere. Forse non direbbe più “sono tutti uguali ed io mi guardo Ballando con le Stelle”. Il discorso vale anche per quei sindacati che sacrosantamente tuonano – ma solo sulla stampa – ad ogni aumento di stipendio dei consiglieri: un rito, purtroppo un po' trito. Non c’è mestiere da insegnare ma può essere che una chiamata prolungata alla mobilitazione (fisica, non cartacea o televisiva) piuttosto che uno scontato comunicato stampa rianimerebbe molti spiriti paralizzati dal “tanto non cambia nulla” o da un “vaffa”.
L’alternativa è quel che si è già visto e si vedrà ancora: grida manzoniane che durano fino al giorno dopo un aumento per poi silenziarsi in attesa del prossimo “scatto” e della prossima levata di scudi. Senza seguito. No, così non si può andare avanti. Se la politica sembra saper fare solo di conto (il proprio conto in banca) non basta redarguirla, non basta scandalizzarsi. Serve il coraggio di far diventare la “questione soldi” la prima e quotidiana questione dentro e fuori le istituzioni. Una questione – quella dei soldi – che a dirla tutta non riguarda solo aumenti e scatti ma proprio la quantità abnorme di stipendio che troppi consiglieri provinciali si mettono in tasca a fronte di un “lavoro” opinabile per preparazione, studio, fatica, responsabilità.
Pie illusioni? Di sicuro. Non passa infatti giorno che non ci sia un motivo in più per disperarsi. L’ultima è la trovata – già realtà da gennaio – di garantire 1200 euro al mese ai consiglieri comunali (ad esempio quelli di Trento). Può anche essere – come ci spiegano – che cambi poco rispetto alla somma dei gettoni di presenza per consigli e commissioni. Qui si crede che cambi molto, ma ci si perderebbe in calcoli che comunque si faranno. Il problema è un altro ed è serio. Se stipendi un consigliere comunale (che ha già un lavoro ed i giusti permessi per svolgere la propria attività amministrativa) e se per di più lo paghi anche nell’agosto delle aule e delle attività chiuse, incentivi l’idea già ampiamente diffusa che la politica -ad ogni livello - altro non è se non un possibile “affare”.
Alla faccia del “servizio” alla comunità, del volontariato civile, eccetera. Ma continueranno – c’è da scommetterci - a raccontarci la balla della politica come “missione”. Senza curarsi di un naso che s’allunga da Borghetto al Brennero.












