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| 25 settembre | 17:59

La donna ''seria'' è quella che si copre gambe e corpo ma guerra a burqa e niqab: il cortocircuito della destra reazionaria e l'orlo sartoriale che giustifica il possesso

La donna seria'' è quella che si copre gambe e corpo ma guerra a burqa e niqab
DAL BLOG
Di Giacomini Alessandro - 25 settembre 2026

Giacomini Alessandro, ha sostenuto, sotto ogni forma, l'indipendenza del pensiero e delle azioni sia dell'uomo sia dello stato nei confronti di qualsiasi chiesa o fede religiosa. Attualmente collabora con MicroMega.

Se la politica conservatrice nostrana avesse bisogno di uno stemma per sintetizzare la propria idea di società, probabilmente non sceglierebbe un saggio di economia né una carta dei diritti civili, ma un metro da sarto.

 

Le recenti perle sulla convenienza di sposare «una donna con la gonna più lunga, meno appariscente ma più affidabile» travalicano la singola esternazione folkloristica, sono la sintesi perfetta di una visione del mondo in cui il valore, la serietà e la fedeltà femminile si misurano rigorosamente in centimetri di tessuto.

 

​Un’analisi seria di questa “fisiomatematica” del decoro impone domande d’obbligo a quanti centimetri sotto il ginocchio l'orlo trasforma una potenziale "svergognata" in un'affidabile madre di famiglia? Esiste un algoritmo di sartoria politica in grado di calcolare la percentuale di lealtà coniugale in base alla densità della trama della stoffa? ​L’ironia sfocia nel paradosso quando si osserva il cortocircuito ideologico della destra reazionaria: da anni le medesime forze politiche conducono accorate battaglie contro l'Islam radicale, additando il burqa e il niqab come simboli supremi di sottomissione e cancellazione della dignità femminile, salvo poi teorizzare, in patria e in perfetto italiano, la stessa identica matrice di pensiero, la donna rispettabile è quella che si copre, non dà nell'occhio e non "provoca".

 

​Se l'affidabilità di una moglie è direttamente proporzionale alla quantità di pelle celata agli sguardi altrui, perché fermarsi al polpaccio? All'interno di questa paranoica equazione morale, il burqa non dovrebbe rappresentare il massimo teorico dell'affidabilità coniugale? ​Questa ossessione per il guardaroba non nasce per caso è la diretta emanazione di una secolare misoginia della cultura cattolica più tradizionalista, da sempre saldata a doppio filo con le istanze della destra conservatrice.

 

​Per secoli, una specifica teologia morale ha costruito la propria architettura di controllo sul corpo femminile, da un lato la santificazione del pudore e della modestia, dall'altro la colpevolizzazione della bellezza e della spensieratezza, intese come fonti d'inciampo o di corruzione. La donna "ideale" deve essere rassicurante, discreta, angelo del focolare sottomesso e prevedibile. La donna in minigonna, al contrario, diventa automaticamente sospetta, inaffidabile, "frivola" e votata al tradimento.

 

​Se fin qui il discorso potrebbe sembrare una grottesca farsa d'altri tempi, le sue implicazioni nella realtà quotidiana assumono contorni tragici. ​In un Paese martoriato dai femminicidi e dalla violenza di genere, continuare a diffondere il messaggio che il rispetto o l'affidabilità dovuti a una donna dipendano da come si veste o da quanti sguardi attira, significa alimentare direttamente la cultura della sopraffazione. È la stessa odiosa narrazione per cui chi indossa una gonna corta "se la va a cercare".

 

​Quando il discorso pubblico sdogana l'idea che l'abbigliamento sia indice di moralità, sta fornendo un alibi culturale al compagno geloso e al marito possessivo. 

 

Si legittima il principio che il corpo della donna sia un perimetro di proprietà maschile, dove la libertà di vestirsi viene scambiata per affronto e l'autonomia individuale per mancanza di rispetto. ​Finché la destra e il tradizionalismo religioso continueranno a misurare la virtù femminile dalla lunghezza delle gonne, non staranno solo riproponendo un medioevo culturale a buon mercato, staranno concimando il terreno su cui germogliano la gelosia tossica, il possesso e la violenza.

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