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La politica cinofila e l'erotica felina

Da un post del sindaco con un cane innocente, qualche interrogativo su noi e gli animali nostri familiari  
DAL BLOG
Di Paolo Ghezzi - 15 febbraio 2022

Ragazzo del 57, giornalista dal 79, troppo piccolo per il 68, ha scansato il 77 ma non la direzione dell’Adige (8 anni 8 mesi e 3 giorni) e la politica (24 mesi in consiglio provinciale tra il 2018 e il 2020)

Ha fatto discutere, su Facebook, la foto postata dal sindaco di Trento per annunciare il giro di vite contro l’accattonaggio che sfrutta gli animali d’affezione (e sappiamo bene quanto affetto meritino!). In un commento diretto e aspro, che lamenta l’insufficiente attenzione del Comune ai senzatetto umani, il giornalista della Radiotelevisione svizzera Mattia Pelli ha scritto: “C’è un altro aspetto che mi pare inquietante: il sindaco pubblica con orgoglio questa decisione su Facebook, corredandola di una foto in cui lo si vede ben vestito e sorridente, con i mocassini in pelle e il risvolto ai pantaloni, la camicia bianca accanto a un barboncino bianco. Intorno un grande e bel giardino. Molto Country Club”.

 

Al di là delle buone intenzioni del personaggio politico e al di là dell’effettiva localizzazione (un praticello di Roncafort, non un country club!, ha replicato al giornalista) in effetti la foto ha il sapore di un quadretto di rassicurante familiarità e di straordinaria lindezza (un cagnetto educato e immacolato) contrapposto al “disordine” associato a sporcizia dell’accattonaggio per strada (e alzi la mano chi non si è sentito mai infastidito dai questuanti). Il cagnolino, al di là delle ottime intenzioni di difesa della dignità animale, è diventato sovrapponibile a quello di Obama (il mitico piccolo Bo, rimpianto dall’ex presidente come “una costante e gentile presenza nella nostra vita”) o alla mascotte dei corazzieri del Quirinale: un modo simpatico e trendy di umanizzare la politica. Solo che in questo caso l’arma affettiva era a doppio taglio.

 

La foto con il cagnolino induce a ulteriori riflessioni sull’affetto che tributiamo ai nostri amati cani, alle adorate gatte e anche ai figli piccoli e ai nipotini, nelle nostre comunicazioni social. Anche senza cercare conferme statistiche, i post con nipotini gattini cagnolini ricevono un numero di “like” molto maggiore delle meditate riflessioni. È perché i social ci infantilizzano o c’è dietro qualcosa di più profondo? C’è dietro, e dentro, il nostro bisogno di innocenza, perché sentiamo, da adulti, che l’innocenza è perduta. Così la ritroviamo solo nei cuccioli di essere umano o negli animali che siamo portati a considerare dotati di bontà naturale, esenti dalla malizia, dall’opportunismo, dalle furbizie e dalle ipocrisie che contraddistinguono il genere umano giunto all’età della consapevolezza.

 

E se anche il Vangelo invita a “ritornare come bambini”, forse la ricerca dell’innocenza – attraverso i bambini e gli animali – non è così riprovevole. Anzi, manifesterebbe un bisogno, un desiderio di purezza, di integrità, di bontà primigenia, perfino. In politica, però, l’innocenza diventa complicata. E c’è anche un’altra ipotesi, meno “innocente” e più seduttiva e insinuante, almeno per quanto riguarda i gatti. Ne scrive un premio Nobel per la letteratura, Czeslaw Milosz, nella raccolta “Il cagnolino lungo la strada” (Adelphi, 2002). Nel breve saggio “Il mistero dei gatti”, Milosz osserva: “Non avete mai notato l’espressione di divertimento e birbantesca curiosità  che si disegna sui volti dei nostri simili, appena s’incomincia a parlare di gatti? … a mio avviso uomini e gatti sono uniti da un’intesa carnale. Il gatto, per il suo stesso aspetto, esige che lo si tocchi, lo si accarezzi, di qui gli innumerevoli vezzeggiativi del linguaggio dell’amore, tutti quei mici, micetti, micini e micione. … se solo prestiamo un attimo di attenzione alla nostra predilezione erotica (sì, erotica!) per il gatto, incominciamo a porci delle domande riguardanti, né più né meno, i caratteri permanenti della nostra natura. … E così dai gatti siamo arrivati a parlare di un grande problema filosofico. Anche se loro non lo sanno, ascriviamoglielo a merito”.

 

Questa valenza “amorosa” del gatto potrebbe spiegare perché gli artisti e i letterati tendono a prediligere la comunicazione felina mentre i politici preferiscono la più rassicurante immagine dei cani: specchio di fedeltà servizievole, di affetto familiare e non di inquietante indipendenza e di fatale attrazione…Il dibattito tra cinofili e “gattolici” è aperto ma intanto quel post sull’accattonaggio con animali è ulteriore riprova che, una volta entrati nella comunicazione politica, quindi nella sfera pubblica, anche gli incolpevoli cani perdono inevitabilmente la loro, privata e provata, innocenza.

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