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La croce, il diritto internazionale e il rifiuto della responsabilità etnica

DAL BLOG
Di Orizzonti Internazionali - 22 April 2022

Docenti di studi internazionali dell'Università di Trento

Marco Pertile, docente di diritto internazionale della Scuola di Studi Internazionali e della Facoltà di Giurisprudenza dell’Università di Trento.

 

La scelta del Papa di far portare assieme la croce a una specializzanda russa e a un’infermiera ucraina, il venerdì della settimana santa, ha suscitato forti critiche. Il direttore di questo giornale ha parlato di “ipocrisia” criticando il silenzio della chiesa cattolica rispetto alle responsabilità della Russia del Presidente Putin. Altri interventi nei blog hanno censurato le esitazioni e le omissioni dei pacifisti e del vescovo di Trento. Sono stati usati argomenti che rinviano al diritto internazionale sia implicitamente sia, in un caso, in modo esplicito (con citazione dell’Enciclopedia Treccani). Dal punto di vista etico e giuridico – mi pare questo il messaggio principale dei critici – non si può mai perdere di vista la differenza tra chi aggredisce e chi legittimamente si difende.

 

Credo che la posizione degli interventi che mi hanno preceduto, pur condivisibile nelle premesse, sia incompleta su una questione essenziale. Si tratta del tema, eticamente e giuridicamente fondamentale, della responsabilità. Chi è responsabile, in altri termini, delle violazioni e dei crimini che appaiono evidenti in questo caso? Anche a questa domanda, che non può essere ignorata, il diritto internazionale fornisce risposta. Mi spiego.

 

In primo luogo è importante affermare che per il diritto internazionale la guerra in corso è un “caso” semplice e allo stesso tempo spiazzante per l’evidenza delle violazioni. Aggredire uno Stato per conquistarne una porzione del territorio è una delle violazioni più gravi delle regole sull’uso della forza emerse nella seconda metà del Novecento. Tentare di soggiogare la volontà politica di uno Stato impedendogli di perseguire le proprie scelte di politica estera è un’altra chiara violazione. La Carta delle Nazioni Unite vieta l’uso della forza sia contro l’integrità territoriale sia contro l’indipendenza politica degli Stati.

 

In termini generali, il diritto internazionale si fonda su una potente e controversa fictio giuridica: il principio della sovrana uguaglianza. Tutti gli Stati, a prescindere dalle loro dimensioni e della loro forza militare o economica hanno pari dignità di fronte alle regole che si applicano quindi in modo uguale, nel senso dell’uguaglianza formale. Si tratta della norma fondamentale che rende il diritto internazionale un linguaggio comprensibile a ogni latitudine. Da questo punto di vista ricordare quanto è successo in Iraq o in Afghanistan non può offrire una giustificazione valida per il ricorso alla forza armata a cui assistiamo oggi anche se può aiutarci a capire le ragioni politiche di parte importante della comunità internazionale che non segue gli Stati occidentali nelle sanzioni e nella condanna. È fuor di dubbio, in altre parole, che alcune scelte politiche abbiano indebolito il diritto internazionale e la capacità di predicarlo come sistema di norme, ma non si può di certo invocare il tu quoque per scusare un atto di aggressione. Una volta deciso di parlare la lingua del diritto, le regole devono essere salvaguardate e le violazioni precedenti commesse in altri contesti non scusano. C’è dunque un aggressore e un aggredito e non c’è dubbio sulla correttezza dell’analisi.

 

Ma chi sono, concretamente, gli individui che impegnano la responsabilità dello Stato e in forza di cosa? A questo secondo interrogativo il diritto internazionale offre una risposta fondata sul rigetto delle teorie della responsabilità collettiva o di tipo etnico. La responsabilità internazionale è attribuita allo Stato in primo luogo per il comportamento dei governi e delle istituzioni. Sono le condotte degli organi dello Stato (l’esecutivo, il parlamento, le corti di ultima istanza, gli eserciti, le forze di polizia) a generare la responsabilità. Non sono invece i singoli cittadini, a meno che non agiscano in nome e per conto o sulla base di precise istruzioni del governo, a compiere atti che comportano responsabilità. Gli individui possono semmai rendersi responsabili di crimini internazionali come i crimini di guerra, i crimini contro l’umanità e il genocidio e, in tal caso, ne rispondono anche personalmente.

 

Nel diritto internazionale le azioni dei semplici cittadini non determinano, di regola, responsabilità dello Stato e i cittadini non portano una colpa collettiva per le condotte dei governi. Nei manuali si cita come comportamento aberrante l’esempio dell’Italia fascista nel caso Tellini, quando il nostro Paese decise di punire la Grecia bombardando l’isola di Corfù per reagire alle presunte omissioni del governo greco che, si sosteneva, non avrebbe protetto il generale italiano. Un’altra dolorosa presa di coscienza della distinzione tra responsabilità dei governanti e responsabilità dei governati si ebbe durante gli anni Novanta quando i regimi sanzionatori imposti all’Iraq di Saddam Hussein suscitarono un acceso dibattito sulla morte di centinaia di migliaia di cittadini iracheni – uomini, donne e bambini – e sulle intatte capacità di resistenza del governo. Da allora prese avvio da parte del Consiglio di Sicurezza e degli Stati l’incerto tentativo di predisporre regimi sanzionatori mirati che siano in grado di colpire chi davvero controlla le condotte dello Stato.

 

La responsabilità della Federazione russa per il conflitto in Ucraina dipende quindi dal comportamento del governo russo. Come componente dello Stato il popolo potrà essere chiamato a risponderne economicamente, ma non ne porta necessariamente la colpa. Questo sul piano giuridico. E sul piano etico? Fermi lo sdegno per quanto sta accadendo e la sacrosanta solidarietà per le sofferenze del popolo ucraino, qualcuno se la sente di scagliare la prima pietra verso una giovane recluta russa mandata inconsapevolmente in Ucraina come carne da cannone? O verso una famiglia di contadini siberiani indottrinati dalla propaganda di regime che hanno perso un figlio? O verso una studentessa che dovrà interrompere il suo percorso di studi in occidente per tornarsene a casa?

 

Credo che si debba fare di tutto per ricordare che le guerre interstatali sono in primo luogo guerre tra governi in cui sono gli individui più deboli a pagare i danni. Dio ci salvi dalle guerre tra popoli e dal tentativo di renderle tali bruciando tutti i ponti. È quindi buono e giusto che una donna russa incolpevole porti la croce assieme a una donna ucraina. Incidentalmente, questo è anche il senso del diritto internazionale della responsabilità.

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