“In Italia bene Marina e Aeronautica, luci e ombre per l’Esercito: ecco dove investire", il generale Chiapperini a il Dolomiti sulle spese militari da aumentare al 5%
L’analisi di Luigi Chiapperini, generale di corpo d'armata dei Lagunari in quiescenza: “Alcuni settori andrebbero urgentemente potenziati tecnologicamente con sistemi d’arma avanzati. Mi riferisco essenzialmente alla componente corazzata, alle artiglierie, alla difesa aerea e missilistica, alla componente anfibia, ai droni, allo spettro elettromagnetico e, non va dimenticato, all’addestramento dei soldati che ha subito negli scorsi anni notevoli penalizzazioni dovute agli scarsi fondi a disposizione. Rilevanti, infine, i domìni spaziale e cibernetico, oltre all’intelligenza artificiale''

TRENTO. All’Aia il via libera all’aumento delle spese per la difesa dei 32 Paesi membri della Nato è stato quasi unanime: l’obiettivo, netto e ambizioso, è di portare entro il 2035 la percentuale di Pil da destinare a difesa e sicurezza – una distinzione, vedremo di seguito, molto importante – al 5%.
Unica voce contraria quella del primo ministro spagnolo, Pedro Sànchez, che si è sfilato criticando il nuovo target di spesa – pur firmando, però, alla fine lo stesso documento sottoscritto dagli alleati. Documento nel quale si fa riferimento a “gravi minacce e sfide alla sicurezza” con lo sguardo rivolto in particolare alla “minaccia a lungo termine rappresentata dalla Russia per la sicurezza euro-atlantica” e alla “persistente minaccia del terrorismo”.
L’aumento, un punto da tempo al centro delle richieste del presidente americano Donald Trump – che all’Aia ha tra l'altro corretto il tiro sull’Articolo 5 del Trattato di Washington, ribadendo l’impegno americano nella difesa collettiva dei membri dell’alleanza – è stato definito dallo stesso tycoon “una grande vittoria per l’Europa e per la civiltà occidentale”.
Toni trionfalistici che riflettono l’impostazione e la priorità politica con le quali i Paesi alleati si sono presentati all’appuntamento all’Aia: evitare il ripetersi di uno shock come quello causato il febbraio scorso, alla Conferenza sulla sicurezza di Monaco, dalle parole del vice presidente americano JD Vance e dal segretario alla Difesa Hegseth. In altre parole, come sottolineato da Martin Kettle sul Guardian, l’obiettivo era: “Tenere gli Stati Uniti il più possibile pienamente coinvolti nell’alleanza transatlantica".
A livello pratico però, il target fissato dai membri Nato risulta in definitiva decisamente flessibile sul fronte delle spese: se una parte consistente del totale infatti – il 3,5% – sarà da destinare effettivamente all’acquisto di armamenti, una porzione consistente – il restante 1,5% – sarà legato a più generali spese legate alla “sicurezza”. Una voce che potrà comprendere moltissime tipologie di investimenti: dalle infrastrutture potenzialmente utilizzabili dalle forze armate alla protezione civile fino alla cyber-sicurezza.
Tra maggioranza e opposizione, negli ultimi giorni a livello politico si è detto un po’ di tutto in Italia – la segretaria del Partito Democratico, Elly Schlein, ha per esempio parlato di un aumento sui 10 anni pari a 445 miliardi di euro – con il dibattito che, ovviamente, si è concentrato sui possibili effetti dell’aumento sui già difficili conti del Paese.
Ma quanto dovrà spendere quindi in più l’Italia fino al 2035? Cosa comprendono nei fatti le spese per la “sicurezza” del Paese? In che settori dovrebbero concentrarsi gli investimenti italiani? Il Dolomiti lo ha chiesto a Luigi Chiapperini, generale di corpo d'armata dei Lagunari in quiescenza, analista militare membro del Centro studi dell'Esercito, già comandante dei contingenti nazionali in Kosovo, in Libano e in Afghanistan, nonché autore del libro “Il conflitto in Ucraina”.
All'Aia i leader dei 32 Paesi Nato hanno trovato un accordo per alzare al 5% del Pil la spesa militare entro il 2035: a livello numerico quanto dovrà spendere di più l'Italia nei prossimi 10 anni? Ad oggi qual è la spesa militare nel nostro Paese?
In questi giorni abbiamo sentito di tutto al riguardo. Ad esempio l’editoriale di un noto quotidiano nazionale riporta che stiamo per sprecare 100 miliardi l’anno e ne spenderemo 400 in più in 10 anni per “comprare cannoni” pur in presenza di altri settori in sofferenza, in particolare il welfare. Mi lasci dire che tutto questo è una mistificazione dei fatti, si tratta di dati errati. In realtà, parlando di spesa per la difesa, stiamo attualmente spendendo pressappoco 40 miliardi l’anno che costituiscono circa il 2% del Pil. Giungere gradualmente, in 10 anni, al 3,5% significa spendere lo 0,15% aggiuntivo, circa 2 - 3 miliardi in più l’anno. Si tratterà tra l’altro di un incremento annuale tendenziale e non obbligatorio verso quell’obiettivo. A queste spese vanno aggiunte quelle relative alla sicurezza pari ad un ulteriore 0,15% del Pil, quindi altri 2-3 miliardi l’anno. In totale si spenderà in più ogni anno tra lo 0,2 e lo 0,3% di Pil in presenza di un suo incremento annuale che si prevede tra lo 0,6 e lo 0,8%. Da qui la sua sostenibilità. È importante sottolineare, inoltre, che molte di queste spese sono già programmate da altri dicasteri mentre ora potranno entrare nel computo di quelle destinate al raggiungimento del 5% di Pil per le dette esigenze. Solo per citarne alcune, potrebbe trattarsi di fondi per la Guardia Costiera, delle pensioni per il personale militare in congedo assoluto erogate dall’Inps, di alcune infrastrutture strategiche attestate sul bilancio del Ministero delle infrastrutture e dei trasporti. In sintesi, alcune spese, con il nuovo meccanismo contabile, porteranno da subito la percentuale dedicata alla difesa e alla sicurezza al di sopra del 2% ufficiale attuale con ancora minori oneri futuri rispetto alla previsione sopra riportata. Insomma, già ora stiamo spendendo ben oltre 2% del Pil, probabilmente il 2,5. Ritengo pertanto che l’impegno preso dal Paese a l’Aia sia attualmente sostenibile fermo restando che dovrà essere rivalutato periodicamente sulla base della situazione contingente.
Qual è la differenza sostanziale tra il 3,5% delle spese da destinare alla difesa e l'1,5% alla sicurezza? Di che spese si parla nei due casi?
Le spese da destinare alla difesa sono quelle classiche che riguardano ambiti prettamente militari. Pertanto si tratta di risorse da destinare a colmare le carenze capacitive classiche (carri armati, artiglierie, munizioni, aerei, navi), ad acquisire equipaggiamenti che hanno fatto la loro comparsa nei teatri di guerra recenti (come ad esempio i droni terrestri, aerei e navali), a soddisfare le esigenze di un settore, quello dell’esercizio, sinora in sofferenza (poligoni, munizioni per l’addestramento, carbo-lubrificanti) e ad acquisire alcune delle capacità strategiche sinora appannaggio essenzialmente degli Stati Uniti (Intelligence e ricognizione strategica, difesa aerea e missilistica, trasporto strategico). Le ulteriori spese per la sicurezza afferiscono invece a settori essenzialmente civili, hanno caratteristiche duali e quindi sfruttabili dall’organizzazione militare del nostro Paese. Si tratterebbe, solo per citarne alcune, delle infrastrutture strategiche (porti, aeroporti, ferrovie, strade, ponti, centrali elettriche, reti per le telecomunicazioni), di settori della Protezione Civile oppure dei sistemi per il contrasto delle minacce cyber. In sintesi, tutto ciò che può favorire con tecnologie duali la resilienza del Paese.
In che settori della difesa dovrebbe concentrare i suoi investimenti l'Italia? Quali le nostre eccellenze e quali i punti deboli?
In presenza di un grave sottofinanziamento del comparto difesa degli ultimi anni, il Paese ha investito essenzialmente sulla Marina Militare e sull’Aeronautica Militare che appaiono all’altezza dei principali partner europei essendo dotate dei più moderni equipaggiamenti militari. L’Esercito Italiano invece presenta luci e ombre, con alcuni settori che andrebbero urgentemente potenziati tecnologicamente con sistemi d’arma avanzati. Mi riferisco essenzialmente alla componente corazzata, alle artiglierie, alla difesa aerea e missilistica, alla componente anfibia, ai droni, allo spettro elettromagnetico e, non va dimenticato, all’addestramento dei soldati che ha subito negli scorsi anni notevoli penalizzazioni dovute agli scarsi fondi a disposizione. Rilevanti, infine, i domìni spaziale e cibernetico, oltre all’intelligenza artificiale, che rappresentano per le nostre forze armate le aree con le più grandi sfide tecnologiche del futuro. In sintesi, come dice il nostro Capo di Stato Maggiore dell’Esercito, Generale Masiello, “servono tecnologia, valori e addestramento per rendere il nostro strumento militare moderno, con capacità di deterrenza reale, credibile e percepibile da tutti e, quindi, dissuasiva”. Aggiungo: per raggiungere quei risultati servono risorse.
L'aumento delle spese per la difesa nel contesto Nato si legherà, per i Paesi Europei, al piano ReArm Europe?
Attendiamo le decisioni che sicuramente saranno prese prossimamente dall’Unione. Credo che alla luce delle decisioni dell’Aia, il piano ReArm (ridenominato Readiness 2030) dovrà essere rimodulato. Si trattava di un pungolo per i Paesi europei che però, dopo il successo del vertice Nato, non ha più senso specialmente per quelli che fanno contemporaneamente parte della Nato. Non sarebbe sostenibile. Probabilmente sopravviverà il fondo di 150 miliardi di euro che l’UE metteva a disposizione con prestiti agevolati per lo sviluppo di progetti congiunti.
Qual è, a livello di organico, lo stato delle forze armate italiane? Da giorni si discute in merito alla possibilità di reintrodurre la leva obbligatoria in Germania, è un'opzione anche per il nostro Paese?
Con la legge 244 del 2012 si prevedeva la riduzione degli organici delle nostre forze armate a 150 mila militari e 20 mila civili entro il 2024. Le recenti vicissitudini mondiali hanno in pratica rallentato il progetto e si sta andando in controtendenza. L’Esercito Italiano ha bisogno di alcune migliaia di professionisti in più anche per “svecchiare” gli organici e di una riserva operativa prontamente impiegabile. Anche le altre forze armate hanno chiesto di incrementare gli organici per far fronte alle verosimili nuove disponibilità di equipaggiamenti militari. Riguardo alla possibilità di reintrodurre la leva obbligatoria in Germania, probabilmente lì hanno problemi di arruolamento di volontari. Da noi non serve, almeno nella contingenza attuale. Sarebbe un passo indietro. La leva da noi non è stata abolita ma solo sospesa e ritengo doveroso predisporsi alla sua riattivazione ma solo nel caso in cui le attuali minacce dovessero crescere ulteriormente. La massa viene assicurata dalla collaborazione con gli altri eserciti nazionali dei Paesi alleati. Al momento è sufficiente così.
Quali le possibili sinergie tra l'industria militare italiana e progetti congiunti Ue/Nato?
Qualcuno teme che i futuri progetti multinazionali, che sono tanti, possano favorire l’economia di altri Paesi. L’industria italiana è in molti settori all’avanguardia tanto che siamo partner di importanti cooperazioni come in passato con la Francia per la realizzazione delle fregate FREMM o con Gran Bretagna, Germania e Spagna per l’aereo Eurofighter Typhoon di quarta generazione avanzata. Nel presente l’Italia sta collaborando con la Germania per il carro armato Panther KF-51, soluzione intermedia in vista del possibile ingresso nel progetto Main ground combat system (Mgcs) per il carro armato di prossima generazione lanciato nel 2012 da Parigi e Berlino. Sempre per le esigenze del futuro, l’Italia è impegnata con Gran Bretagna e Giappone nella ricerca e sviluppo dell’aereo da combattimento di generazione futura Global combat air programme (Gcap), capace di volare senza pilota e dotato di sensori avanzati e nuovissimi sistemi d'arma. Anche a tutto questo servirà quel 3,5% di Pil da destinare alla nostra difesa, sempre protagonista positiva sul territorio nazionale e in tutti i teatri operativi ma che necessita di nuove risorse per fare la sua parte nelle alleanze di cui fa parte.














