Dalla “nuova” trincea nell'era dei droni (VIDEO) al Michelangelo Dome da testare in Ucraina: “Il riarmo? Iniziamo ad esserci dentro. Ecco il futuro dei conflitti”
Dal nuovo sistema integrato di difesa made in Italy alle innovazioni portate alle trincee sui campi di battaglia nell'era dei droni. Nella sua tragicità, la guerra scatenata in Ucraina dall'invasione su larga scala delle forze russe ha rivoluzionato le priorità e le modalità di gestione dei conflitti. Quali quindi le 'lezioni' apprese dai comandi di tutto il mondo? Quali gli scenari futuri? Il Dolomiti lo ha chiesto al Generale di Corpo d’Armata dei Lagunari in quiescenza Luigi Chiapperini

TRENTO. Oltre un secolo di conflitti, di innovazione tecnologica applicata all'industria militare, di cambiamenti tattici e operativi. Eppure nel 2026, a oltre 100 anni dalla fine del primo conflitto mondiale, la trincea rappresenta ancora uno strumento fondamentale nella guerra che, più di tutte, sta riscrivendo gli approcci delle grandi potenze ai campi di battaglia: il conflitto innescato in Ucraina dall'invasione su larga scala delle forze armate russe.
Una trincea, certo, ben differente rispetto a quelle scavate a Ypres, a Verdun o sull'Isonzo, ma pur sempre incentrata sulla difesa degli operatori in azione sul campo di battaglia. A cambiare, spiega infatti il Ministero della Difesa riportando le immagini di alcuni addestramenti specifici portati avanti dall'Esercito italiano, è in primis la natura dell'attacco, sulla quale è oggi necessario modulare i sistemi difensivi.
“La trincea è tornata – scrivono da Palazzo Baracchini – ma non è più quella di una volta. Droni, nuove minacce e nuovi scenari hanno cambiato anche il modo di proteggersi sul campo. L'Esercito italiano sta sperimentando una nuova generazione di strutture difensive: una trincea coperta, studiata per offrire maggiore protezione e ridurre la visibilità dall'alto. Dal terreno alla progettazione. Dalla scelta dei materiali alla costruzione. Tutto viene studiato e verificato sul campo. Vecchie soluzioni e nuove tecnologie si incontrano”.
Così, in altre parole, cambiano le trincee nell'era dei droni.
E significativi esempi del cambiamento nelle strutture difensive arrivano, non a caso, proprio dal contesto ucraino, dal quale le autorità militari di tutto il mondo stanno apprendendo, più o meno a distanza, lezioni critiche sul fronte della sicurezza, testando in alcuni casi sul campo le novità che le industrie della difesa stanno elaborando in funzione delle minacce tecnologiche future. È il caso per esempio della nuova architettura di difesa aerea integrata e multidominio sviluppata da Leonardo – il Michelangelo Dome – presentata lo scorso anno e i cui sistemi verranno testati, entro la fine del 2026, proprio nel contesto della guerra in Ucraina.
“Vecchie soluzioni e nuove tecnologie” insomma, ma anche nuove potenzialità – e nuovi rischi, naturalmente – legate all'introduzione, per esempio, dell'Intelligenza artificiale nella gestione dei sistemi d'arma. Di fronte a questo scenario, quale sarà dunque il futuro dei conflitti? E quali le lezioni che già oggi i comandi di tutto il mondo hanno recepito dalla guerra in Ucraina? Il Dolomiti lo ha chiesto a Luigi Chiapperini, Generale di Corpo d’Armata dei Lagunari in quiescenza, analista militare del Centro Studi dell’Esercito, già comandante dei contingenti multinazionali in Kosovo, Libano e Afghanistan.
La trincea sembrava archiviata dalla Grande guerra, ora torna in forma diversa: coperta, occultata, pensata contro una minaccia che viene dall'alto e non si interrompe mai. Cosa ci dice questo ritorno sul modo in cui avevamo immaginato i conflitti del futuro? Rispetto alla trincea del 1917, quella che vediamo oggi – sia in Ucraina sia nelle immagini condivise dal Ministero della Difesa italiano – mantiene gli stessi compiti e le stesse funzioni?
Nel 2026 si possono leggere comunicati come questo: “Soldati in addestramento nel combattimento in trincea, sviluppano e consolidano capacità operative aderenti agli scenari moderni.” Mettere insieme nella stessa frase le parole “trincea” e “scenari moderni” potrebbe sorprendere oppure farebbe pensare ad una stramberia. Invece l’annuncio, pubblicato sul sito ufficiale dello Stato Maggiore dell’Esercito Italiano, dipinge genuinamente la realtà delle guerre moderne: si torna anche all’addestramento al combattimento in trincea tipico dei conflitti classici, condito però dai più recenti ritrovati tecnologici. La trincea sostanzialmente mantiene gli stessi compiti e funzioni fondamentali che sono essenzialmente quelli di proteggere il personale e dare loro un rifugio il più possibile accogliente per lunghi periodi operativi. I reparti ospitati nel sistema di trincee sono così in grado di restare in possesso di aree più o meno estese del campo di battaglia impedendone la conquista da parte del nemico. Ciò è ancor più vero in una guerra di posizione logorante con piccoli guadagni territoriali come sta avvenendo in Ucraina essenzialmente a partire dal 2023. Ma oggi c’è molto di più.
Quello che è cambiato rispetto al passato è il tipo di minaccia che è diventata molto più insidiosa e per certi versi più infida e letale. I mortai, le artiglierie e le bombe d’aereo continuano a colpire come più di cento anni fa le trincee ma ora si sono aggiunte nuove insidie: intanto è diventato più difficile occultarsi in quanto le nuove tecnologie consentono di scoprire con maggiore facilità ed accuratezza i manufatti militari; poi sono diventati sempre più immanenti i sistemi a guida autonoma sia aerei che terrestri. Se con le artiglierie si è in grado di interdire intere aree ma solo temporaneamente, l’impiego di droni a basso costo può essere continuo, ininterrotto. L’obiettivo non è più un'area ma specifici bersagli che vengono scelti con cura sulla base della loro efficacia militare.
Non si sprecano più milioni di granate e bombe per provare a distruggere con colpi più o meno fortunati alcuni tratti di trincea nemica, ma si lanciano sciami di sistemi autonomi terrestri o aerei che si avvicinano, si “infiltrano” nelle postazioni nemiche, scelgono su input di chi li guida o autonomamente grazie all’intelligenza artificiale i bersagli più remunerativi dal punto di vista bellico, e li distruggono. Ciò avviene anche nelle cosiddette operazioni in profondità grazie alla maggiore precisione dei missili cruise e balistici e dei velivoli a pilotaggio remoto a più lungo raggio. Ecco quindi che le trincee oggi vengono letteralmente immerse nell’ambiente naturale per renderle difficilmente individuabili e vengono dotate di coperture massicce in grado di assorbire l’impatto di bombe e granate. Le feritoie per le armi individuali e di reparto e gli accessi sono dotati di reti, catene o altri espedienti simili per impedire il passaggio di sistemi terrestri e aerei a pilotaggio autonomo o remoto mentre per il controllo del campo di battaglia l’osservazione diretta da parte dei soldati viene integrata con sistemi di rilevazione ottici ed elettromagnetici e con i sensori di micro e mini droni costantemente in volo.
Dall'Ucraina gli eserciti europei stanno importando lezioni da un conflitto che non combattono direttamente: quali sono i punti principali di novità della dottrina militare introdotti negli ultimi anni?
Immagino i miei colleghi in servizio fortemente presi da tutte le novità che provengono dai conflitti in atto. Dai campi di battaglia ucraini stanno sicuramente raccogliendo una gran mole di lezioni identificate sulle funzioni di combattimento che poi nell’ambito degli Stati maggiori nazionali e delle alleanze vengono esaminate, valutate e trasformate in lezioni apprese da riversare nella dottrina e nei nuovi manuali tattici. Sono innumerevoli e qui mi limito ad elencare quelle che ritengo rilevanti.
La manovra sembra essersi evoluta verso forme diverse rispetto al recente passato. Credo che ci sia stata una svolta a 180° per tornare parzialmente a forme che si pensava facessero parte del periodo defunto della Guerra Fredda. Invece siamo tornati come detto anche alle trincee anche se l’innovazione tecnologica permea tutte le operazioni rendendole comunque modernissime. Qualcuno parla della fine delle azioni manovrate e del tramonto dei carri armati a causa della presenza massiccia dei droni. Non è così. In Ucraina si è in una fase dove effettivamente risulta difficoltoso l’impiego dei mezzi da combattimento della fanteria in azioni dinamiche, ma questa deve essere considerata una situazione contingente derivante dallo stallo delle operazioni. Le aree vuote nel campo di battaglia continueranno ad esserci e lì possono essere impiegati solo veicoli protetti in grado di percorrere grandi distanze, di proteggere il personale e di trasportarlo dove necessario. Il problema della vulnerabilità dei mezzi viene già affrontato e come è sempre successo nella storia anche la nuova minaccia dei droni sarà in qualche modo affrontata e risolta.
Poi c’è l’aspetto accennato nella prima risposta che riguarda l’impiego del fuoco di artiglieria e missilistico. Semplificando, si è passati dal fuoco a massa di artiglieria e in parte anche aereo con risultati relativamente limitati, ad interventi di precisione e più efficaci sia contro obiettivi a contatto sia a più lungo raggio, lontano dal fronte. Assistiamo quindi a maggiore letalità e precisione di tutti i sistemi d’arma, aspetto questo di cui si dovrà tener conto nel pianificare la dislocazione dei reparti da combattimento, di supporto al combattimento e di sostegno logistico sul campo di battaglia.
Ma gli elementi che ritengo debbano subire la spinta più energica verso nuovi orizzonti di applicazione allo strumento militare sono senza dubbio l’innovazione tecnologica e l’Intelligenza artificiale, anche se per quest’ultima sarebbe opportuno fissare dei paletti tracciando linee rosse a livello globale per evitare che ci sfugga di mano con conseguenze inimmaginabili. Insomma, il ritorno alle trincee non significa il ritorno alle strategie e alle tattiche della Prima Guerra Mondiale. Le trincee servono nuovamente ma i comandanti e i soldati devono disporre di sistemi innovativi in grado di assicurare la massima efficacia nel comando e controllo e nella condotta delle operazioni in tutti i domini: terrestre, navale, aereo, spaziale e cibernetico.
In Ucraina i corridoi coperti da reti anti-drone si estendono ormai per decine di chilometri dalla linea del fronte: il rifornimento è diventato una priorità da proteggere quanto l'attacco. Che cosa significa, per un esercito europeo, ragionare in uno scenario in cui non esistono più retrovie sicure?
Prima parlavamo della dottrina e delle procedure tecnico-tattiche nei campi di battaglia moderni. Anche nella logistica di aderenza e di sostegno c’è bisogno di una energica revisione delle certezze che avevamo fino a poco tempo fa. Portare i rifornimenti a domicilio, cioè sulla linea del fronte, è sempre stato difficoltoso ma ora è diventato molto più impegnativo proprio a causa dell’interdizione del campo di battaglia assicurato dai droni e dalle munizioni di precisione dell’artiglieria, dei missili e degli aerei.
La logistica di sostegno oggi piange più di ieri: i rifornimenti che dal fronte interno di un paese devono raggiungere il teatro di operazioni sono soggetti ad attacchi a centinaia di chilometri di distanza. Ecco quindi le prime risposte alle nuove minacce: le principali linee di rifornimento logistico che una volta potevano essere oggetto di attacchi aerei o di piccole pattuglie da combattimento, oggi risultano molto più vulnerabili. In tale contesto anche le reti da pesca possono servire come ostacolo fisico contro i velivoli russi a pilotaggio remoto e in Ucraina ne sono arrivate tantissime da tutta Europa, anche dall’Italia: lo scorso giugno sono partiti due camion carichi di reti dal litorale romano con destinazione la Protezione civile nazionale; il materiale è stato poi trasferito in Ucraina per realizzare appunto barriere anti-droni. Naturalmente gli Stati maggiori stanno sicuramente pensando a qualche provvedimento meno estemporaneo e ancora più efficace.
Negli ultimi giorni è arrivata la conferma che il sistema Michelangelo Dome, presentato da Leonardo come un'architettura di difesa integrata per proteggere infrastrutture critiche, sarà testato entro la fine del 2026 sul campo in Ucraina. Rispetto a sistemi più consolidati come l'Iron Dome israeliano, quale logica esprime un'architettura di questo tipo? Qual è ad oggi la sfida maggiore, intercettare un missile balistico dal valore di centinaia di migliaia di dollari o abbattere in modo economicamente sostenibile uno sciame di droni da poche migliaia?
La logica del Michelangelo Dome italiano è la stessa dell’Iron Dome israeliano: assicurare la difesa integrata aerea e missilistica. Questi sistemi si basano essenzialmente su una architettura a più livelli: contro i missili balistici che arrivano dalla stratosfera vengono utilizzati i missili a più lunga gittata (come gli Arrow3 israeliani e i Patriot statunitensi). I missili da crociera (cruise) nemici vengono intercettati dai missili a media gittata (come gli IRIS-T tedeschi, i David’s Sling israeliani o i missili italo-francesi Aster NG del sistema SAMP-T). L’ultimo livello, quello più basso, è coperto da sistemi C-RAM (Counter Rockets, Artillery, Mortar) come lo Skynex tedesco prodotto in Italia e in grado di intercettare essenzialmente razzi e droni. Il tutto viene integrato da aerei da caccia. I sistemi sono gestiti da centri di comando e controllo che sono in grado di selezionare autonomamente la minaccia e di assegnarla all’intercettore più idoneo proprio per assicurare che un drone da poche migliaia di euro possa essere colpito dai proiettili dello Skynex sicuramente meno costosi di un missile Aster che invece è destinato a fermare offese più lontane e micidiali. Quindi la sfida principale è distruggere il maggior numero di ordigni nemici, siano essi missili o sciami di droni, fermo restando che nessun sistema difensivo riuscirà a fermarne il 100%. Entrambe le minacce sono letali e pertanto l’architettura deve coprire tutti i livelli esposti. In tale quadro risulta fondamentale procedere urgentemente allo sviluppo del Michelangelo Dome testando sul campo alcuni elementi del sistema come appunto avverrà in Ucraina. Naturalmente il sistema dovrà poi essere integrato nelle più ampie iniziative NATO ed europea.
Si parla ormai da anni di una fase di riarmo europeo. Guardando ai numeri e ai programmi in corso, ci siamo dentro o siamo ancora alla vigilia? E quali le priorità per il continente europeo – capacità industriale, difesa aerea, massa di personale? Dove si colloca l'Italia in questo quadro?
Sembra che iniziamo ad esserci dentro, nel senso che si sono avviati molti programmi. Ma il sottofinanziamento degli scorsi decenni, specialmente nel settore terrestre, ha provocato danni ai quali sarà difficile porre rimedio nel breve termine, specialmente in Italia. Ora ci sarebbe bisogno di incrementare le riserve operative dell’Esercito per avere più soldati disponibili in caso di crisi e di colmare alcune sue lacune sia nei settori tradizionali (come i reparti corazzati, le unità anfibie, le artiglierie, il genio, le comunicazioni tattiche) sia in quelli più moderni (sistemi robotici autonomi terrestri, droni aerei e navali, sistemi anti-droni). Inoltre sono in atto sforzi per sviluppare capacità nuovissime come quelle cyber, laser e l’intelligenza artificiale. Poi ci sono le capacità strategiche, sinora appannaggio degli USA, che vanno acquisite insieme ai partner europei. Solo per citarne alcune: la difesa aerea e missilistica integrata di cui abbiamo parlato, Intelligence e ricognizione strategica, trasporti strategici, bombardieri strategici, capacità spaziale. Senza questi assetti qualunque operazione militare sarebbe condotta con grandi difficoltà e pertanto l’Europa deve al più presto dotarsene.
L’altra grande area di intervento correlata alle precedenti è la cooperazione industriale. La capacità europea di ricerca, sviluppo e produzione in campo militare, ha sofferto negli ultimi decenni per la disattenzione politica di quasi tutti i governi. Laddove questo impegno c’è stato, sono mancate le sinergie tra le nazioni con conseguente aumento dei costi e minori opportunità di sviluppo tecnologico. Di tutte queste criticità se n’è resa conto anche l’UE che a marzo 2025 ha avviato un piano, inizialmente chiamato ReArm Europe poi ridenominato Readiness 2030, che va nella direzione di stimolare gli Stati europei a collaborare di più. I membri dell’Unione vengono invitati a investire nel prossimo decennio complessivamente 800 miliardi in una cornice di flessibilità fiscale, dei quali 150 resi disponibili a condizioni molto favorevoli. Questo pilastro del piano Readiness chiamato SAFE, è una opportunità per i singoli Stati e per le loro industrie in un momento di congiuntura economica non proprio idilliaca. L’Italia in questi processi di cooperazione industriale può giocare un ruolo di primo piano grazie alla presenza di aziende di livello mondiale come Leonardo e Fincantieri oltre ad una filiera di piccole e medie industrie, molte delle quali considerate eccellenze indiscusse.
Pur tra criticità evidenti, gelosie e ritardi, l’industria degli armamenti europea ha le potenzialità e avrebbe anche gli strumenti finanziari comuni per recuperare il terreno perduto, anche se gli obiettivi capacitivi tecnologicamente più impegnativi verosimilmente potranno essere raggiunti completamente solo tra un decennio. Non si tratta di voler fare la guerra a qualcuno ma semplicemente di dissuadere vecchi e nuovi imperi dal farci la guerra, oggi e domani.
Come afferma giustamente il Capo di Stato Maggiore dell’Esercito, il Generale Carmine Masiello, per vincere non bisogna reagire ma agire. Lo sforzo più significativo che stiamo facendo è pensare a quali saranno le sfide dei prossimi 15-20 anni. Dobbiamo uscire dall’approccio degli ultimi venti anni che era quello dell’approntamento, ossia della preparazione solo in vista di una specifica missione di supporto alla pace. Ora il cambio degli scenari mondiali impone di passare dall’approntamento specifico all’addestramento generico “full spectrum”. Bisogna essere pronti all’ipotesi peggiore pensando fuori dagli schemi. Non possiamo rimanere indifesi.


















