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Land Grabbing: il ‘Mr.Hyde’ dei biocarburanti

La produzione dei biocarburanti rappresenta uno dei grandi paradossi della società odierna: la competizione tra uomo e macchine per l’utilizzo della terra e dell’acqua. Di fronte alle circa 24mila persone che ogni giorno muoiono di fame una quota crescente dei terreni agricoli è dedicata alla produzione di biocarburanti per alimentare le auto.
Dal blog di Open Wet Lab - 05 aprile 2017 - 16:43

I biocarburanti sono combustibili, liquidi o gassosi, che vengono utilizzati per i trasporti, i quali sono ricavati dalle biomasse commestibili e non; canna da zucchero, mais, grano, colza e altri cereali sono le coltivazioni più utilizzate come fonte di energia, coltivazioni che invece potrebbero servire per sfamare parte del pianeta. Essi vengono suddivisi in carburanti di prima generazione (o convenzionali) e di seconda generazione (o non convenzionali); i primi sono quelli implicati nel Land Grabbing, fenomeno del quale parleremo diffusamente in seguito, poiché sono prodotti da materie agricole utilizzabili a fini alimentari.

 

Questi biocarburanti dominano la produzione complessiva e si pensa che lo faranno ancora per molto. Nel quinto “Considerando” della Dir. 2015/1513/CE, l’UE afferma che “ci si attende che nel 2020 quasi l'intera produzione di biocarburante proverrà da colture che sfruttano superfici che potrebbero essere utilizzate per soddisfare il mercato alimentare e dei mangimi”. I biocarburanti presentano sul piano ambientale ingenti vantaggi rispetto ai combustibili fossili: permettono infatti di ridurre e addirittura eliminare in alcuni casi le emissioni di CO2, CO, composti solforati, metalli pesanti, idrocarburi aromatici e polveri sottili. Guardando alla sola fase di produzione, il miglioramento percentuale nell’emissione dei greenhouse gases (gas responsabili dell’effetto serra) del biodiesel rispetto al gasolio di origine fossile oscilla dal 25% al 48% se prodotto da colza, dal 51% a 58% se prodotto da girasole, dal 45% al 70% se prodotto da olio di palma, dal 37% al 62% se prodotto da soia.

 

Fantastico! Starete pensando. Peccato che mettendo pros and cons sulla bilancia non sia tutto rose e fiori, anzi: la prima direttiva europea sulla qualità dei carburanti (la Dir.98/70/CE) del 1998 fu fatta “coi paraocchi”, in quanto i legislatori posero la loro attenzione unicamente sulla diminuzione della produzione dei gas serra, senza considerare i risvolti di carattere economico e sociale. La conseguenza più importante è stata lo spregiudicato e crescente accaparramento delle terre da parte delle multinazionali e dei paesi sviluppati a danno dei terreni fertili dei paesi poveri, in precedenza gestiti da piccoli produttori locali, ora espropriati. Solo più recentemente con le Direttive del 2009 e del 2015 si è cercato di correggere parzialmente questo grave errore.

 

Questo è proprio il fenomeno sopra citato del Land Grabbing, letteralmente ‘accaparramento del terreno’, portato alla luce per la prima volta da GRAIN, un’organizzazione non-profit che supporta le attività dei piccoli agricoltori locali in tutto il mondo. Due terzi delle acquisizioni su larga scala avvenute negli ultimi anni nei paesi poveri sono destinate alla produzione di biocarburanti esportati nei paesi sviluppati; il continente maggiormente interessato è l’Africa (58%), seguono Asia (18%), Sud America e Messico (10%), Est Europa (8%) e Oceania (6%).

 

Questo fenomeno comporta inoltre l’aumento dei prezzi dei beni alimentari ed è strettamente collegato all’effetto ILUC (Indirect Land Use Change impact of biofuels, ossia una sorta di reazione a catena: poiché i biocarburanti utilizzano superfici destinate all’agricoltura e poiché la richiesta alimentare permane, le foreste vengono trasformate in terreni agricoli contrastando i benefici derivanti dall’uso dei biocombustibili). Questo può determinare danni ambientali gravissimi come l’espansione della monocoltura della soia, la quale provoca la deforestazione della Foresta Amazzonica e del Cerrado, la grande savana tropicale del Brasile, uno degli ecosistemi più importanti del mondo. Altri Paesi fortemente a rischio sono l’Uganda e la Costa d’Avorio.

 

I problemi sopracitati sono superati con i biocarburanti di seconda generazione, i quali sono prodotti da biomasse non utilizzabili per l’alimentazione umana o animale e non portano quindi alla sottrazione di terreno alla produzione alimentare o a cambi di destinazione dei terreni agricoli. Le materie prime utilizzate per la produzione di questi sono principalmente legno, cellulosa, scarti agricoli e coltivazione delle alghe. La ricerca è molto attiva in questo settore, in particolare verso 4 direzioni:

  • sviluppo di biocarburanti a partire da alghe ad alto contenuto lipidico;
  • produzione di piante geneticamente modificate a basso contenuto di lignina per facilitare il processo di produzione di biocarburanti;
  • utilizzo di microrganismi ricombinanti, contenenti geni in grado di trasformare in carburante i grassi prodotti dai batteri ospiti per la sintesi delle proprie membrane lipidiche;
  • utilizzo della biologia sintetica al fine di modificare il metabolismo di alcuni microrganismi, ottenendo sovrapproduzione di acidi grassi a partire da zuccheri, i quali vengono poi utilizzati per la produzione di carburante.

 

Nonostante le recenti correzioni, l’impegno al monitoraggio, alla ricerca e sviluppo, ai miglioramenti futuri messi in atto - o meglio, proposti - dall’Unione Europea, i problemi lasciati aperti dall’utilizzo dei biocarburanti (soprattutto quelli convenzionali, che dominano e domineranno per chissà quanti anni il mercato) fanno guardare allo sviluppo sostenibile in maniera scettica. Ciò che è certamente necessario è un investimento nella ricerca in questo settore: solo così sarà possibile puntare con maggiore decisione sui biocarburanti di seconda generazione, e in un futuro più lontano chissà, su quelli di terza e quarta.

(di Giorgia Tosoni)

 

 

Fonti:

 

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