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| 05 maggio | 10:43

Madia passa a Italia Viva, Enrico Rossi: ''Può essere l'inizio di un fenomeno più vasto. La nascita di un polo riformista, una nuova 'Margherita' che liberi il Pd dalle ambiguità''

L'ex governatore della Toscana, storico esponente del Pd e del socialismo europeo, saluta con speranza la mossa dell'ex ministra: ''Esiste un elettorato che non si riconosce nel sovranismo della destra ma che fatica ad aderire a una piattaforma di sinistra. Rafforzare il centro della coalizione potrebbe quindi non indebolire il PD e la coalizione ma presidiare un’area decisiva per la vittoria. Il modello che sembra profilarsi non è quello della convivenza forzata nel PD, ma quello di un nuovo Ulivo. Un'alleanza dove le identità sono distinte e per questo più forti''

TRENTO. ''Il passaggio di Marianna Madia dal Pd al gruppo di Italia Viva, come indipendente, può essere l’inizio di un fenomeno più vasto. Un processo politico che potrebbe portare a far nascere un polo riformista, una sorta di "nuova Margherita" autonoma ma solidamente alleata con il PD''. La speranza, condivisa da molti visto come il Pd di Elly Schlein si è negli anni sempre più 5stellizzato e spostato nell'alveo del populismo di sinistra, diventando praticamente invotabile per riformisti e progressisti moderati, è nientemeno di Enrico Rossi ex presidente della Toscana (per 10 anni), storico esponente del Partito democratico e prima ancora dei Democratici di Sinistra.

 

Uno che la sinistra sa cos'è avendo ricoperto anche ruoli di rappresentanza nel partito socialista europeo (è stato il vicepresidente del gruppo socialista Pse/S&D del Comitato delle Regioni europeo) e che nel 2015 pubblicò un libro ''manifesto'' dal titolo ''Rivoluzione Socialista'' dove cercava di costruire una terza via alla sinistra demagogica e inconcludente e al liberismo tanto pragmatico da dimenticare diritti e valori. Oggi Rossi saluta con soddisfazione la scelta dell'ex ministra Madia di abbandonare il Partito democratico spostandosi verso Italia Viva nella speranza che nel blocco del centrosinistra si formi un polo che richiami la ''Margherita'' dei tempi che furono prima della fusione con i Ds e la nascita del Pd. Così da rompere quell'ambiguità interna che caratterizza il Partito democratico da almeno 13 anni, di fatto da quando non esiste più il Pdl di Silvio Berlusconi ed è svanito il ''sogno'' del bipolarismo all'americana.

 

Da quel momento in poi il messaggio è stato costantemente annacquato per evitare di creare frizioni interne, liti, dare forza a una o l'altra corrente. Un lavorio costante, carsico, snervante e sfiancante che per molti rappresentava il vero scopo politico da raggiungere (arrivare alla guida del partito). Quando ci sono state vittorie nette interne (il processo della rottamazione di Renzi su tutte) il Pd ha trovato per qualche anno un'anima (nel bene o nel male) riuscendo a consegnare al Paese il suo messaggio e a fare politica per i cittadini con provvedimenti e riforme. Ma è sempre stato un percorso a scadenza rapida perché correnti e correntine in breve riprendevano forza e ricominciava il logorio interno, la necessità di mandare messaggi sempre equivoci per non litigare, per non accendere i contrasti, per tenere a bada tutti.

 

Negli ultimi anni tutto ciò è diventato ancora più palese. Si pensi alla questione ucraina. Gli equilibrismi del Pd lo hanno reso il partito più ambiguo del panorama nazionale (si possono non condividere le politiche di Lega e M5S ma almeno sono chiare) e addirittura su scala europea con il blocco socialista a guardare ai propri componenti Dem con preoccupazione (salvati dalla linea Picerno che sta cercando di tenere la barra dritta sul sostegno alla resistenza ucraina e alle politiche di riarmo europee contro anche i diktat della segretaria Schlein). Per arrivare al referendum dove non è un mistero che un blocco di esponenti del Pd si era schierato per il ''Sì''. E allora meglio separarsi per essere più liberi di portare avanti i propri messaggi?

 

''É un’ipotesi seria che può coinvolgere, e forse già interessa, figure come Ernesto Ruffini e sindaci civici del calibro di Beppe Sala e Damiano Tommasi e altri amministratori locali - spiega sui suoi canali social Enrico Rossi -. E un ruolo particolare potrebbe essere svolto anche dalle Comunità Democratica di Del Rio, che sempre più assume la fisionomia di qualcosa di più della solita corrente interna al PD. Questo processo politico può, a mio avviso, essere la chiave per tornare a vincere, ponendo fine alle ambiguità del PD''.

 

''Dalla sua fondazione nel 2007 - continua Rossi - il Partito Democratico, nel tentativo di tenere insieme anime ideologicamente distanti, ha spesso prodotto una linea politica scialba, costretta a mediazioni estenuanti. Se l’area moderata, liberal-democratica e cattolico-democratica costruisse una sua casa autonoma e strutturata, la segreteria di Elly Schlein avrebbe finalmente lo spazio politico per esprimere una linea coerentemente di sinistra. Senza il freno delle correnti interne, il PD potrebbe parlare con voce più chiara di diritti sociali, lavoro, precarietà e redistribuzione, recuperando credibilità in quei settori popolari che ancora oggi si rifugiano nell'astensione''. Quindi questa mossa produrrebbe un vantaggio anche in casa Pd sciogliendo ambiguità e indirizzandolo più verso una dimensione di trasparenza e chiarezza.

 

''Dall'altro lato - prosegue l'ex governatore della Toscana - esiste un elettorato che non si riconosce nel sovranismo della destra ma che fatica ad aderire a una piattaforma di sinistra. Rafforzare il centro della coalizione potrebbe quindi non indebolire il PD e la coalizione ma presidiare un’area decisiva per la vittoria. Infatti, senza un approdo per questi elettori di centro, il rischio è che il "campo largo" non possa pienamente dispiegarsi e che somigli ad una somma aritmetica, incapace di esprimere le diverse anime politiche che devono comporlo. Il modello che sembra profilarsi, dunque, non è quello della convivenza forzata nel PD, ma quello di un nuovo Ulivo. Un'alleanza dove le identità sono distinte e per questo più forti''.

 

Per Enrico Rossi la mossa di Madia e il lavoro di Delrio con "Comunità Democratica" (che si riunirà a Roma il 16 maggio con Romano Prodi) sembrano puntare a questo: costruire un pezzo di centrosinistra che oggi manca.

 

''L’ipotesi è che in questa area vi siano due motori distinti e ben sintonizzati, uno marcatamente di sinistra e l’altro di centro, riformista e civico per offrire un’alternativa credibile e forte a questo governo di destra allargando il consenso. Il bipolarismo non è finito nelle urne -gli elettori scelgono ancora tra due blocchi- ma non è più riducibile a quel bipartitismo per il quale era sostanzialmente nato il PD, con la pretesa di avere da solo una vocazione maggioritaria. La destra ha capito per prima che il bipolarismo del futuro non è tra due grandi partiti (modello USA), ma tra due grandi coalizioni. Ora anche nel PD potrebbe essere giunto il tempo di capire che due partiti che si parlano e si alleano e che condividono un progetto di governo, sono preferibili ad un unico partito che passa il tempo a combattersi al proprio interno. Ovviamente nel campo largo resterebbero fondamentali altre due forze politiche come Alleanza Verdi e Sinistra e Il M5stelle, che con le loro proposte e le loro identità già parlano a settori consistenti dell’elettorato del centrosinistra''.

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