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Oltre 600 vittime di femminicidio in Italia dal 2012, si piange una donna ogni tre giorni

La Giornata mondiale contro la violenze delle donne (25 novembre) è stata ratificata dalle Nazioni Unite nel 1999, ma in Italia si celebra solo dal 2005. Le Istituzioni sono farraginose, le vittime spesso abbandonate a sé stesse
In Italia si registra un femminicidio ogni tre giorni: 630 vittime dal 2012
DAL BLOG
Di "Notizie tra i banchi di scuola" - 02 novembre 2016

La parola agli studenti dei licei che ci raccontano come vivono la scuola e il mondo che li circonda

di Linda De Carli

 

Alla luce degli ultimi eventi di cronaca e in occasione del 25 novembre, "Giornata mondiale contro la violenza sulle donne". Si riaccende anche in Italia, dove ogni tre giorni si piange una vittima, il dibattito sul femminicidio.

Venerdì 21 ottobre è stato condannato definitivamente a 16 mesi di reclusione l’uomo che, nel novembre 2015, tentò di uccidere la moglie a Roverè della Luna. Dopo una lite il 46enne rotaliano, armato di bastone e coltello, aveva colpito così brutalmente la donna da crederla in fin di vita: disperato aveva quindi lasciato un biglietto sul luogo del delitto e si era dato alla fuga, tentando poi il suicidio in un dirupo della Val di Non.

 

Quando venne arrestato, l’accusa volta nei suoi confronti era di tentato omicidio: la perizia medica aveva concordato che le ferite riportate sul corpo della donna non erano tali da ucciderla e si stabilì che il marito venisse processato per sole lesioni personali. Oggi la donna è salva, ma il dramma l’ha segnata in maniera indelebile nel corpo e nell'anima. “Anche noi nel nostro villaggio abbiamo i nostri bellissimi omicidi”, cantava una volta Georges Brassens, cantautore che nel corso del secolo scorso rivoluzionò la storia della musica in Francia. L’assassinat celebrava, in pieno stile, la tendenza tipica dell’artista all'anticonformismo e all'anarchia: il piccolo paese platonicamente da lui immaginato, oggi troppo spesso percepito come una semplice utopia cittadina, era visto come scala della città caotica e ansimante, in cui si ricalcavano gli stessi fatti di cronaca al pari delle popolose metropoli.

 

Secondo Brassens era sbagliato affermare che solo la cultura e la scuola potessero correggere gli atteggiamenti aggressivi in generale, soprattutto nei confronti delle donne, indipendentemente che un uomo fosse originario di una grande città o di un piccolo ambiente rurale. Indubbiamente negli ultimi anni la nostra società si è sempre più intrisa di delitti e violenze di genere: basta prestare attenzione ad alcuni dati per accorgersi che, solo dal 2012, le donne uccise in Italia siano 630. Una vittima ogni tre giorni. Un dato allarmante se si pensa che in 7 casi su 10 l’omicidio si consuma in ambito familiare.

 

“La violenza sulle donne è diventata una vera e propria emergenza sociale” ha detto Agnese Ranghelli, Responsabile Nazionale delle Donne Acli, la quale sostiene che l’unica soluzione al problema sia quella di “risolvere alla radice con uno sforzo unanime e con la responsabilità di tutti i soggetti sociali, in primis istituzioni, famiglia e scuola, per ribadire che, come adulti, abbiamo il dovere educativo di preparare le nuove generazioni”.

 

Nel nostro paese la violenza sulle donne è considerata a tutti gli effetti una violazione dei diritti umani: tuttavia quella di genere è una delle forme di violenza meno conclamate e palesi, che migliaia di donne subiscono ogni giorno e in silenzio da familiari, amici, conoscenti o colleghi di lavoro. La domanda nasce spontanea: si tratta di una semplice questione privata? Il rapporto uomo-donna che divampa tra le mura domestiche è un fatto strettamente familiare o riguarda la coscienza di tutti? Perché le donne non trovano la forza di denunciare i maltrattamenti subiti in un paese che dovrebbe proteggerle e tutelarle?

 

L’autorevole voce di Rashida Manjoo, ex commissario parlamentare della Commissione sulla parità di Genere in Sud Africa e docente di Diritto Pubblico dell’Università di Città del Capo, denunciò tempo fa la situazione italiana, affermando che “le leggi per proteggere le vittime ci sarebbero, ma non sono sufficienti. Dipendenza economica, inchieste malfatte, regole frammentate e soprattutto un’inadeguata punizione dei colpevoli le rendono poco efficaci.”

 

Fortunatamente però verso la fine degli anni novanta qualcosa è si è mosso: sono nati, ad esempio, i primi Centri antiviolenza grazie all'impegno di associazioni al femminile, come la "Casa delle donne per non subire violenza" di Bologna e la "Casa delle donne maltrattate" a Milano. Non solo, sono stati istituiti inoltre corsi di formazione per i carabinieri e, in tutto l'Occidente è stato coniato il termine "femminicidio" in sostituzione del primitivo "delitto d’onore" (in vigore fino al 1967, ndr).

 

Il 17 dicembre 1999 l’Assemblea generale delle Nazione Unite ratificò una data per motivare e sensibilizzare l’opinione pubblica nell'estirpare la violenza sulle donne: la scelta cadde sul 25 novembre, ricorrenza che in Italia si celebra solo dal 2005.

 

In uno stato come il nostro, nel quale il maschilismo ancora profondamente radicato si fonde al sistema arretrato delle istituzioni, molto spesso le donne vittime di violenza si trovano a dover affrontare tutto da sole. E' necessario però abbattere il muro del silenzio: confidarsi con qualcuno, denunciare il partner, riacquistare piano piano la propria autostima e la propria dignità. Proprio per il semplice fatto che, come diceva il filosofo libanese Khalil Gibran, “una vita senza libertà, è come un corpo senza spirito”.

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