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Rischio medio di contagio legato all'ambiente di lavoro e decessi da coronavirus, quale il nesso?

Questi primi risultati, pur con tutte le riserve e le limitazioni metodologiche di cui si è detto, mostrano come l’attenzione alle caratteristiche delle attività lavorative sia importante, non solo a livello della protezione del singolo individuo, ma anche guardando alla situazione aggregata
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Di Orizzonti Internazionali - 29 aprile 2020

Docenti di studi internazionali dell'Università di Trento

di Di Mauro Caselli, Andrea Fracasso, Silvio Traverso (Scuola di Studi Internazionali, Università di Trento)

 

In risposta alla rapida diffusione dell’epidemia di Covid-19 registrata a partire dal mese di febbraio, il Governo Conte ha intrapreso una serie di misure contenitive che hanno portato a estese limitazioni della mobilità personale e alla sospensione di numerose attività produttive giudicate non essenziali. Tali misure, in un primo tempo riguardanti zone circoscritte del nord Italia, hanno ben presto interessato l’intero territorio nazionale e sono culminate con il DL n.19 del 25 marzo scorso, attraverso il quale è stata temporaneamente disposta la chiusura (totale o parziale) di oltre il 50% dei settori economici descritti dalla classificazione Ateco 2007 a due cifre.

 

A livello locale, il lockdown ha coinvolto circa il 40% dei lavoratori operanti nei settori dell’industria e dei servizi trentini, cifra che varia sensibilmente a seconda di se si considera tra i settori sospesi la ricezione turistica, settore formalmente aperto, ma nei fatti inattivo. Mentre un giudizio complessivo circa l’efficacia e l’appropriatezza delle contromisure adottate per fronteggiare l’emergenza potrà essere formulata soltanto nei mesi a venire, l’approssimarsi di una fase di graduale ripresa dell’attività economica rende quanto mai rilevante individuare correttamente i possibili fattori di rischio che si associano alle attività sociali delle persone. Infatti, a meno di non voler fare esclusivo affidamento alla fortuna, la comprensione di questi ultimi rappresenta un presupposto necessario per introdurre misure che garantiscano un accettabile controllo sulla diffusione di una malattia (endemica ormai), minimizzando al contempo i costi sanitari e preservando un sostenibile livello di attività economica.

 

In questo spirito, INAIL ha recentemente prodotto un documento tecnico che associa un livello di rischiosità di trasmissione del contagio a ciascuna attività lavorativa e quindi attribuisce a ciascun settore di attività economica un valore di rischio medio, su una scala discreta di rischiosità crescente (rischio “basso”, “medio-basso”, “medio-alto” e “alto”). Utilizzando questo prezioso strumento, il nostro contributo propone una mappa del rischio di trasmissione del contagio nei diversi comuni del territorio trentino legato alla composizione delle attività economiche (in termini di occupazione, dati Istat dal censimento dell’industria e dei servizi del 2011) e alla classificazione INAIL, di cui sopra, delle stesse.

 

Attribuiamo infatti dei valori discreti alla scala INAIL da 1 a 4: 1 per rischio “basso”, 2 per “medio-basso”, 3 per “medio-alto” e 4 per “alto”. In particolare, la nostra analisi si basa sull’ipotesi che, all’interno di un contesto in cui la popolazione ha fatto propri alcuni comportamenti prudenziali volti a ridurre il rischio di contagio negli ambienti pubblici, il rischio di contagio dipenderà prevalentemente da ciò che accade nei luoghi di lavoro e quindi dalla rischiosità delle occupazioni. Abbiamo dunque calcolato due misure di rischio medio per comune: per la prima, abbiamo pesato il rischio dei vari settori economici tenendo in considerazione esclusivamente la composizione della forza lavoro in essi impiegata. La seconda misura, invece, è costruita tenendo in considerazione tutta la popolazione, incluse le persone inattive (disoccupati e persone non in attività di lavoro, inclusi studenti e pensionati), a cui abbiamo assegnato un livello di rischiosità basso (1).

 

In un nostro recente contributo per lavoce.info abbiamo sviluppato l’analisi per i sistemi locali del lavoro a livello nazionale, guardando anche all’impatto del lockdown del 25 marzo sul rischio medio. Come emerge dalla Figura 1, il diverso modo di trattare le persone inattive influenza la misura del rischio medio dei comuni trentini non soltanto in termini assoluti (per costruzione, infatti, la seconda misura presenterà sempre valori inferiori alla prima) ma anche relativi, ossia modifica la “classifica” in termini di rischiosità. Nonostante questo, entrambe le misure evidenziano alcune tendenze comuni.

 

Trento e Rovereto, ad esempio, così come altri importanti centri quali Cles, Cavalese e Borgo Valsugana si trovano nella parte alta di entrambe le classifiche. Inoltre, in entrambi i casi le zone relativamente più rischiose sembrano seguire la direttrice della valle dell’Adige, della Valsugana e del corso del fiume Noce. Ciò significa che questi comuni presentano un mix di attività produttive che, per loro caratteristiche intrinseche, espongono i lavoratori a un maggior rischio di contagio (come ad esempio la presenza di attività legate all’assistenza sanitaria o sociale).

 

 

Figura 1. Rischio medio di contagio ambiente di lavoro in assenza di lockdown

 

Note: il livello di rischio in (A) è calcolato come media pesata del rischio delle diverse attività economiche presenti localmente, mentre quello in (B) è calcolato tenendo conto anche degli inattivi, ai quali è stato attribuito un livello di rischio pari a 1 (“basso”). Fonte: elaborazione su dati CIS 2011.

 

Pur consapevoli che la diffusione del virus in queste settimane è stata legata a una innumerevole serie di fattori, strutturali (conformazione orografica, dotazione di via di comunicazione, ecc) ed estemporanei (presenze di turisti infetti), abbiamo cercato di verificare l’esistenza o meno di una relazione tra la diffusione del contagio e questa conformazione locale del rischio. Abbiamo deciso di guardare al numero di decessi invece che a quello dei contagiati a causa della scarsa attendibilità dei dati sui contagi in mancanza di una somministrazione del tampone a tutti i cittadini e per ragioni legate a non sempre coerenti procedure di contabilizzazione dei positivi e dei guariti.

 

 

Tuttavia, data la forte differenza di mortalità per età e genere, il numero dei decessi è ovviamente un dato limitatamente rappresentativo della diffusione dell’epidemia e quindi da considerare con cura. (Per una mappatura dei contagi rimandiamo a questo articolo di IlDolimiti sul lavoro del Centro geo-cartografico di studio e documentazione dell’Università di Trento). Sfruttando quindi la disponibilità dei dati sulla diffusione dell’epidemia a livello comunale rilasciati dalla APSS, abbiamo testato statisticamente la correlazione tra la nostra misura di rischio medio per comune e il numero dei decessi ogni mille abitanti registrati alla data del 23 aprile. La mappa della densità dei decessi è riportata nella Figura 2.

 

 

 

 

 

Figura 2. Decessi ogni 1000 abitanti al 24/04/20

 

Fonte: elaborazione su dati APSS e Istat.

 

I risultati dell’analisi (Tabella 1, per i lettori più avvezzi agli aspetti tecnici delle stime) mostrano che la prima delle nostre due misure di rischio è associata positivamente e (con una discreta significatività statistica, p-value<10%) con il numero di decessi per abitante. Tale associazione è valida anche controllando per la quota di ultrasessantenni residenti sul territorio comunale e per la presenza di RSA, luoghi dove la diffusione del virus ha mietuto un alto numero di vittime tra soggetti altamente vulnerabili (e sicuramente estranei ai contagi legati al mondo del lavoro). Lo stesso tipo di analisi effettuata utilizzando la seconda misura di rischiosità porta risultati simili ma più deboli da un punto di vista statistico.

 

È importante rimarcare con decisione come queste associazioni abbiano natura puramente statistica e, vista l’impossibilità di controllare per l’effettiva esposizione al virus, non possano essere considerate come una prova robusta della relazione tra contagio e diffusione/composizione delle attività produttive. Per esempio, aree caratterizzate da un elevato potenziale di contagio potrebbero essere state esposte poco e tardi al virus, mentre zone meno rischiose potrebbero avere sperimentato un’esposizione più massiccia e prolungata nel tempo. Questo dipende da fattori quali la presenza di arterie di comunicazioni, l’attrazione esercitata da determinate aree (come le mete turistiche invernali, ancora affollate all’inizio di marzo), e la prossimità ad aree di altre regioni molto esposte al virus, e la disponibilità di mezzi di protezione individuali a favore di operatori del settore sanitario, lavoratori e cittadini.

 

Per ragioni simili, i risultati dell’analisi non possono essere considerati una prova nel ruolo giocato dalle RSA nella diffusione del contagio. Essi, infatti, portano semplicemente ulteriore evidenza di quanto i decessi siano (almeno sino a oggi) concentrati nei comuni in cui sono presenti RSA, non che le RSA abbiano una responsabilità nei decessi visto che per mandato esse accolgono ospiti estremamente fragili e che, se colpiti dal virus, soggetti a una elevatissima mortalità.

 

Questi primi risultati, pur con tutte le riserve e le limitazioni metodologiche di cui si è detto, mostrano come l’attenzione alle caratteristiche delle attività lavorative sia importante, non solo a livello della protezione del singolo individuo, ma anche guardando alla situazione aggregata.

Tabella 1.

 Proporzione di decessi su popolazione 2019
 (1)(2)(3)
    
Livello di rischio medio comune (Misura "A")0.00204*0.00195**0.00123*
 (0.00105)(0.00095)(0.00074)
Quota ultrasessantenni 0.002250.00270
  (0.00359)(0.00349)
Presenza di RSA  0.00114***
   (0.00032)
Intercetta-0.00250-0.00301-0.00232
 (0.00156)(0.00213)(0.00191)
    
Osservazioni166166166
R-quadro0.101690.104270.18433
Errori standard robusti in parentesi   
*** p<0.01, ** p<0.05, * p<0.1   

 

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