"Kimi Antonelli, Messico e nuvole", Franco Bragagna ripercorre storia e leggende della Formula 1: "Un italiano sarà campione del mondo, 73 anni dopo Ascari"

Kimi Antonelli sarà campione del mondo!
"Ma no, andiamoci piano", dice chi ha paura che possa non accadere...
Dai, ragazzi su: Andrea Antonelli nel fine-settimana potrebbe anche occuparsi d'altro (difficile lo faccia), ma il titolo è già suo!
Gli italiani nella storia, anzi nella preistoria del mondiale piloti (Formula 1) hanno vinto tre titoli mondiali nei primi quattro anni.
Poi basta! Salvo una parziale eccezione da spiegare, quella di Mario Andretti.
La prima vittoria italiana fu agli albori, col torinese Nino Farina, su Alfa Romeo. Sette corse (gran premi), in realtà sei: alla 500 miglia di Indianapolis c'eran solo piloti americani. Giuseppe Farina, per tutti Nino, su sei corse ne vinse tre. Come l'argentino Juan Manuel Fangio (su Alfa Romeo) che pagò dazio per gli altrettanti ritiri. Il titolo andò al figlio di una famiglia piemontese che bazzicava nel mondo del motore a scoppio: papà Giovanni ad inizio-secolo fondò la Stabilimenti Farina, antica carrozzeria che si mosse fra l'Astigiano e Torino. La loro famiglia era una ... squadra di calcio, sì proprio UNDICI figli! Penultimo dei quali, lo zio del primo campione del mondo (Nino, appunto), era Giovanni Battista, per tutti "Pinìn"!
Quindi Pinìn e Farina: nome e cognome che si fusero in un unico-Pininfarina ed ebbe così origine nel 1930 la leggendaria carrozzeria. Ventiquattro anni prima Pinìn, all'inizio dell'attività, aveva cominciato a lavorare nella piccola carrozzeria del fratello maggiore (il papà di Nino), lavoro che i (tanti) Farina alternavano con la produzione di vino fra Asti e Torino.
Nel '51 il mondiale lo vinse l'argentino Juan Manuel Fangio, su Alfa Romeo. Nel '52 e nel '53, la doppia vittoria del milanese Alberto Ascari. La prima volta dominò, saltò la prima, ma con la sua Ferrari nelle ultime corse vinse sei gran premi su sei!.
L'anno dopo Ascari vinse cinque corse e si ritirò nell'ultima, il Gran Premio d'Italia a Monza, andando in testacoda ad inizio-gara con la sua Ferrari. I titoli mondiali di piloti italiani (salvo la parziale eccezione di Andretti a cui si faceva riferimento) si ferman qui, 73 anni fa l'ultimo: adesso tocca ad Andrea "Kimi" Antonelli, il bolognese sarà il terzo pilota italiano col titolo mondiale e col suo i titoli degli italiani saranno in tutto quattro.
Dopo l'Ascari-bis arrivarono i quattro titoli di Fangio e fanno cinque per l'italo-argentino: sarà pareggiato dal tedesco Michael Schumacher che arriverà a sette titoli, i primi due con la Benetton e gli ultimi cinque con la Ferrari. Schumi sarà poi eguagliato dall'inglese Lewis Hamilton.
Nel '62 titolo mondiale per l'inglese Graham Hill su Brm, per lui replica sei anni dopo su Lotus. Quel cognome al titolo c'era già stato l'anno prima con Phil Hill, americano; fra i due nessuna parentela, il cognome tornerà nel 1996 grazie a Damon Hill. Ma papà Graham non poté esserci per il trionfo del figlio: se n'era andato ventuno anni prima in un incidente aereo al rientro in Inghilterra dal circuito Paul Ricard di Le Castellet, in Francia. Il piccolo Piper che Graham Hill pilotava si schiantò al suolo nella nebbia in un campo da golf non lontano da Londra. Sei i morti, con Graham Hill: praticamente tutta la squadra-corse Embassy Hill.
Graham e Damon Hill furono i primi padre-figlio campioni del mondo. Li imitarono padre e figlio Rosberg, Keke - finlandese di madrelingua svedese - nell'82 su Williams, il figlio Nico - tedesco - nel 2016 su Mercedes. Vinto il titolo mondiale Nico Rosberg disse "basta, mi ritiro!": aveva trentuno anni. Lo stesso Nico Rosberg, particolarmente a suo agio con la lingua italiana e grande amante del Belpaese, è stato quest'anno il primo ad annunciare in telecronaca a Sky (l'ha fatto più volte) "quest'anno Kimi Antonelli vincerà il titolo mondiale!".
Sessantadue anni fa, nel '64, il titolo mondiale fu per John Surtees, su Ferrari: aveva già vinto sette titoli mondiali nel motociclismo, tre e quattro nelle classi 350 e 500 centimetri cubici, quest'ultima la più vicina alla MotoGp. I titoli in moto li vinse a fine anni Cinquanta, tutti con una moto della Meccanica Verghera (MV) Agusta, la scuderia di Varese che poi sarebbe stata per nove stagioni la casa di Giacomo Agostini.
Con la vittoria in Formula 1 del '64 su Ferrari (per lui solo case italiane) l'inglese Surtees è tuttora l'unico ad aver vinto titoli mondiali sia di motociclismo che di automobilismo.
Nel 1970 il primo titolo per un austriaco e anche primo e ultimo assegnato postumo. Jochen Rindt morì schiantandosi poco prima della parabolica durante le prove del Gran Premio d'Italia, a Monza. Mancavano tre prove e Jochen era nettamente in testa. Non venne raggiunto: il ferrarista belga Jacky Ickx gli arrivò a cinque punti.
Titolo all'Austria, anche se pare che Rindt austriaco non lo sia mai stato, anche se ne avrebbe avuto pieno titolo e diritto, ma comunque correva con licenza austriaca. Perse i genitori a quattordici mesi; la ditta di famiglia era fornitrice della Wehrmacht, papà tedesco e mamma austriaca morirono ad Amburgo nel '43 sotto un bombardamento di guerra della Raf inglese.
Crebbe a Graz coi nonni materni Jochen Rindt, ma mai ebbe cittadinanza e passaporto austriaci: il nonno avvocato preferì così, anche per evitare complicazioni con l'eredità del papà tedesco verso la fine della guerra. Jochen-ragazzo, a detta dei suoi amici-coetanei, era una 'testa calda' ad esser buoni, un irresponsabile per altri: espulsioni da più scuole, da minorenne spesso alla guida di tante auto diverse, ovviamente senza patente, un incidente sciistico lo lasciò zoppo (un arto gli rimase più corto di quattro-cinque centimetri) e non fu tutto qui...
Arrivato all'età giusta per la guida su strada, niente patente comunque: le autorità austriache non glielo permisero, troppi reati penali, anche se da minorenne!
Poco male, per lui che in macchina ci corse lo stesso: prima gara con la Simca rubata alla nonna e guidata fino all'aeroporto di Innsbruck. Da Graz son più di trecento chilometri!
Il suo connazionale Niki Lauda ne vinse tre, di titoli, nel '75, nel '77 e nell'84, i primi due con la Ferrari, l'ultimo con la McLaren.
Tremendo il suo incidente al Nürburgring, in Germania, nel '76: fu decisivo l'intervento del pilota comasco Arturo Merzario che lo estrasse dall'abitacolo in fiamme della sua Ferrari.
Nel '72 al titolo andò il primo brasiliano, Emerson Fittipaldi, che replicherà due anni dopo. E sarà poi imitato da Nelson Piquet, pilota di Rio de Janeiro che vincerà tre volte (81-83-87). Altro brasiliano nel 1988, il leggendario Ayrton Senna che vincerà tre volte in quattro anni e morirà all'ospedale di Bologna dopo l'incidente in pista ad Imola il primo maggio del '94.
Nel '97 vincerà il titolo il canadese Villeneuve, Jacques Villeneuve: al figlio riuscì, vincere il titolo mondiale, la cosa non riuscita al padre Gilles, ferrarista, morto all'ospedale di Lovanio, in Belgio, dopo l'incidente in prova nel circuito di Zolder.
E così in un turbinìo di settantasette edizioni, con questa, del campionato mondiale piloti di automobilismo; in mezzo a tutto ciò una cosa mai accaduta, che un ventenne vincesse il titolo mondiale, Kimi è il PRIMO.
L'ultimo titolo alla Ferrari arrivò con un altro Kimi che lo è proprio all'anagrafe: il finlandese Räikkönen lo vinse diciannove anni fa.
Fra i giganti di 76 anni e 77 edizioni campioni assoluti come Max Verstappen (Paesi Bassi), il baronetto inglese Lewis Hamilton, tedeschi di enorme classe come Sebastian Vettel e fuoriclasse come Michael Schumacher, un paio di titoli anche allo spagnolo Fernando Alonso, ancora in pista vent'anni e ventuno dopo le sue vittorie nella classifica finale.
E chi li dimentica i quattro titoli del francese Alain Prost ed i suoi duelli con Senna? Ed i tre di un altro baronetto, lo "scozzese volante" Jackie Stewart, connazionale di Scozia di Jim Clark che vinse i titoli nel '63 e nel '65 e poi morì tre anni dopo in pista in una gara addirittura di "Formula due" a Hockenheim, in Germania, fatta giusto per tenersi 'caldi' durante una pausa di quattro mesi del calendario della massima formula del motorsport.
In tanti anni di ruote e motori da competizione quanti ragazzi se ne sono andati anzitempo, sia nelle due che nelle quattro ruote: TROPPI!
Sono più di cinquanta, solo nella Formula 1, ma è comunque una cifra da prender con le molle, che non siano di più.
Oggi la sicurezza ha fatto passi da gigante, tanto nelle due che nelle quattro ruote, ma il motorsport resta disciplina non indenne dal pericolo.
Dagli anni Cinquanta gli italiani han perso l'abitudine a lottare per il titolo, con almeno un paio di eccezioni e un'altra ancora: Michele Alboreto, Riccardo Patrese e Mario Andretti!
Alboreto nel 1985 con la Ferrari fu secondo; il milanese di Rozzano perse di venti punti dal francese Alain Prost (McLaren) e si rammaricò per non essere andato a punti nelle ultime cinque corse, quattro furono i ritiri. Morirà a 44 anni in Germania, sul Lausitzring, il circuito dov'era impegnato per dei test con l'Audi in vista della 24 ore di Le Mans; sullo stesso circuito cinque mesi dopo ci sarà l'incidente di Alessandro Zanardi che causò al bolognese l'amputazione degli arti inferiori.
Riccardo Patrese fu secondo nel '92 con la Williams-Renault; il padovano venne preceduto in classifica dal compagno di squadra, l'inglese Nigel Mansell, che fece quasi il doppio dei punti di Patrese, un altro di quelli che han cominciato presto a raccontare "Antonelli vincerà il mondiale!".
E poi Mario Andretti: nato vicino a Pola, a Montona d'Istria quand'era territorio italiano, mentre oggi è Croazia dopo esser stata Jugoslavia. A cinque anni Andretti con la famiglia fu ospite di un campo-profughi in Toscana, poi dieci anni dopo emigrarono tutti in Pennsylvania. A diciott'anni cominciò a correre negli Stati Uniti, anche col fratello gemello Aldo.
Mario vinse un sacco di gare, anche le più prestigiose come la Dodici ore di Sebring e le Cinquecento Miglia di Indianapolis e di Daytona.
Nel '64, a ventiquattro anni, aveva preso la cittadinanza americana e quando vinse il titolo di Formula 1, nel '78 su una Lotus, lo fece con la licenza americana; ecco, perché si faceva riferimento ad una parziale e piccola eccezione agli italiani non più capaci di vincere il mondiale.
Mèrio - come veniva chiamato negli States - rimase sempre molto affezionato all'Italia e per festeggiare i suoi settant'anni, nel 2010, arrivò in Croazia e Slovenia per vedere i posti dove nacque e poi da Trieste e Venezia fece un giro di tutto lo stivale, assieme alla moglie Dee Ann morta otto anni dopo e con altre due generazioni di piloti professionisti, figli e nipoti...
Tornando a lui: Andrea "Kimi" Antonelli andrà a vincere il titolo, il primo per un italiano dopo 73 anni, se appunto si esclude Mario Andretti che vinse nel '78, ma non più da italiano.
Lo farà a Città del Messico, al "Magdalena Mixhuca", l'autodromo della capitale messicana a 2.285 metri di altitudine.
Dal '72 il circuito è stato intitolato agli "Hermanos Rodriguez", i fratelli-piloti ambedue morti in corsa, sia Ricardo che Pedro, il minore ed il maggiore, figli di “don” Pedro Natalio Rodriguez Quijada, ricco uomo d’affari, la famiglia era una fra le più in vista del Messico.
Ricardo Rodriguez de la Vega, sì il cognome materno è proprio come quello di ‘Zorro’ (don Diego), era il pilota-bambino che poi mai sarebbe riuscito a diventare adulto, è morto prima! Pedro Rodriguez morì invece nel '71, a trentun anni e a sua volta lo fece in pista, in Germania al Norisring a Norimberga impegnato in una corsa di sport-prototipi con una Ferrari.














