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A Trento didattica eccellente, ma poi i laureati se ne vanno in altre città. Serve una realtà a misura di studente

Il ruolo trainante dell'Ateneo è sottovalutato, servizi e didattica eccellenti, ma la città offre poco per gli under 30. Trento ha semplicemente accettato di dover cambiare pelle, di avere una nuova e consistente componente che produceva ricchezza, dimenticandosi forse che questa comunità di giovani potesse avere anche dei bisogni da soddisfare
DAL BLOG
Di Giulia Castelli - 17 febbraio 2017

Presidente dell'Universitario, la rivista degli studenti dell'Ateneo, e studente, a mia volta, di Giurisprudenza

La scorsa settimana abbiamo condiviso sulla pagina Facebook dell’Universitario una brillante riflessione di Paolo Mantovan, caporedattore del Trentino, sul rapporto della città di Trento con la sua Università: un rapporto complicato, in cui il ruolo trainante del nostro Ateneo è spesso sottovalutato, soprattutto se si prendono in considerazione gli investimenti fatti dalla città per migliorare la vita degli studenti universitari. Non stiamo parlando di qualità dei servizi o della didattica, nemmeno della BUC, esempi di eccellenza del sistema universitario trentino, ma della percezione comune che l’Università sia ancora un corpo esterno, non il cuore pulsante di questa città.

 

E questa percezione del mondo universitario ha impedito per anni alla città di Trento di trasformarsi in una città veramente a misura di studente. Mentre l’Ateneo ha rincorso l’eccellenza in Italia e a livello internazionale, Trento ha semplicemente accettato di dover cambiare pelle, di avere una nuova e consistente componente che produceva ricchezza, dimenticandosi forse che questa comunità di giovani potesse avere anche dei bisogni da soddisfare.

 

E le richieste di questa comunità studentesca non si sono fatte attendere, rimanendo perlopiù insoddisfatte, in una città di piccole dimensioni con una presenza universitaria sempre più massiccia proveniente da tutta Italia e con una stile di vita sempre più aperto ed europeo.

 

Sento diversi amici che studiano a Trento dirmi che qui sforniamo delle menti eccellenti, abbiamo una qualità didattica ineccepibile, ma sicuramente poi se ne andranno in altre città, soprattutto europee, per lavorare. Perchè?

 

Semplicemente la vita in questa città non è stimolante per un under 30. Loro non capiscono proprio, e nemmeno io, come il Trentino possa formare un patrimonio del genere e lasciarlo andare via in altre città, non per la mancanza di possibilità di lavoro ma per l’assenza di un terreno fertile per creare legami sociali, connessioni, fondamentalmente per l’assenza di luoghi dover far fiorire idee o semplicemente divertirsi.

 

La cosa assurda è che Trento è la terra promessa dal punto di vista lavorativo per molti giovani ricercatori, soprattutto nel campo dell’informatica e delle biotecnologie, ma non solo. Ciò che Trento forse non ha capito è che la qualità della vita e le possibilità di svago sono fattori importanti per la crescita personale dei giovani.

 

Poi si può discutere di cosa vogliano gli studenti universitari. Feste fino a notte fonda in città? Festival? Anche, ma soprattutto un clima più aperto e la possibilità di fare qualcosa di bello la sera o nel tempo libero.

 

La questione riguarda il tipo di vita che una persona giovane, universitaria o appena laureata, sente di volere e di cui ha bisogno per sentirsi stimolato ed avere una buona qualità di vità. Sembra una sciocchezza ma ha sicuramente il suo peso nella scelta degli studenti, soprattutto di lauree triennali, la mancanza di vita notturna, di locali di intrattenimento, o di luoghi di incontro. Conta nella scelta se proseguire qui la magistrale, se lavorare a Trento o accettare un’altra offerta in una città diversa.

 

Dall’altra parte capisco che il Comune di Trento stia facendo il possibile, cercando di promuovere più iniziative di carattere culturale e musicale. Sicuramente l’amministrazione ha investito e ragionato su come risolvere questo problema, e mi auguro lo stia ancora facendo. Rimane il fatto che deve rispondere ad una comunità che sente ancora l’Università come un corpo estraneo e non il cuore pulsante della città. Ed è questo il vero problema.

 

Detto ciò, penso che i giovani universitari non debbano demordere, è importante che continuino ad organizzare sempre più iniziative, concerti e attività. Dall’altra parte il Comune, però, deve agire da 'facilitatore', come sottolineava il cantante trentino Anansi nel suo blog su Il Dolomiti qualche mese fa, ma lo deve fare con più forza. E’ tempo che Trento non sfrutti solo gli universitari, ma li ponga al centro della sua comunità e dia loro un motivo per restare. Come sottolineava Paolo Mantovan nella sua riflessione, ora abbiamo bisogno di una visione

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