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I mille per Ghezzi e il Metternich/Panizza: se il Patt si arrocca e gli altri fanno melina

Tra Rossi e Ghezzi non c’è una gara di programmi. Confrontarsi è tempo perso. Ma chi crede in un vitale sussulto della “buona politica” è convinto che un programma è carta straccia se chi deve interpretarlo ed esserne garante non suscita entusiasmo, non riattiva protagonismo e impegno fuori dalle parrocchie di partito
Dal blog di Carmine Ragozzino - 13 agosto 2018 - 12:33

Klemens Wenzel Nepomuk Lothar, Prince von Metternich. Diplomazia al passato remoto che si cita per indicare gli strateghi di oggi. Lo stratega montanaro dell’anno 2018 non vanta titoli nobiliari. Ma nemmeno sembra avere la nobiltà di capire una realtà che in Italia come in Trentino appare sempre più inquietante, pericolosa. La causa? Un decadimento culturale che dà la stura ai peggiori egoismi, a rigurgiti e a chiusure. Questa realtà se ne infischia dell’oggettività. Di un governo provinciale che è stato buono seppur ad intermittenza la realtà degli incazzati a 360 gradi si fa un baffo.

 

Il Metternich in stella alpina è Franco Panizza. Nella politica locale è più un navigato che un navigatore. Panizza non fa Patt-i con chi non arRossi-sce all’idea che il candidato presidente della Provincia possa avere un nome di un altro colore. E soprattutto di un altro calore.

 

S’arrocca Panizza. E arrocca il Patt sull’orlo del precipizio: difesa ad oltranza di un governatore che forse ha saputo governare con decenza il quotidiano ma che certo non ha saputo, (o voluto), seminare antidoti di fiducia. Quegli antidoti antidemagogici in grado di preservare il Trentino dal virus disfattista. Un male che rischia di travolgere ogni sua specificità positiva. Potrebbe accadere nell’urna aperta tra due mesi e spiccioli.

 

Di Metternich – del grande diplomatico - Luigi Mascilli Migliorini scriveva: “Lui governava per mari infidi una vecchia nave malandata navigando sotto costa (difatti lo chiamano «il ministro del bordeggio»), mentre all’orizzonte comincia a tuonare una modernità che fa le sue prove con il folle volo di Napoleone”.

 

All’orizzonte del Trentino non c’è un Napoleone. E la modernità sarà una marcia indietro. C’è la prospettiva di una Fuga-tti dalla complessità del governo autonomistico. Il futuro prossimo potrebbe essere l’anacronismo, il rifugio nella presunzione delle semplificazioni redditizie: “Prima i trentini, basta mangiatoie, bau bau uomo nero, eccetera”.

 

Metternich-Panizza fa spallucce alla bufera. Impone e s’impone ai pavidi. Accampa diritti che un Patt - minimizzato dagli elettori a marzo - non ha. Ma Panizza santifica Ugo Rossi con una pervicacia che sarebbe ingiusto non riconoscergli. La sua è la pervicacia del miope. La ingigantiscono le altrui debolezze, le altrui miserie personalistiche. Le tre maggiori forze di maggioranza – Pd, Patt, Upt – fanno melina da mesi. Il Trentino del buonsenso peggiora e loro palleggiano a centro campo in una partita kafkiana. Loro cincischiano: il Trentino accelera in un mutamento culturale che rende respingente e fastidiosa ogni legittima ma rituale affermazione di buon governo.

 

E’ un Trentino autonomo e questo può forse far gongolare il Metternich in stella alpina. Ma quella che si sta diffondendo in ogni classe sociale è l’autonomia dalla ragione. La distanza dalla ragione. Non è più l’Autonomia che per decenni ci ha resi forse atipici, ma sicuri e orgogliosi di esserci meritati un privilegio per tradurlo in servizi all’altezza. L’autonomia dalla ragione mette in discussione ogni investimento, specie quello in solidarietà, accoglienza e diritti civili. Si allontana la dimensione di una socialità più sana e più partecipativa. L’Autonomia rischia di non nutrirsi più di equità perché sono sempre di più i trentini disponibili ad abboccare ai venditori di paure. Agli spacciatori di incultura.

 

Ma perché i trentini abboccano? Perché garantire benessere economico – (e il centrosinistra autonomista ha garantito indubitabilmente benessere) – oggi non basta. Senza meccanismi di partecipazione vera, di vero coinvolgimento e di vero protagonismo di chi non ha come solo obiettivo di vita un pezzo di potere il benessere è un bene labile. Disconosciuto. Un benessere che non sia ancorato alla cultura dei valori che trasformano la comunità da passiva ad attiva non produce gratitudine. Produce gelosia, rifiuto. Tagliando corto, produce destra.

 

Il Pd è maggioranza se lo si calcola in base a voti. Ma quei voti, pur ottenuti appena cinque anni fa, sono voti giurassici per quanto e per come in migliaia di elettori si sono allontanati dal Pd scappando in ogni dove. Il Pd è minoranza – se non assenza - se lo si calcola nella capacità di imprimere un passo diverso alla politica in un’epoca in cui la politica crea ogni giorno di più le condizioni per cui chi ha energie, ideali, valori e competenze non si sogna nemmeno per un attimo di mettersi in gioco.

 

La sinistra – (vale anche per i cespugli) – o è l’opposto degli apparati e della superbia o non è. La sinistra è valorizzazione di risorse “fuori da un partito” o non è. La sinistra è coraggio di cambiare quando il tempo ti impone di cambiare, o non è. Frega a qualcuno che il Pd affoghi nella melma nichilistica dell’indecisionismo? Sì: interessa ad un popolo che non s’è stancato di accettare l’ineluttabilità e gli arzigogoli di una politica per “soli eletti”.

 

Tecnicamente è il popolo che puntando su Paolo Ghezzi crede al risveglio delle responsabilità personali e collettive dei disillusi. C’è chi non ha mai smesso di pensare ma ha certamente smesso di “fare”. Proporsi ed esporsi: ecco il miracolo possibile.

 

Metternich/Panizza toppa sia da stratega che da navigato quando riduce tutto a schermaglia, a scontro tra nomi. Il Pd di Muzio sembra accontentarsi di una confusa marginalità: non coglie né l’attimo, né l’ora, né il giorno, l’anno, il secolo. L’Upt è cerchiobottista per costituzione. Lo scontro non è tra due nomi. Lo scontro è tra assuefazione alla sicumera di una politica smemorata tanto nell’anima quanto nel linguaggio e la voglia, (il bisogno), di affrontare il presente con il coraggio di una democrazia insieme antica e moderna.

 

Antica nel non cedere al vuoto degli slogan e alla presunzione di essere migliori per diritto divino. Moderna nel costruire un confronto senza finzioni e senza tweet con le contraddizioni – anche le più scomode – della società trentina. Una società nella quale è sempre più spesso la stessa persona il volontario che si fa in quattro per gli altri e quello che non vuole “altri” in casa sua. Metternich/Panizza se ne faccia una ragione. Tra Rossi e Ghezzi non c’è una gara di programmi. Confrontarsi è tempo perso. Ma chi crede in un vitale sussulto della “buona politica” è convinto che un programma è carta straccia se chi deve interpretarlo ed esserne garante non suscita entusiasmo, non riattiva protagonismo e impegno fuori dalle parrocchie di partito.

 

I mille che hanno firmato per Ghezzi non sono e non vogliono essere un partito ma il loro diritto di rappresentanza è certificato dal ruolo che svolgono nel lavoro, nell’associazionismo, nella trincea di un quotidiano sempre più faticoso. I mille sono un’occasione – via dalla finestra e dentro piazze e caneve- che in Trentino si era data per persa. Un’occasione per vincere le elezioni? Chissà. Ma di sicuro è un’occasione per motivarsi a combattere. Quando ricapiterà?

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