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Elezioni in Turchia: ancora un parlamento pro-Erdogan in attesa del ballottaggio per la presidenza

Emanuele Massetti, professore associato di Scienza politica nella Scuola di Studi Internazionali dell'Università di Trento, analizza i risultati delle elezioni in Turchia in attesa dell'esito del ballottaggio del 28 maggio: “Per chi auspicava la fine dell’era Erdogan, il primo turno di presidenziali e le elezioni parlamentari hanno rappresentato, come minimo, una mezza delusione”
Foto Askanews
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Di Orizzonti Internazionali - 20 maggio 2023

Docenti di studi internazionali dell'Università di Trento

ANKARA. Come riportato dalle maggiori testate giornalistiche, la competizione per la presidenza della Turchia, cruciale per la determinazione della politica interna ed internazionale del paese della mezzaluna, verrà decisa al secondo turno. Il presidente in carica, padre-padrone della politica turca da oltre vent’anni, Recep Tayyip Erdogan, del Partito della Giustizia e Sviluppo (AKP), ha mancato di un soffio la rielezione al primo turno, fermandosi al 49,5% dei consensi. Lo sfidante principale, Kemal Kilicdarouglu, membro del Partito Repubblicano del Popolo (CHP) e supportato da un’ampia coalizione di sei forze politiche, è arrivato molto vicino al 45%. Certamente, questi risultati hanno un po’ raffreddato gli entusiasmi generati dall’attesa per una sconfitta di Erdogan, che verrebbe percepita – da vasti settori della popolazione turca e dell’opinione pubblica internazionale - più come la fine di un regime che una normale alternanza di governo. Tuttavia, la partita per la presidenza non è ancora chiusa e non resta che aspettare l’esito del ballottaggio del 28 maggio.

 

Un bilancio quasi definitivo, al netto di alcuni ricorsi che potrebbero cambiare marginalmente i risultati, può essere invece fornito sulle elezioni parlamentari, condotte in contemporanea con il primo turno delle presidenziali. Il parlamento monocamerale turco, la Grande Assemblea Nazionale, è composto da 600 deputati, eletti con metodo proporzionale, corretto da uno sbarramento nazionale fissato al 7%, che si applica allo stesso modo ai singoli partiti e alle coalizioni elettorali. Il territorio turco è suddiviso in 87 circoscrizioni elettorali plurinominali, 77 delle quali corrispondono ad altrettante province, mentre le province di Istanbul, Ankara, Smirne e Bursa sono suddivise in più circoscrizioni – due per Bursa e Smirne, tre per Ankara ed Istanbul.

 

Il dato più importante emerso dalle elezioni è che l’alleanza politica guidata da Erdogan – chiamata Alleanza del Popolo e formata dal partito conservatore islamico dell’AKP, dagli ultra-nazionalisti del MHP e dagli islamisti dello YRP – ha mantenuto una maggioranza parlamentare, seppur ridotta rispetto alle elezioni precedenti. Nel dettaglio, l’AKP si conferma primo partito e primo gruppo parlamentare, pur perdendo quasi 7 punti percentuali (da 42,6% a 36,8%) e 28 deputati (da 295 a 267). Le perdite dell’AKP sono parzialmente compensate dall’entrata nell’agone elettorale dello YRP, che ha vinto 5 seggi, e dalla tenuta del MHP, che ha guadagnato un deputato, arrivando a 50 seggi (quarto gruppo in parlamento). Pertanto, l’Alleanza del Popolo può contare su una pattuglia parlamentare di 322 deputati, contro i 278 delle opposizioni.

 

Tra queste, il CHP si conferma secondo partito della Turchia, con il 25,6% dei consensi (3 punti in più) e 169 deputati (26 in più). L’alleanza delle forze pro-curde, laburiste e ambientaliste, che quest’anno si presentava sotto le sigle del Partito dei Verdi e per un Futuro di Sinistra (YSGP) e del Partito dei Lavoratori della Turchia (TIP), si conferma terza forza parlamentare, con un totale di 65 deputati (2 in meno rispetto al 2018). Infine, il Buon Partito (IYI), nato da una scissione all’interno del MHP per l’appoggio degli ultra-nazionalisti ad Erdogan, e quindi alleato del CHP, ha confermato la propria consistenza elettorale, ormai consolidatasi intorno al 10%, ottenendo 44 deputati (1 in più rispetto al 2018).

 

La distribuzione territoriale dei consensi elettorali presenta più elementi di continuità che di cambiamento. La Turchia anatolica continua a votare prevalentemente per l’AKP, con casi abbastanza isolati di distretti elettorali in cui prevale il CHP o il MHP. La Turchia europea (Tracia) e la regione egea restano fedeli sostenitori del nazionalismo laico del CHP. Infine, la regione del sud-est, in cui si concentra la minoranza curda, si conferma un bastione delle liste collegate al movimento nazionalista curdo. Le maggiori novità consistono in una rinnovata competitività del CHP nelle grandi aree urbane, Ankara e Istanbul, nella provincia di Eskisehir (subito ad ovest di Ankara) ed in alcune provincie meridionali - a partire da quelle di Antalya e Mersin - fortemente interessate dai flussi migratori (da Siria ed Iraq) e drammaticamente colpite dal terremoto di febbraio. Tuttavia, il terreno di caccia elettorale del CHP resta fortemente demarcato sia territorialmente sia ideologicamente. In particolare, gli eredi del partito di Ataturk non appaiono in grado di penetrare le aree politiche del conservatorismo islamista, dell’ultra-nazionalismo turco e del nazionalismo curdo. Non a caso, negli ultimi quarant’anni, il consenso elettorale del CHP è sempre rimasto sotto il 26%.

 

In sintesi, l’alleanza tra islamisti e ultra-nazionalisti che supporta Erdogan si è confermata elettoralmente solida, sebbene in leggero calo. Il dato più destabilizzante a livello economico, vale a dire il livello d’inflazione (tornato sopra al 70% nel 2022), non ha prodotto il crollo elettorale che qualcuno si aspettava. Dopotutto, la disoccupazione (10%) è a minimi dal 2014 ed in forte discesa dal picco del 2019 (13,7%). Anche il reddito pro-capite a parità di potere d’acquisto non è messo troppo male, avendo registrato solo una leggera flessione nel 2022 rispetto al picco storico del 2021, e restando molto al di sopra del triennio 2018-2020. Inoltre, il fronte anti-Erdogan fa fatica a tenere insieme forze eterogenee e non riesce ad imporre un tema politico che possa ribaltare gli equilibri. La questione costituzionale (tornare al sistema parlamentare) sembra toccare le corde di una parte importante ma non sufficientemente estesa dell’elettorato. Il tema dell’immigrazione potrebbe essere sfruttato di più, dato il diffuso sentimento di esasperazione di molti turchi per l’elevato numero di rifugiati accolti (spesso in modo disordinato) negli ultimi anni. Tuttavia, l’alleanza guidata dal CHP non appare determinata ad usare quest’arma, se non a livello di politica locale.

 

Per chi auspicava la fine dell’era Erdogan, il primo turno di presidenziali e le elezioni parlamentari hanno rappresentato, come minimo, una mezza delusione. A questo punto, lo scenario di una riconferma del presidente uscente, con un parlamento a suo favore, sembra un’ipotesi probabile. Non solo, nel caso in cui Kilicdarouglu dovesse prevalere nel secondo turno delle presidenziali, la sua sarebbe una vittoria mutilata. Infatti, salvo clamorosi ribaltoni, non potrebbe contare su una maggioranza parlamentare per portare avanti le sue politiche, a cominciare dalla riforma costituzionale parlamentare.

 

D’altro canto, l’aver vinto le elezioni parlamentari potrebbe trattenere Erdogan dallo spingersi troppo oltre i limiti della pragmatica costituzionale sia nella conduzione del secondo turno delle presidenziali sia, in caso di sconfitta, nella accettazione e gestione del passaggio dei poteri. In altre parole, il controllo del parlamento potrebbe costituire una sorta di garanzia sufficiente a proteggere l’attuale presidente dalle implicazioni (per lui) più pericolose derivanti dalla perdita del potere esecutivo – a cominciare da eventuali azioni giudiziarie a suo carico. Dopo tutto, la fine di un regime non è (quasi mai) così semplice e lineare come una semplice alternanza di governo.

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