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| 20 marzo | 11:40

Addio a Umberto Bossi: dal razzismo verso gli italiani del centro e del sud agli immigrati, dal linguaggio d'odio agli insulti se ne va un precursore della politica attuale

DAL BLOG
Di Luca Pianesi - 20 marzo 2026

Direttore de il Dolomiti

Umberto Bossi è morto. Il Senatur si è spento ieri all'età di 84 anni e immediatamente è iniziato il processo di beatificazione, che in questo Paese non si nega a nessuno. Pier Luigi Bersani guru ''buono'' dello sprofondo del centrosinistra in Italia e dell'abbraccio a 5 Stelle, ha toccato vette estreme parlandone come ''un avversario politico di una forza e di un’umanità che ricorderò per sempre. È l’avversario cui ho voluto più bene in vita mia'' aggiungendo su un post ''l'avversario più dignitoso che ho avuto in vita mia'' quando già in passato (per gli 80 anni del Senatur) lo aveva definito una figura ''a metà tra Lenin e Tex Willer''. A ben vedere Bossi è stato indubbiamente una figura chiave della storia repubblicana. Un visionario, in qualche modo, un anticipatore dei tempi odierni.

 

Razzista con i suoi stessi concittadini sul finire degli anni '80 e i primi anni '90 profetizzava la necessità di odiare e sganciarsi dai ''terroni''. E' stato motore di discriminazione, isolamento, di cattiveria. Per un bambino cresciuto in quegli anni nel Nord Italia, proveniente da una qualsiasi località sotto il Po, o con un cognome che tradiva origini toscane, umbre, laziali, marchigiane, abruzzesi, della Basilicata per non parlare dei pugliesi, i calabresi, i siciliani, i campani i molisani grazie all'Umbertone insulti e discriminazioni erano all'ordine del giorno. I genitori di questi bambini erano tutti dei fancazzisti, ruba soldi, teroni incapaci. La sua Lega, in un contesto politico dominato da partiti tradizionali, storici, persone in giacca e cravatta (una classe dirigente travolta più o meno giustamente da Tangentopoli), parole sobrie e misurate, forma e sostanza che oggi molti rimpiangono, gridava ''Vesuvio pensaci tu'', ''Roma Ladrona'', ''Sud Fannullone''.

 

Insulti, parolacce, linguaggio sessista, gesti indecenti grazie a Bossi e alla Lega Nord sono stati sdoganati: ''Noi della Lega ce l'abbiamo duro'', diceva sempre l'Umbertone con buona pace delle signore in camicia verde che evidentemente restavano escluse dal motto virile. Cappi portati in Aula a simboleggiare la forca, il dito medio alzato come simbolo di lotta, la canottiera a rompere con il passato incravattato. Per non parlare delle frasi contro il tricolore (''io mi ci pulisco il culo'', diceva il Senatur), l'Italia unita, gli insulti personali (a Napolitano gridò ''terun'', Monti lo mandò direttamente a ''fan...o''). Tutte cose che oggi sembrano (quasi, purtroppo) normali ma che sono diventate ''politica'' con ''l'avversario più dignitoso'' che ha avuto Bersani nella sua vita. 

 

Il sogno era smettere di pagare le tasse che ingrassavano il sud e fondare la Padania. Poi, per fortuna dei bambini italiani con origini del centro e del sud, sono arrivati gli albanesi a metà anni '90 e allora il nemico è cambiato. L'Umbertone è andato al governo con il ''Berlusca'' (che prima definiva “il mafioso di Arcore”, e poi “Berluskaiser” e “Berluskaz”), e con gli ex missini di Fini mai saliti potere del Paese prima di allora (quando si definiva un glorioso antifascista). C'era da governare a Roma (sempre meno Ladrona a quel punto) quindi non si poteva più insultare gli italiani d'oltre Po e la narrazione d'odio si è spostata contro gli immigrati.

 

Visionario, anche in questo caso. Oggi metà Europa ha partiti xenofobi e razzisti. Noi con la Lega abbiamo anticipato i tempi. Il mitico manifesto che ritraeva un indiano e la scritta ''loro hanno subito l'immigrazione ora vivono nelle riserve. Rimandiamoli a casa loro'' anticipava la narrazione sulla ''sostituzione etnica'' quella sulla ''remigrazione''. Le frasi tipo ''vengono qui per stuprare, rubare, delinquere'' erano le stesse di oggi costruite sulla paura dell'altro. E non importa se oggi gli albanesi di allora sono parte della spina dorsale di questo Paese. Non importa perché dopo di loro sono arrivati i neri, gli africani, i barconi. Bossi ci ha insegnato che qualcuno da odiare di nuovo c'è sempre e ci sarà sempre. E' stato un precursore assoluto.

 

La paura, la rabbia, l'odio sono motori potentissimi e se li rappresenti con un linguaggio che più basso non si può, con le parolacce, gli insulti, i gestacci fai centro. Politicamente l'Umbertone non ha ottenuto praticamente nulla. Voleva il federalismo, la Padania, il Nord staccato dal Sud. I suoi figli politici hanno tolto Nord dal titolo e lasciato solo Lega (poi aggiungendoci Salvini) e sono andati a caccia di voti anche in Sicilia, in Puglia, a Napoli. Sono diventati dei Patrioti, tifano la Nazionale di calcio, il tricolore è il loro orgoglio, i confini oggi sono sacri e l'antifascismo è bello che dimenticato con strizzatone d'occhio addirittura a Casa Pound e camerati sbraccianti. La sua eredità politica, quello che lascia all'Italia tutta, oggi si chiama Matteo Salvini (che qualcuno dirà ha anche criticato ma senza mai andare oltre). Poco altro c'è da aggiungere. 

 

Resta l'odio per l'altro, la discriminazione, l'insulto scambiato per schiettezza. Resta la distruzione della forma, la destrutturazione della sobrietà come valore. Resta il povero Bersani privato dell'avversario più dignitoso che ha avuto in vita sua

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