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| 02 ottobre | 21:00

Tigray, il conflitto civile (mai chiuso) torna a infiammare l'Etiopia: "Le alleanze oggi sono cambiate, si rischia una guerra con l'Eritrea. Coinvolte le potenze del Golfo". Gli scenari

L'analisi di Mario Raffaelli, già sottosegretario agli Affari esteri e inviato speciale del governo italiano nel Corno d'Africa, sulla situazione in Etiopia, dopo l'intensificarsi degli scontri tra il governo federale di Addis Abeba e le forze tigrine: "E' il riacuirsi - spiega - del conflitto civile che ha insanguinato la regione negli scorsi anni". Rispetto alla guerra civile 2020-2022 però, le alleanze oggi sono cambiate - e il rischio è che il conflitto coinvolga altri attori della regione, Eritrea in primis

Foto UNFPA/Sufian Abdul-Mouty
Foto UNFPA/Sufian Abdul-Mouty

TRENTO. Centinaia di migliaia di vittime in due anni di conflitto civile – con alcune stime che, pur di fronte a un bilancio parziale, arrivano fino a 800mila morti – milioni di sfollati, violenze sessuali di massa e sistematiche.

 

La guerra che si è combattuta tra il 2020 e il 2022 nella regione del Tigray, in Etiopia, ha scatenato una delle più gravi crisi umanitarie del 21esimo secolo e le ceneri di quell'orrore – soffocate in parte da un fragile accordo di pace siglato il 2 novembre 2022 tra le forze del Fronte popolare di liberazione del Tigray (Fplt) e quelle del Governo federale etiope – sembrano ora riaccendersi, davanti alla ripresa delle ostilità tra Addis Abeba e la più settentrionale delle regioni dell'Etiopia.

 

Negli ultimi giorni infatti gli scontri al nord si sono allargati – e si contano già decine di civili morti – mentre nella capitale etiope si sono udite esplosioni, forse provocate da droni che avrebbero preso di mira strutture di comando militari. Il punto di rottura è stato raggiunto la settimana scorsa, dopo mesi nei quali le due parti si erano accusate a vicenda di non rispettare gli accordi di pace del 2022.

 

Ma mentre la tensione cresce sul campo, spiega a il Dolomiti Mario Raffaelli – già sottosegretario agli Affari esteri ed inviato speciale del governo italiano nel Corno d'Africa – l'unica certezza è ad oggi l'incertezza, in particolare di fronte a un sistema di alleanze profondamente mutato rispetto allo scoppio della guerra nel 2020, e che di fronte a un'escalation della situazione potrebbe portare a conseguenze ancora più gravi.

 

Una prima escalation, almeno a livello politico-diplomatico, si è infatti già vista nei complessi rapporti tra Etiopia ed Eritrea, che hanno ufficialmente interrotto le relazioni diplomatiche dopo l'accusa delle autorità etiopi al governo eritreo di sostenere le forze tigrine. Uno sviluppo che preoccupa non poco gli addetti ai lavori, visto e considerato che le tensioni tra Asmara e Addis Abeba hanno radici storiche profonde – risalenti in particolare alla guerra combattuta tra i due Paesi tra il '98 e il 2000 – e che s'intrecciano oggi anche negli interessi di due attori sempre più presenti nell'area del Corno d'Africa: Emirati Arabi Uniti ed Arabia Saudita. Ma procediamo con ordine.

 

“Gli scontri che stiamo osservando – spiega innanzitutto Raffaelli – sono il riaccendersi del conflitto civile che ha insanguinato la regione negli scorsi anni: parliamo del territorio più settentrionale dell'Etiopia, al confine con l'Eritrea, che ospita circa il 7% della popolazione del Paese”.

 

Nonostante le dimensioni però – sia geografiche che demografiche: l'intera Etiopia ha raggiunto lo scorso anno i 139 milioni di abitanti – la regione del Tigray ha tradizionalmente rivestito un ruolo molto importante nell'evoluzione politica del Paese. Per ricostruire le radici del conflitto attuale, in altre parole, è necessario fare un salto nel passato.

 

Proprio il Fronte popolare del Tigray ha infatti giocato un ruolo centrale nel contesto della guerra civile che sconvolse l'Etiopia e che portò nel 1991 alla caduta del regime filo-sovietico di Menghistu – salito al potere dopo la deposizione manu militari dell'imperatore etiope Hailé Selassié negli anni '70.

 

Tanto il Tigray quanto l'Eritrea facevano all'epoca parte dell'Etiopia e le forze tigrine ed eritree – queste ultime raggruppate nel Fronte popolare di liberazione dell'Eritrea (Fple) – trovarono in Menghistu un nemico comune.

 

Alla fine degli anni '80, racconta ancora Raffaelli, entrambe le fazioni ottennero importanti risultati mentre il regime militare ad Addis Abeba si indeboliva progressivamente: “Il Fronte popolare di liberazione del Tigray – continua l'esperto – divenne il movimento più importante del cosiddetto Fronte democratico rivoluzionario del popolo etiope, che dopo il '91 prese il potere. La componente tigrina, per quanto minoritaria a livello generale, restò a lungo al centro del sistema politico e di potere del Paese”.

 

Il ruolo centrale assunto dai tigrini rappresentò una novità assoluta in un Paese rappresentato in via maggioritaria dalle etnie oromo e amhara e in questo processo giocarono un ruolo centrale sia il leader del Fplt che quello del Fple: Meles Zenawi – che guidò il governo di transizione etiope dopo la caduta di Menghistu e rimase primo ministro dal '95 al 2012 – e Isaias Afewerki – che traghettò l'Eritrea verso l'indipendenza dopo un referendum nel '93.

 

“A concedere quel referendum – ricorda Raffaelli – fu proprio Zenawi, nonostante forti contrasti interni. La questione eritrea era infatti delicata visto che proprio lì, nelle città di Assab e Massaua, si trovavano i due principali sbocchi al mare del Paese. Lo stretto rapporto tra le due leadership, quella tigrina e quella eritrea, si ruppe infatti presto, sfociando in gravi tensioni legate proprio all'utilizzo dei porti. Nel frattempo, sotto Zenawi le forze tigrine gestirono il potere con un orientamento favorevole all'Occidente: il loro restò però in ogni caso un regime dittatoriale”.

 

I rapporti tra Etiopia ed Eritrea si incrinarono progressivamente sfociando, nel 1998, in una guerra tra i due Paesi che portò a decine di migliaia di morti. “Nel 2000 – sottolinea Raffaelli – si arrivò ad una pace, ma i rapporti tra i due Paesi rimasero tesissimi”. È questo lo sfondo storico e politico nel quale, nel 2018, 6 anni dopo la morte di Zenawi, arrivò al potere nel Paese Abiy Ahmed, l'attuale primo ministro etiope.

 

“Figlio di padre oromo e madre amhara, rappresentava le due etnie principali del Paese e galvanizzò la comunità internazionale. Sembrava infatti incarnare una svolta democratica e nel 2019 ricevette addirittura il premio Nobel per la pace per aver concluso la pace con l'Eritrea, mettendo fine a un contenzioso enorme. Come si sarebbe drammaticamente dimostrato pochi anni dopo però, dietro quella pace si nascondeva probabilmente un'intesa su una progressiva stretta contro le forze tigrine, potendo contare sul progressivo peggioramento dei rapporti del Fplt con le autorità eritree. Abiy si rafforzò sostituendo nei posti centrali gli esponenti tigrini che, come anticipato, avevano occupato posizioni chiave nel sistema di potere etiope. Indebolendo gradualmente la loro presenza etnica nel governo federale, contribuì direttamente ad accentuare la volontà autonomista dei tigrini, con i tragici risultati che si sarebbero visti solo pochi anni dopo”.

 

Le forze tigrine si chiusero infatti progressivamente sempre più nella regione, rafforzandone l'autonomia potendo contare sulla propria esperienza e forza militare – avendo rappresentato per anni la spina dorsale tanto delle forze armate quanto dei servizi etiopi. La tensione crebbe e, nel 2020, il casus belli fu il rinvio da parte del governo federale delle elezioni regionali in Tigray. Le autorità tigrine decisero di organizzare comunque le elezioni e Addis Abeba rispose tagliando i fondi federali alla regione.

 

“La situazione a quel punto precipitò progressivamente – spiega Raffaelli – sfociando in una vera e propria guerra che iniziò con un colpo di scena: l'Eritrea, nemica storica dell'Etiopia ma riavvicinatasi ad Addis Abeba proprio pochi anni prima, combatté i tigrini insieme al governo federale”. E semplicemente guardando una mappa l'impatto dell'ingresso in guerra di Asmara risalta chiaramente: il Tigray è infatti schiacciato tra i due Paesi, con un piccolo sbocco al confine con il Sudan.

 

“Parliamo di una guerra terrificante – spiega Raffaelli – costata circa 600mila morti e consumatasi nel sostanziale disinteresse generale delle opinioni pubbliche occidentali. I tigrini però, forti non solo dell'esperienza e della forza militare ma anche della morfologia della regione, particolarmente adatta ad azioni di guerriglia, non solo resistettero al blocco e all'assalto, ma arrivarono a respingere gli attacchi del governo federale, portandosi fino a poco più di 100 chilometri da Addis Abeba. È a quel punto che, in sostegno del governo federale, arrivò una delle potenze regionali che più sta operando nel Corno d'Africa: gli Emirati Arabi Uniti. Tramite la fornitura di droni, Abu Dhabi fornì la potenza di fuoco necessaria al governo federale per bloccare le forze tigrine, che infine furono sconfitte”.

 

La guerra si chiuse formalmente nel novembre del 2022, con gli accordi di Pretoria in Sudafrica: “Come spesso accade però – spiega l'ex sottosegretario agli esteri – si trattò di una pace frettolosa, che lasciò molti punti in sospeso. Pur essendo mal digerito da una parte dei tigrini, in qualche modo l'accordo resse, congelando di fatto la situazione. La regionalizzazione del conflitto però, con l'intervento emiratino, ha cambiato il quadro del conflitto: il sostegno di Abu Dhabi al governo federale portò infatti a uno speculare avvicinamento alle forze tigrine dell'altro grande attore, e sfidante egemonico a livello regionale, nel Golfo: l'Arabia Saudita, che insieme all'Egitto starebbe fornendo aiuti logistici alle forze tigrine”.

 

Un'altra grande novità nel contesto di tensione attuale è rappresentata però dal ruolo dell'Eritrea: “Nel conflitto civile del 2020 – dice ancora Raffaelli – era l'alleato principale dell'Etiopia ma Afewerki, un dittatore sanguinario che pensa ai propri interessi, è furioso per essere stato messo ai margini ed escluso dai negoziati di Pretoria. Asmara si è di conseguenza riavvicinata alle forze tigrine, pur in assenza di prove dirette che stia fornendo assistenza di tipo militare. Per l'Eritrea si tratterebbe infatti di un rischio sostanzialmente mortale: riaccendere il vero e proprio conflitto con l'Etiopia”.

 

E di fronte alla già citata regionalizzazione di un conflitto civile con ampie ripercussioni internazionali, uno scontro diretto tra i due Paesi rappresenta ad oggi lo scenario peggiore – portando tra l'altro a un'ulteriore destabilizzazione dell'intero Corno d'Africa, già oggi alle prese con enormi sfide sul fronte umanitario e della sicurezza.

 

“Se guardiamo infine all'interno del contesto etiope – precisa Raffaelli – il fronte tigrino si è oggi alleato con altri movimenti ribelli in diverse aree del Paese. Innanzitutto con il movimento Amhara 'Fano', che esiste da anni e che di recente ha condotto azioni militari armate contro il governo federale. Nella guerra del 2020-2022 gli amhara erano schierati contro il Tigray, con il quale contendono alcune aree. Oggi, come è successo con gli eritrei, li unisce un nemico comune: il governo federale. Lo stesso accade con il movimento rivoluzionario Ugugumo, nella regione Afar, che confina con la parte orientale del Tigray e che ha anch'essa un contenzioso con il governo federale. Negli ultimi mesi questi movimenti hanno stretto un'alleanza vera e propria, la Ethiopian peoples' forces alliance for survival, annunciata ufficialmente il 20 settembre. La nuova fase del conflitto è iniziata il 23 settembre con attacchi su più fronti: i tigrini hanno occupato gli aeroporti della regione e un'ampia zona del Tigray (il 70-80%) è oggi sotto il loro controllo”.

 

“Dal canto suo – conclude l'esperto – il governo federale, forte di una superiorità aerea incontestabile, cerca di fare ciò che aveva tentato di ottenere sei anni fa: riprendersi il Tigray. Ad oggi la situazione è in stallo ed è difficile capire come possa evolvere. Per il momento le azioni sono circoscritte, ma l'insieme di interessi da parte delle potenze del Golfo e di sostanziale disinteresse, invece, da parte in particolare del mondo occidentale può rivelarsi molto pericoloso. Il rischio più evidente è la ripresa dello scontro tra Eritrea ed Etiopia, ma anche il Sudan potrebbe essere coinvolto. Il Consiglio di pace e sicurezza dell'Unione africana ha lanciato un appello alla de-escalation, l'ambasciatore statunitense ha parlato con il premier etiope e l'Ue ha ripetuto la solita formula del 'massimo autocontrollo'. Ma siamo alle parole: chi agisce davvero sono le potenze del Golfo, che usano la crisi nel loro scontro egemonico”.

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