Docenti di studi internazionali dell'Università di Trento
Stefano Schiavo – Direttore della Scuola di Studi Internazionali dell’Università di Trento
Questa settimana a New York si riuniscono capi di Stato e di governo per l’81esima Assemblea generale delle Nazioni Unite. Il tema scelto per la sessione è Restoring trust, managing transformation, “ristabilire la fiducia e governare la trasformazione”. Accanto alle questioni di pace e sicurezza, l’agenda comprende temi come il cambiamento climatico, la salute globale e le grandi trasformazioni tecnologiche in atto.
È difficile immaginare un momento in cui il richiamo alla fiducia e alla cooperazione internazionale sia apparso più necessario e, ahinoi, più velleitario. La guerra tra Russia e Ucraina continua a produrre vittime e distruzioni. A Gaza permane una gravissima crisi umanitaria e le tensioni tra israeliani e palestinesi si sono allargate anche alla Cisgiordania. In parallelo, il conflitto tra Stati Uniti e Iran ha aperto un nuovo fronte di instabilità in Medio Oriente. In Yemen si sta assistendo a una nuova escalation militare, mentre in Sudan la guerra civile continua a costringere migliaia di persone alla fuga.
Ma i conflitti armati sono soltanto la manifestazione più evidente di una trasformazione più profonda che si configura come un vero e proprio cambio di paradigma. L’ordine internazionale costruito nel secondo dopoguerra si sta dimostrando più fragile del previsto, schiacciato tra le critiche mosse dai Paesi che non vi si riconoscono e l’autoreferenzialità di chi finora ne era stato il garante principale. Le istituzioni multilaterali non riescono a incidere e faticano a produrre decisioni condivise. Allo stesso tempo, le interdipendenze economiche, che per decenni abbiamo considerato come strumenti di integrazione, vengono sempre più spesso utilizzate come strumenti di coercizione.
Questo quadro fa emergere una delle contraddizioni più importanti del nostro tempo. Proprio mentre il sistema internazionale diventa più frammentato, le sfide che il mondo ha di fronte richiederebbero maggiore capacità di azione collettiva. Il cambiamento climatico non si ferma alle frontiere e nessun Paese è in grado di affrontarlo da solo. Le nuove tecnologie pongono problemi di regolazione, sicurezza e tutela dei diritti che hanno inevitabilmente una dimensione internazionale, e lo stesso vale per le pandemie, come abbiamo tristemente imparato qualche anno fa.
Comprendere un mondo così complesso richiede lo sforzo di evitare spiegazioni troppo semplici. È precisamente questa l’idea che ha portato, venticinque anni fa, alla creazione della Scuola di Studi Internazionali (Sis) dell’Università di Trento. Fondata nel 2001 come un progetto interdisciplinare che mette in dialogo saperi e competenze diverse, la Sis è nata dalla convinzione che le grandi questioni internazionali non possano essere analizzate e comprese attraverso una sola disciplina, ma richiedano prospettive differenti, che acquistano valore proprio quando vengono messe in relazione tra loro.
In questi venticinque anni la Scuola è cresciuta molto, formando quasi mille studenti e studentesse, e sviluppando un’ampia rete di collaborazioni nazionali e internazionali. Questo le ha consentito di costruire e consolidare la propria reputazione di eccellenza accademica, che va al di là del Trentino e dei confini nazionali. Ma il compito della Scuola di Studi Internazionali e dell’Università non è soltanto quello di formare le giovani generazioni e produrre ricerca di qualità. Vi è anche una responsabilità nei confronti della comunità nella quale si opera. Da sempre la Sis si è impegnata a diffondere una cultura delle relazioni internazionali e creare occasioni nelle quali discutere pubblicamente dei cambiamenti che ci circondano.
Anche per questo, abbiamo scelto di celebrare i nostri venticinque anni incontrando il territorio che ci ospita in due eventi aperti alla cittadinanza. Il 1 ottobre Diego Marani – scrittore, già direttore dell’Istituto di Cultura di Parigi e funzionario europeo - discuterà di identità, lingua ed Europa insieme a Luisa Antoniolli.
Una settimana più tardi, l’8 ottobre, i giornalisti Simone Casalini, Attilio Geroni e Greta Privitera dialogheranno con alcuni docenti della Sis per analizzare il modo in cui vengono raccontate le crisi internazionali e lo stato della libertà di stampa in Italia e nel mondo.
Il titolo che abbiamo scelto, “Leggere il mondo che cambia”, vuole essere un segno del ruolo che la Scuola di Studi Internazionali intende continuare a svolgere nei confronti del corpo studentesco e della cittadinanza: fornire strumenti di lettura che permettano di comprendere la realtà, in un contesto in cui molti punti di riferimenti sembrano venir meno.
E anche la Scuola di Studi Internazionali cambia, assieme al mondo che la circonda, seppur in modo meno drammatico. Il 1 ottobre coincide anche con un avvicendamento al timone della Sis, con un nuovo direttore, Marco Pertile, che avrà il compito di guidare la Scuola nei prossimi anni. Che questo avvenga mentre celebriamo i primi 25 anni di attività è una coincidenza quanto mai appropriata. Le istituzioni durano proprio perché cambiano, e perché persone diverse contribuiscono nel tempo allo stesso progetto. Quello che non cambia è il nostro impegno nel cercare gli strumenti per comprendere la realtà.















