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I 50 miliardi all'Ucraina e le pressioni sull'Ungheria: sui temi strategici l'Ue non può continuare a lavorare sulla base del principio dell'unanimità

Foto Askanews
DAL BLOG
Di Orizzonti Internazionali - 05 febbraio 2024

Docenti di studi internazionali dell'Università di Trento

Di Andrea Fracasso, docente di economia presso la Scuola di Studi Internazionali e il Dipartimento di Economia e Management

 

Giovedì 1 febbraio, i paesi dell’Unione europea (Ue) hanno trovato un accordo durante il Consiglio Europeo straordinario sulla revisione intermedia del bilancio pluriennale dell’Unione. Questo accordo, ora sottoposto all’approvazione del Parlamento europeo, ha attratto l’attenzione dei media per la ritrovata capacità dell’Unione di agire nel sostenere l’Ucraina attraverso un pacchetto di circa 50 miliardi di euro (17 miliardi in sovvenzioni e 33 miliardi in prestiti garantiti) per il periodo 2024-2027. L’accordo prevede che il sostegno per l'Ucraina sia subordinato a numerosi prerequisiti e condizioni, con il Consiglio posto a capo della governance dello strumento.

 

Questo risultato, politicamente importante per l’Ucraina e per l’Unione, ha richiesto ai paesi e alla Commissione di esercitare forti pressioni sull’Ungheria che cercava di sfruttare il diritto di veto sui temi di bilancio per limitare il sostegno Ue all’Ucraina e per strappare qualche concessione dai partner. L’Unione ha risposto facendo presente di poter mantenere congelati a lungo i fondi comunitari destinati all’Ungheria (circa 20 miliardi), ancora bloccati per le violazioni dello Stato di diritto e dei diritti fondamentali avvenuti e in corso nel paese. (Questa minaccia, si noti, contrasta la decisione della Commissione di dicembre – decisione fortemente criticata dal Parlamento europeo – con la quale sono stati scongelati 10 miliardi di euro a fronte di una riforma della giustizia giudicata in modo diverso da Commissione e Parlamento) I paesi dell’Ue hanno anche fatto sapere di essere pronti a considerare l’attivazione della procedura prevista dall'articolo 7 del Trattato dell'Ue per la violazione grave dei diritti fondamentali dell'Unione, una procedura che prevede per il paese oggetto la sospensione dei diritti (ma non degli obblighi) derivanti dall’adesione all’Unione (tra cui il voto). Di fronte a questo, il primo ministro Orbán ha fatto cadere la minaccia di veto, portando a casa solo qualche ragionevole concessione.

 

Se l’accordo raggiunto rassicura sulla capacità dell’Unione di prendere decisioni condivise su temi di cruciale importanza, poca attenzione è stata data nei media alle condizioni che hanno consentito di raggiungere questo risultato. Mentre il leader magiaro pensava di usare la minaccia del diritto di veto per estrarre concessioni sui dossier aperti contro l’Ungheria, sono state le istituzioni e i paesi europei ad acquisirne il consenso sfruttando sia la fragilità istituzionale del paese derivante dalla violazione del diritto Ue, sia la sua dipendenza dai fondi europei. Ma cosa sarebbe successo se l’Ungheria non fosse così dipendente dai fondi Ue? Cosa sarebbe successo se l’Ungheria non avesse compiuto gravi violazioni dei diritti fondamentali dell'Unione contro le quali agitare lo spettro dell’articolo 7? Cosa sarebbe successo se Orbán fosse stato disposto, magari grazie al sostegno finanziario proveniente da paesi extra-Ue, ad affrontare il blocco dei fondi e dei diritti? Questo episodio mostra l’impossibilità per l’Unione di continuare a lavorare sulla base del principio dell’unanimità su temi strategici. Una dimostrazione che la via sovranista all’Unione europea (più intergovernativa e meno federalista dell’Europa delle Nazioni) può rappresentare una minaccia alla sicurezza dei paesi dato che un veto isolato dei 27 può impedire ai restanti paesi di intraprendere le azioni collettive ritenute fondamentali per proteggere degli interessi nazionali. Un nuovo meccanismo che bilanci i vari interessi, collettivi e nazionali, in gioco è necessario.

 

Tornado al contenuto dell’accordo del Consiglio, altri aspetti sono degni di nota. Ancora una volta, le proposte ambiziose della Commissione del giugno 2023 sono state fortemente contenute dai governi europei. In particolare, le azioni per promuovere le nuove tecnologie critiche per la competitività industriale (ovvero la Piattaforma per le tecnologie strategiche per l'Europa – STEP) hanno visto riconosciuti solo 1,5 miliardi aggiuntivi, invece dei 10 miliardi proposti dalla Commissione, e tutti concentrati nel campo della difesa. In generale, i nuovi stanziamenti a sostegno delle politiche dell’Unione sono stati limitati (21 miliardi, un terzo della proposta della Commissione e del Parlamento) e molti fondi (circa 10 miliardi) sono stati trasferimenti da voci del bilancio esistenti, con effetti negativi per alcuni comparti, tra cui la ricerca (-2 miliardi), la politica agricola (-1 miliardo) e la salute (-1 miliardo).

 

L’accordo prevede che l’Unione continui ad adoperarsi per introdurre nuove risorse proprie (anche temporanee) al fine di coprire i costi dei prestiti del NextGeneration EU. Una disposizione vaga che, alla luce delle difficoltà incontrate finora ad aumentare le entrate proprie dell’Ue, non contribuisce a fare passi avanti concreti sulle proposte sul tavolo (RTS, CBAM, contributo nazionale sugli utili delle imprese, …).

 

E’ opinione di chi scrive che altre decisioni in materia di bilancio siano necessarie per riuscire a finanziare adeguatamente le politiche comuni e le azioni collettive necessarie a realizzare la transizione climatica, a garantire la sicurezza economica, a promuovere lo sviluppo industriale e tecnologico, a gestire i flussi migratori e a fornire i nuovi beni pubblici europei alla cittadinanza. La discussione di questo ampliamento di fondi e competenze sarà molto probabilmente materia della prossima Commissione, del prossimo Parlamento europeo e dei futuri Consigli, in vista della definizione del prossimo Quadro Finanziario Pluriennale (dal 2028 in avanti). Se, come sembra oggi probabile, elettori ed elettrici europei rafforzeranno la componente conservatrice nelle istituzioni, questo processo di rafforzamento dell’Unione sarà limitato e, nel caso, molto graduale. Sempre che nuove emergenze (purtroppo mai mancate in quest’ultimo ventennio) non costringano ad attivarsi prima.

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