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''Pepe, vino (e lana) per lo sviluppo economico'', le leggi fondamentali della stupidità umana di Carlo M. Cipolla. Tredici Racconti stonati, ma non troppo…al tempo del coronavirus

E' considerato tra i maggiori storici economici internazionali che l'Italia abbia mai avuto. C’è un arguto libretto, dal titolo che è già un programma: Allegro ma non troppo. Comincia con lo spiegarci che se la serietà è una qualità relativamente facile da capire, invece "quello che è difficile da definire e che non a tutti è dato di percepire e apprezzare, è il comico"
DAL BLOG
Di Nicola Zoller - 22 marzo 2021

Socialista dal 17° anno d'età, continua a dedicarsi allo studio del pensiero progressista e democratico

Carlo M. Cipolla è considerato uno dei maggiori storici economici internazionali che l’Italia abbia avuto. Noi abbiamo letto e riletto una sua ricerca di comoda ma seriosa fatturaStoria facile dell’economia italiana dal Medioevo a oggi, edita da Il Sole 24 Ore-Mondadori (Milano, 1995), memorizzando due concisi passi riferiti alle condizioni economiche italiane post-guerra mondiale.

 

Il primo: "Nel 1945, alla conclusione del conflitto, il reddito per abitante degli italiani era ritornato a livelli non superiori a quelli d’inizio secolo: due generazioni di lavoro e di accumulazione se n’erano andate in fumo. Grande crisi, fascismo e guerre lasciavano l’eredità di un’economia non solo molto impoverita, ma anche eccessivamente dominata dallo Stato, chiusa al commercio e alla trasmissione internazionale delle tecniche. Fu da queste basi che dovette partire una ricostruzione che tutti pensavano sarebbe stata lenta e penosa".

 

Il secondo: "Il bilancio economico del quarantennio postbellico è, in termini quantitativi, a dir poco lusinghiero. Certo, nulla di simile era stato - anche lontanamente - nelle speranze dei padri della Repubblica. Un reddito nazionale cresciuto di circa cinque volte dal 1950 al 1990 colloca l’Italia fra i paesi a più elevato tenore di vita nel mondo".

Riportati questi dati a beneficio di una abbruttita memoria collettiva e più appropriatamente degli apparati mediatico-giudiziari che dopo il 1990 hanno affossato l’Italia dei partiti democratici ritenendola in preda a una banda di ladroni dediti a ridurci in una indigenza non altrimenti sopportabile, passiamo ora a più lieve e gaio racconto.

 

Con non trattenuto piacere abbiamo rilevato che Carlo M. Cipolla abbandona talvolta gli austeri panni accademici per darsi a più ilari ma non meno significative scritture. C’è un arguto libretto, dal titolo che è già un programmaAllegro ma non troppo. Comincia con lo spiegarci che se la serietà è una qualità relativamente facile da capire, invece "quello che è difficile da definire e che non a tutti è dato di percepire e apprezzare, è il comico".

 

E saperlo poi esprimere attraverso l’umorismo è una dote ancor più rara. Carlo M. Cipolla puntualizza infatti che l’umorismo "non deve implicare una posizione ostile bensì una profonda e spesso indulgente simpatia umana". Inoltre bisogna capire il momento e il luogo giusti per esprimerlo. Esempio: "Fare dell’umorismo sulla precarietà della vita umana al capezzale di un moribondo non è umorismo". Ulteriore basilare istruzione: "Quando si fa dell’ironia si ride degli altri. Quando si fa dell’umorismo si ride con gli altri. L’ironia genera tensioni e conflitti. L’umorismo quando usato nella misura giusta e nel momento giusto è il solvente per eccellenza per sgonfiare tensioni, risolvere situazioni altrimenti penose, facilitare rapporti e relazioni umane". L’invito finale di Cipolla è perentorio, o quasi: è un "dovere sociale" non perdere l’occasione giusta per praticare l’umorismo.

 

Queste premesse sarebbero bastevoli di per sé stesse per chiudere qui questa noterella e rinviare tutti più utilmente alla lettura dell’aureo libretto. È assolutamente consigliabile la pronta e integrale lettura del capitolo dedicato a Le leggi fondamentali della stupidità umana. Ma ora invece non riesco a trattenermi dall’abusare della vostra pazienza residua, prendendomi il piacere di riferire qualche tratto del capitolo dedicato a Il ruolo delle spezie (e del pepe in particolare) nello sviluppo economico del Medioevo. La pomposità del titolo fa subito intendere che potrebbe trattarsi di una ilare parodia di vicende premoderne. Ma il risultato è che il nostro autore ci consegna un irresistibile vademecum al Medioevo crociato.

 

C’era sempre stato un florido commercio con l’Oriente, specialmente di beni come le spezie, che erano importanti per l’Occidente. Sapete perché? Perché una spezia in particolare, il pepe, era afrodisiaco. Ma l’avanzata musulmana tra il 600 e 700 d.C. pose fine alle relazioni con l’Oriente. Ecco l’esilarante seguito donatoci dal professor Cipolla: "Persa ogni speranza di una vita migliore in questo mondo, la gente pose sempre più le proprie speranze nella vita nell’al di là e l’idea di ricompense in Cielo l’aiutò a sopportare la mancanza di pepe su questa terra".

 

Si posero poi ad aspettare i cavalieri dell’Apocalisse, in attesa della fine del mondo preannunciata allo scoccare dell’anno Mille. Le mamme abbracciarono i figlioletti, gli amanti si strinsero nell’ultimo amplesso. Ma nessun cavaliere apocalittico si fece vedere. Si dischiuse così un nuovo Millennio...Ed ecco le Crociate, che videro tra i principali promotori il francese Pietro, l’Eremita.

 

"Per motivi che nessuno racconta – svela Cipolla – Pietro aveva un debole per i cibi pepati". Certo, c’era stata la ragione principale: quella di indurre gli Europei a "esercitare la loro violenza sui non Europei anziché sugli altri Europei". Ma non si deve sottovalutare la questione del pepe, fa intendere Cipolla.

 

Pietro, solitario nel suo eremo "elaborò un grande disegno: promuovere una crociata che avrebbe liberato la Terra Santa dall’oppressione musulmana e che nello stesso tempo avrebbe riaperto le vie di comunicazione con l’Oriente e pertanto reso nuovamente possibile il rifornimento regolare di pepe all’Europa; con un colpo solo si potevano ottenere l’assicurazione di un dolce futuro premio in Cielo e il premio pepato sulla Terra".

 

Ci sono un paio di ultimi passaggi che insaporiscono ancor più la narrazione cipolliana. "Se il pepe fu certamente la forza di attrazione, il vino – incalza argomentatamente il nostro economista – fu la forza di spinta". Fu infatti grazie a nottate di abbondanti libagioni che i nobili si infervorarono per la crociata. Con più argomenti ancora, si spiega che i giovani cadetti "privati dei diritti di successione secondo la ferrea legislazione feudale, videro nel piano di Pietro la possibilità di conquistare possedimenti in Oriente e, nel contempo, acquistare meriti agli occhi dell’Onnipotente". Più in generale, la Chiesa che rimproverava i baroni per le loro violenze sanguinarie "fornì a costoro la possibilità di dar legnate al prossimo meritandosi gli elogi invece che i rimbrotti".

 

Infine – continuando a darci impeccabili lezioni di storia in modo scanzonato – ecco Cipolla rammentarci che "la gente comune intravide la possibilità di cambiar vita: farla finita con il proprio miserabile  stato e partecipare al saccheggio dei tesori orientali con il beneplacito e la benedizione del Signore". Last but non least, ecco la mirabile spiegazione dei "tempi d’oro per i fabbri e la metallurgia europea» prodotti dalle crociate". Il motivo? Ma «l’idea delle cinture di castità". Quasi tutti i crociati – assicura Cipolla – erano analfabeti, ma conoscevano i proverbi. Uno di questi diceva che "fidarsi della propria moglie è bene ma non fidarsi è meglio". E allora avanti con le cinture metalliche da applicare al grembo delle loro signore. Pazienza se poi se ne scorderanno, per accasarsi nelle calde terre mediorientali con "una siriana, un’armena o financo con una saracena battezzata".

 

Ma col pepe, dove eravamo rimasti? Ah, già: diciamo allora che assunse ancor più importanza capitale. Non primeggiava solo per le sue virtù afrodisiache, talché nessuno poteva rifiutarlo, ma grazie all’intrinseca qualità della non-deperibilità e al fatto di essere un bene estremamente 'liquido', il pepe servì "non solo come fonte di energia bensì anche come mezzo di scambio". Si pose insieme al vino francese e alla lana delle pecore inglesi all’apice del capitalismo medioevale, beninteso – puntualizza Cipolla – "mantenendo naturalmente il pepe il ruolo che Marx chiamava il motore della storia". Lezione terminata (vivissimi, prolungati, generali applausi).

 

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