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Riusciremo a curare tutte le malattie?

Dagli investimenti di Mark Zuckerberg a Bill Gates, dai magnati a Google si riuscirà a ingegnerizzare la vita eterna? Per quanti successi potremo avere nel curare le malattie, siamo sicuri che questo sia il bene della specie? Siamo sicuri che selezionare i geni migliori per l'ambiente attuale non sia deleterio in uno scenario futuro, in cui l'evoluzione si troverà con meno frecce da scoccare?
Particolare di Re Artù parte alla ricerca del Santo Graal, miniatura da “Histoire du Merlin”, 1280-1290, Francia
Dal blog di Open Wet Lab - 24 marzo 2017 - 20:29

Secondo i più recenti studi in mercato finanziario, il settore delle biotecnologie e life sciences (scienze della vita) è riconosciuto tra i più redditizi, con una crescita costante seconda solo al settore hi-tech e web (Deloitte, 2016 Global life sciences outlook, Moving forward with cautious optimism).

 

Di recente, proprio dai giganti del web stanno convergendo ingenti investimenti nel campo delle Scienze della Vita: ad esempio Mark Zuckerberg, fondatore e amministratore delegato di Facebook, ha da poco stanziato 3 miliardi di dollari per finanziare diversi istituti di ricerca e laboratori impegnati nel superare le frontiere della biomedicina (Chan Zuckerberg Initiative).

 

Larry Page e Sergey Brin, fondatori di Google, hanno invece dedicato un intero settore di investimenti della nuova azienda madre, Alphabet, alla ricerca nelle Scienze della Vita (Verily Life Sciences). Senza contare la Fondazione Bill e Melinda Gates di Microsoft, che da anni è impegnata in attività filantropiche rivolte per esempio a contrastare emergenze sanitarie legate a malattie infettive. A voler trovare un filo rosso tra questi esempi, non è difficile scorgere il desiderio dei sopracitati miliardari di scoprire l’elisir di lunga vita, o meglio dell’eterna giovinezza: una sorta di cocktail analogo moderno del Santo Graal.

 

Si contano molti altri benefattori che stanno seguendo i loro passi: i progressi in campo biomedico, dalla bioinformatica alla terapia genica all’immunoterapia stanno cambiando con grande rapidità il modo di studiare e combattere le malattie.

 

L’ultimo arrivo nel campo delle terapie innovative è un esempio particolarmente interessante per la riflessione a seguire: si tratta di un trattamento, per mezzo della cosiddetta terapia genica, dell’anemia falciforme. Ad un ragazzo francese, più di un anno fa, sono state asportate cellule progenitrici del midollo osseo, che successivamente hanno subito una modifica del DNA mediante l’utilizzo di un vettore virale, affinché producessero la corretta versione della proteina mutata. Il giovane ha ricevuto, mediante trasfusione, le sue medesime cellule, le quali sono in condizione di esprimere la proteina corretta e dare vita a globuli rossi sani.

 

La caratteristica patologica fondamentale dell’anemia falciforme è proprio la forma dei globuli rossi, a “falce” o “mezzaluna”, a causa di una mutazione nel DNA che determina una conformazione errata dell’emoglobina. I sintomi di questa condizione genetica si osservano però soltanto quando entrambi i geni che codificano l’emoglobina sono mutati. In eterozigosi, cioè quando soltanto un copia del gene (l’essere umano ha infatti sempre due copie di un gene) è mutato, i sintomi sono molto lievi o addirittura inesistenti. Per chiarezza, il giovane francese, dopo quindici mesi non ha avuto alcuna ricaduta.

 

L’anemia falciforme è anche una malattia 'da manuale' quando si studia genetica ed epidemiologia: la mutazione nel gene dell’emoglobina è infatti l’esempio fondamentale di come una condizione potenzialmente patologica si riveli favorita e venga 'selezionata' in particolari condizioni ambientali.

 

La maggiore incidenza di questa mutazione si osserva infatti nell’Africa occidentale e sub-sahariana, dove essere portatori sani dell’anemia falciforme conferisce una resistenza innata alla malaria. Il microbo responsabile della patologia non riesce infatti a portare a termine il suo ciclo riproduttivo nei globuli rossi, parzialmente difettosi, estendendo quindi l’aspettativa di vita dei soggetti infetti.

 

Tuttavia, se in una popolazione è presente una mutazione che in singola copia conferisce una resistenza ad una malattia (la malaria), la pressione selettiva non la eliminerà. Continueranno a presentarsi le occasioni in cui questo gene mutato si ritroverà in duplice copia in un organismo umano, dando origine ad una seconda condizione patologica: l’anemia falciforme.

 

Insomma, l’evoluzione sembra non favorire la scomparsa dei geni difettosi semplicemente perché in alcuni ambienti o per alcune condizioni la presenza, anche solo parziale, di un difetto genetico possa dare un contributo positivo alla salute dell’essere umano. Jim Kozubek, un comunicatore scientifico americano, ha recentemente discusso altri esempi di come condizioni genetiche siano responsabili di effetti duplici per la salute: per esempio una variante genica può essere collegata con l’aumento di rischio per lo sviluppo di fibrosi cistica, ma anche proteggere contro il colera, mentre un’altra è collegata sia all’abbassamento del colesterolo LDL (quello “cattivo”) che all’aumento del rischio di infarto. Portando questi esempi, egli sostiene che l’ambizioso traguardo di questi magnati, cioè quello di curare ogni tipo di patologia che affligge l’essere umano, compreso l’invecchiamento, è semplicemente irraggiungibile.

 

Da scienziati, non si può che argomentare a sfavore: servono più dati e una conoscenza più approfondita delle patologie in questione. La ricerca ha bisogno di tempo ed energie per identificare nuovi obiettivi farmacologici che possano alleviare la condizione dei pazienti.

 

Da biologi però, diventa difficile ignorare le riflessioni più profonde e basilari di Darwin, per cui gli organismi, o meglio, in una visione moderna, i geni, progrediscono in funzione di un adattamento ad un ambiente, e non verso una forma 'perfetta'. Alcuni nuovi interpreti dell’evoluzionismo, tra cui Stuart Kauffman, sostengono che le mutazioni siano il serbatoio stesso di innovazione nel processo evoluzionistico (Stuart Kauffman, A casa nell'universo, Editori Riuniti, Roma 2001) e che quindi semplicemente continueranno ad essere presenti nonostante la sforzo umano nel contrastarli.

 

Riflessioni di tale estensione sono in genere difficilmente applicabili al caso singolo, malgrado gli esempi sopracitati, e non è di certo nostra intenzione difendere una visione fatalista del progresso scientifico, anzi: siamo giovani scienziati ambiziosi di contribuire a questo sforzo collettivo.

 

Dall’altra parte però è facile nutrire alcuni dubbi nel programma di questi magnati: riusciranno ad ingegnerizzare la vita eterna e sconfiggere tutte le malattie? Chissà.

 

Per quanti successi potremo avere nel curare le malattie, siamo sicuri che questo sia il bene della specie?

 

Siamo sicuri che selezionare i geni migliori per l'ambiente attuale non sia deleterio in uno scenario futuro, in cui l'evoluzione si troverà con meno frecce da scoccare?

 

Forse il futuro della biomedicina non assomiglierà ad un Santo Graal rivisitato, e i manager dei colossi del web non potranno ammirare i loro sorrisi smaglianti alla tenera età di novant’anni, in quanto saranno più simili a dei frankenstein moderni, goffi e sgraziati, impegnati nello sforzo sisifeo di sostituire le parti di ricambio.

 

[di Giovanni Palla]

 

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