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Il Pd nato per unire diverse culture politiche del novecento, Renzi pare partire dal loro superamento

C’è in Italia Viva un elemento di fondatezza: la crisi dei partiti tradizionali e lo spiazzamento delle culture politiche del novecento sono evidenti (e non da oggi). E tuttavia: quale sbocco si pensa che questa crisi possa avere? Una Politica essenzialmente confinata nel pragmatismo, può funzionare proprio mentre i nuovi scenari interpellano tutti sul “senso” delle cose, prima che sulla loro efficacia o sulla loro velocità? E la sfida al “populismo cattivo” può essere giocata (e vinta) mettendo in campo una sorta di “populismo buono”?
DAL BLOG
Di Lorenzo Dellai - 19 settembre 2019

Eletto presidente della Provincia di Trento per la prima volta nel 1999 resta in carica fino al 2012 quando si dimette per entrare poi alla camera dei deputati con la lista Scelta Civica nel 2013. Oggi è alla guida di Democrazia Solidale

La decisione di Matteo Renzi di lasciare il PD per dare vita ad una nuova esperienza politica - comunque la si giudichi -  non va letta con gli occhiali del passato, né con troppa indulgenza a dietrologie di breve momento. Non pare una “scissione” di tipo tradizionale, maturata cioè in base ad un dissidio politico o programmatico, come più volte accaduto nella vita dei partiti. E neppure la ritengo una semplice mossa legata alla disinvolta furbizia tattica, pur notoria, del personaggio. Va letta piuttosto dentro l’evolversi di una crisi strutturale del concetto stesso di “partito” e delle categorie tradizionali della rappresentanza e dell’appartenenza politica.

 

Qualcuno la vede come il tentativo di occupare uno spazio “al centro”, a fronte di un PD che starebbe andando troppo “a sinistra”. Altri pensano che sia orientata al rilancio di una delle culture politiche che i fondatori del PD avevano ritenuto di poter rappresentare: quella del Popolarismo di ispirazione cattolico democratica. Personalmente non ne sono affatto convinto. Il gioco pare totalmente altro. Se il PD era nato con l’intenzione di “unire” diverse culture politiche del novecento, la nuova creazione di Renzi sembra decisamente partire piuttosto dal presupposto del loro definitivo “superamento”.

 

Questa mi pare essere la natura prevalente di “Italia Viva”, al di là di ogni altra pur verosimile interpretazione contingente. C’è in essa un elemento di fondatezza: la crisi dei partiti tradizionali e lo spiazzamento delle culture politiche del novecento sono evidenti (e non da oggi). E tuttavia: quale sbocco si pensa che questa crisi possa avere? Il definitivo superamento delle “culture” (vecchie, rinnovate o inedite che esse siano) quali “bussole ideali” della Politica avrà? Una Politica essenzialmente confinata nel pragmatismo può funzionare, proprio mentre i nuovi scenari (economici, sociali, tecnologici, antropologici) interpellano tutti sul “senso” delle cose, prima che sulla loro efficacia o sulla loro velocità? L’appello alle “energie vitali” di un Paese può essere il solo cemento di un progetto di governo della società, oppure ne deve costituire una premessa, importante ma non “fondativa”? E la sfida al “populismo cattivo” può essere giocata (e vinta) mettendo in campo una sorta di “populismo buono”?

 

Domande destinate a rimanere aperte, credo, ancora a lungo e che riguardano tutti. La fase di riorganizzazione della politica e della vita democratica pare solo agli inizi, con tutto il suo prevedibile carico di contraddizioni, rischi, incertezze e opportunità. Essa si può vivere in molti modi. E ciò vale anche per la comunità dei “Popolari” impenitenti ma non semplicemente nostalgici. Può essere scelta una traiettoria di “accasamenti” (anche apparentemente accattivanti e magari anche plausibili: nulla di nuovo sotto il sole), oppure si può provare a vivere questa fase con atteggiamento di curiosa attenzione a tutti i processi in atto ed ai loro sviluppi, ma con l’ambizione (e l’ardire) di chi prova comunque ad essere “soggetto politico collettivo”: con un riferimento ideale e culturale dichiarato, un (tentativo di) pensiero politico autonomo, una presenza organizzata, seppur in modo radicalmente nuovo.

 

 

Senza velleità ma anche senza rinunce. E con una consapevolezza, appunto: siamo solo agli inizi di una trasformazione radicale dell’assetto politico italiano, il cui approdo dubito molto assomiglierà a ciò che oggi si vede. Personalmente propendo per la seconda strada, benché tutta in salita. Anche perché è quella che ho sempre cercato di percorrere (pur con tutti gli errori) e non vedo ragione alcuna per deviare, giunto ormai alle soglie dei sessant’anni ed avendo la fortuna di poter guardare le cose con relativa distanza (non certo con indifferenza).

 

In Trentino, per la verità, questa strada potrebbe essere un po’ meno in salita che altrove, se solo si mettesse nuovamente a frutto - con generosa disponibilità - quella attitudine a “costruire” Politica nel peculiare territorio della nostra Comunità Autonoma, piuttosto che a “consumare” quella di volta in volta partorita nelle stanze del potere romano. In molte stagioni, lontane e recenti, è stato così. Per esempio - per citare solo un’esperienza che ho vissuto in prima persona - con la Margherita Trentina. Mutatis mutandis, non si vede perché non lo possa essere ancora.

 

La dichiarata volontà dell’Unione per il Trentino di andare oltre se stessa con la fase “costituente” per un nuovo soggetto politico territoriale, popolare e riformista mi pare cerchi di andare in questa direzione. Con fatica, ovvio. Costruire progetti politici territoriali (non localisti) e concorrere così anche a progetti di respiro nazionale è più difficile e rischioso che “accasarsi”. Ma resta sicuramente più bello per chi, della Politica, cerca di avere una concezione non troppo banalizzata.

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