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| 30 ottobre | 13:38

Emirati e Arabia Saudita, la rivalità per il futuro del Medio Oriente: "Dallo Yemen alla Somalia, scontri per procura. Ma all'Europa conviene un Golfo unito". L'analisi

L'analisi di Eleonora Ardemagni - ricercatrice associata senior di Ispi e docente a contratto dell'Aseri (Università Cattolica di Milano) - sui rapporti tra le due potenze del Golfo

Foto a sinistra da Wikipedia di President.az, foto a destra da Wikipedia di Saudi Press Agency (SPA)
Foto a sinistra da Wikipedia di President.az, foto a destra da Wikipedia di Saudi Press Agency (SPA)

TRENTO. Quella tra Emirati Arabi Uniti e Arabia Saudita è una delle rivalità più rilevanti che, negli ultimi anni, sono emerse in una regione chiave sui fronti economico, energetico e geopolitico a livello internazionale: il Medio Oriente – e, più in particolare, la penisola arabica. Rispetto a contesti di crisi e di conflitto ben più visibili e discussi però – pensiamo in primis alla guerra scatenata dall'attacco israelo-americano all'Iran nel febbraio di quest'anno – la divergenza strategica tra Abu Dhabi e Riad sembra rischiare di rimanere sullo sfondo, nonostante le sue implicazioni vadano ben oltre i confini dei due Paesi.  

 

I rispettivi interessi trovano infatti terreno di scontro in diversi contesti, investendo gli equilibri dell'intero Medio Oriente, estendendosi al Corno d'Africa – dal Sudan alla Somalia – e arrivando a toccare gli stessi mercati energetici globali. Non soltanto per il peso politico ed economico delle due potenze del Golfo, ma anche per il loro ruolo di primo piano nel mercato petrolifero mondiale.

 

La relazione tra i due Paesi, precedentemente alleati, è arrivata a un punto di rottura negli scorsi mesi nel contesto del conflitto civile in corso in Yemen: in poche parole infatti, Abu Dhabi e Riad hanno combattuto insieme l'avanzata delle milizie Houthi – appoggiate dall'Iran – sostenendo però fazioni diverse. A dicembre i separatisti del Consiglio di Transizione del Sud, sostenuti dagli Emirati, avevano conquistato con un'offensiva lampo due province yemenite e Riad - che appoggia invece il governo di Aden, riconosciuto come legittimo dalla comunità internazionale - aveva risposto con raid aerei e un ultimatum, al quale aveva fatto seguito il ritiro delle ultime forze presenti sul terreno da parte di Abu Dhabi. 

 

Nelle ultime settimane, di fronte alla ripresa degli attacchi da parte delle forze Houthi anche in territorio saudita, sembra che le due potenze del Golfo si stiano riavvicinando sul dossier yemenita, ma la loro rivalità si estende come detto ben oltre la penisola arabica. Da un punto di vista economico ed energetico, Abu Dhabi ha innanzitutto deciso nel maggio di quest'anno di lasciare l'Opec, sottraendosi quindi di fatto alla leadership energetica saudita. I due Paesi sono poi rispettivamente vicini a fazioni rivali in Sudan (e secondo diverse fonti in Etiopia) e in Somalia, rientrando più in generale in dinamiche di alleanze internazionali ben differenti - l'Arabia Saudita ha firmato un patto militare con Turchia e Pakistan mentre gli Emirati, firmatari degli Accordi di Abramo nel 2020, sembrano avvicinarsi progressivamente a Israele. 

 

Ma da dove nasce l'attuale conflittualità tra i due Paesi? Quali gli effetti? E, soprattutto, quali gli scenari futuri? Il Dolomiti lo ha chiesto ad Eleonora Ardemagni, ricercatrice associata senior di Ispi e docente a contratto dell'Aseri (Università Cattolica di Milano).

 

Le radici. Arabia Saudita ed Emirati Arabi Uniti sono due tra gli attori più importanti nel contesto mediorientale. Fino a pochi anni fa erano alleati, oggi si parla apertamente di rivalità: quali sono gli episodi che hanno portato Riad e Abu Dhabi verso una progressiva conflittualità? In altre parole, cosa vogliono i due Paesi e perché le loro ambizioni sono entrate in collisione – a partire dallo Yemen?

 

Dopo le rivolte arabe del 2011, il ruolo geopolitico della regione del Golfo è cresciuto e, insieme, le ambizioni strategiche dei singoli paesi. Gli Emirati Arabi si sono distinti, in particolare, per una politica estera sempre più assertiva e influente, anche dal punto di vista militare, soprattutto nell’area del Mar Rosso. La leadership politico-strategica dell’Arabia Saudita sui paesi arabi del Golfo è dunque stata messa implicitamente in discussione, per la prima volta. In Yemen, Riyadh e Abu Dhabi sono alleati dal 2015 contro gli Houthi filo-iraniani ma, nel sud del paese, sostengono gruppi tra loro rivali: i sauditi appoggiano le forze governative, gli emiratini hanno rapporti politici, economici e militari con formazioni locali di ispirazione autonomista e, in alcuni casi, secessionista. Ciò ha portato a tensioni e scontri per procura, fino ai fatti del gennaio scorso, quando i filo-emiratini hanno dovuto ritirarsi da gran parte dei territori che occupavano per permettere al governo filo-saudita di riprendere il controllo di quelle aree. Gli Emirati hanno quindi fatto rientrare il personale militare ancora presente in Yemen per la sicurezza locale e la lotta ad Al Qaeda nella Penisola Arabica. Il paradosso è che adesso, con la ripresa della guerra in Yemen e degli attacchi degli Houthi contro i siti petroliferi e gli aeroporti dell’Arabia Saudita, sono i sauditi a cercare il sostegno, almeno politico, degli emiratini per la contro-offensiva delle forze yemenite contro gli Houthi, data l’influenza che Abu Dhabi ha ancora sul territorio.

 

Il Corno d'Africa come campo di battaglia. A livello regionale, quali sono gli altri scenari nei quali la rivalità tra i due Paesi si è concretizzata? Dal Sudan all'Etiopia, il Corno d'Africa può essere interpretato oggi come un “campo di battaglia” per procura? Oppure sono gli attori locali a sfruttare i patroni del Golfo?

 

Entrambe le dinamiche. Gli Emirati Arabi hanno individuato nel Corno d’Africa un’area di grande interesse geostrategico, data la sua collocazione tra Mar Rosso e Oceano Indiano: la geopolitica dei porti emiratini, fatta di concessioni portuali, zone economiche speciali, logistica e nuovi hub come Berbera, ha il suo fulcro proprio nel Corno. L’Arabia Saudita sta intensificando l’attivismo economico, politico e militare con i paesi dell’area proprio in reazione alla presenza emiratina: in Somalia, per esempio, i sauditi sono alleati del governo centrale di Mogadiscio mentre gli emiratini hanno forti legami con le regioni autonome costiere, dal Somaliland al Puntland. Una competizione intra-Golfo che si intreccia con le tensioni locali somale, amplificandole.

 

Gli scenari. La guerra ha indebolito molto l'Iran e i suoi alleati, e si comincia a parlare di un “dopo”. Se Teheran ne uscirà ridimensionata anche a livello regionale, che ruolo giocheranno Arabia Saudita ed Emirati? Il rischio è che lo scontro si faccia ancora più aperto? E come si inseriranno le altre potenze della regione in questo contesto?

 

L’Iran esce indebolito militarmente dalla guerra ma, al contempo, si è politicamente rafforzato dimostrando che il regime, in cui i paramilitari oggi contano ancora di più, può sopravvivere e assorbire il colpo. Teheran ha inoltre dimostrato di poter tenere sotto scacco le monarchie del Golfo, con missili, droni e attacchi alle navi, soprattutto quelle che per geografia sono di fronte alle coste iraniane. All’inizio della guerra, gli Emirati sono stati i più colpiti dall’Iran e spingevano per una reazione incisiva da parte delle monarchie del Golfo, mentre l’Arabia Saudita manteneva una posizione più cauta e diplomatica. Adesso, le differenze politiche sul che fare con l’Iran si sono smorzate: sauditi ed emiratini intendono rinegoziare l’architettura di sicurezza regionale per ottenere dall’Iran almeno un patto di non-aggressione e, per farlo, sanno di dover includere gli iraniani nelle nuove geometrie, opzione che gli americani invece rigettano. Il fallimento del Memorandum di giugno tra Stati Uniti e Iran e della diplomazia della Casa Bianca hanno contribuito a riavvicinare le posizioni tra le monarchie.

 

Le alleanze. Nella regione Riad e Abu Dhabi sembrano trovarsi sempre più su fronti opposti. La nuova alleanza stretta dalle autorità saudite con Turchia e Pakistan fa da contraltare a un progressivo avvicinamento tra Emirati e Israele? È questa la nuova linea di frattura? E dove si collocano in questo equilibrio Stati Uniti e Cina?

 

L’Alleanza di Mecca tra sauditi, turchi e pakistani ha l’obiettivo di scoraggiare gli attacchi dell’Iran ma anche di contenere le campagne militari di Israele in Medio Oriente: anche per questo motivo, gli Emirati Arabi non ne fanno parte, avendo firmato gli Accordi di Abramo con Israele nel 2020. Queste due alleanze hanno priorità di sicurezza diverse nella regione, ma non vanno lette come blocchi fissi: per esempio, gli Emirati hanno molti investimenti in Turchia così come in Egitto, paese vicino all’Alleanza di Mecca pur non facendone parte. E nel contrasto agli Houthi, sauditi ed emiratini sono alleati, anche se per Riyadh quegli attacchi rappresentano una vera questione di sicurezza nazionale. Guarderei poi all’Alleanza di Mecca non soltanto come a uno strumento difensivo, ma anche come a un coordinamento diplomatico: il recentissimo viaggio dell’Alleanza a Teheran per aprire un canale negoziale diretto con gli iraniani lo testimonia.

 

E l'Europa? In questo contesto l'Europa – e l'Italia in particolare – hanno un ruolo reale o sono solo spettatori?

 

La cooperazione europea con i paesi arabi del Golfo è cresciuta molto negli ultimi anni: ora c’è la consapevolezza di essere parte dello stesso spazio geoeconomico e di sicurezza, come la crisi della navigazione nel corridoio del Mar Rosso evidenzia. In questo processo, l’Italia svolge un ruolo importante, così come Francia, Grecia e Cipro. All’Europa conviene un Golfo unito, in cui sauditi ed emiratini diano priorità alle tante convergenze economiche e di sicurezza piuttosto che alla competizione reciproca.

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