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Maltempo, ha piovuto 60 millimetri di più rispetto all'alluvione del 1966, ma l'onda di piena è rimasta più bassa

Negli ultimi giorni sono caduti circa 230 millimetri contro i 175,2 millimetri tra il 3 e il 6 novembre 1966. L'onda di piena è di circa 5 metri contro i 6,30 dell'alluvione. Anche allora era stata aperta la galleria Adige-Garda. Il geologo Demozzi: "Quello è l'anno zero, da allora prevenzione e briglie per contenere i detriti. Macchina dei soccorsi perfetta"

Di Luca Andreazza - 31 ottobre 2018 - 05:01

TRENTO. L'allerta meteo sembra alle spalle, ma prosegue l'intenso lavoro della macchina dei soccorsi per monitorare i corsi d'acqua e sistemare gli ingenti danni causati in questa ondata di maltempo. L'evento peggiore dal 1966, quando il fiume Adige è esondato per trascinare fango e detriti in centro a Trento

 

Dopo l'emergenza di queste ore e giorni, la memoria corre naturalmente a quel 1966, l'anno zero. In alcune zone del Trentino sono scesi quasi 600 millimetri di pioggia, mentre in quattro giorni alla stazione di MeteoTrentino di Laste sono caduti complessivamente circa 230 millimetri di pioggia, quasi 60 millimetri in più rispetto a 52 anni fa.

 

Dopo un ottobre caratterizzato dalla quasi assenza di precipitazioni, salvo tre giorni di pioggia per un totale di 11 millimetri, la perturbazione si è concentrata tra sabato 27 (53 millimetri) e domenica 28 (66,8 millimetri) con l'apice registrato lunedì 29 ottobre (102,2 millimetri), prima della tregua di martedì 30 ottobre con 8 millimetri.

 

Ben diverso il 1966. Prima del 4 novembre, la città era reduce da un ottobre molto piovoso, tanto che i dati storici di MeteoTrentino riportano la caduta di ben 233 millimetri, quindi uno stop tra il 31 ottobre e l'1 e 2 novembre.

 

Poi riprende a piovere ma il fiume è relativamente basso, sale di circa 2 metri nei giorni successivi: 8 millimetri il 3 novembre e 72 millimetri quel 4 novembre. Il picco in realtà si verificò solo il giorno successivo con 84,2 millimetri e poi altri 11 millimetri per un totale di , ma ormai l'Adige era già esondato a Roncafort e si era ripreso l'antico alveo per dirigersi in città

 

Quella notte Trento fu protagonista della più grande inondazione della sua storia. E all'acqua e fango si mischiarono nafta dalle caldaie allagate, benzina e gasolio dei depositi e dei serbatoi di carburante. Un evento tanto breve quanto violento per una tragedia enorme. La rottura era dovuta alle grandi masse d'acque e al materiale portato a valle dagli affluenti del fiume, tutti i corsi d'acqua minori e gli affluenti erano in piena. 

 

La differenza è nell'onda di piena: il livello rilevato al ponte di S. Lorenzo alle 23 di lunedì 29 ottobre 2018 è di circa 5 metri, mentre alle 23 del 4 novembre 1966, dopo essere partito dai 2 metri delle ore mattutine arriva velocissimo al colmo di 6,30 metri, un dato superiore di 24 centimetri a quello del settembre 1965, ma anche di 19 centimetri rispetto al massimo storico della famosa piena del 1882.

 

Nel 2018 ha piovuto di più, ma l'onda di piena è rimasta più bassa rispetto al 1966. "Si parte da quell'anno e nel frattempo sono stati apportati - spiega Mirko Demozzi, presidente dell'Ordine dei geologi - tanti miglioramenti per cercare di controllare un evento di questo tipo. Ogni progetto prevede ora un 'tempo di ritorno', questo significa che si prevede già a monte che possano capitare queste situazioni di grandissima emergenza".

 

Manutenzione e sistemazione del territorio. "La prevenzione gioca un ruolo fondamentale. Dopo il 1966 sono state previste delle aree di svaso per alleggerire la portata e il carico di detriti. Gli alvei di torrenti e affluenti vengono puliti e sono state installate briglie filtranti per cercare di fermare i materiali trascinati dall'acqua, che rappresentano sempre un enorme pericolo".

 

L'emergenza però non è terminata. "I terreni erano particolarmente secchi e molta acqua è stata assorbita - evidenzia il presidente - ora però sono saturati per la grande quantità di pioggia. I territori sono in questo momento particolarmente fragili e vulnerabili dal punto di vista idrogeologico. I pericoli di smottamenti e frane non sono cessati, anzi bisogna mantenere alta la guardia perché si verificheranno molti altri casi. l'evoluzione geomorfologica è prevedibile fino ad un certo punto (Qui articolo). E come Ordine dei geologi siamo a disposizione della Provincia per sopralluoghi e valutazioni".

 

Ovviamente rispetto a 50 anni fa c'è anche il ricorso alla tecnologia. "Studi e conoscenze scientifiche - evidenzia Demozzi - sono notevolmente maggiori, così come l'utilizzo di software che aiutano a prevedere quanto succede, certo poi restano diverse incognite, ma anche eventi meno prevedibili. La macchina dei soccorsi coordinata dalle Protezione civile è funzionata in modo perfetto. L'unica pecca forse, ma mi esprimo da cittadino, è quella di non aver chiuso le scuole già lunedì. Vero che forse tante famiglie sarebbero andate incontro a difficoltà organizzative, ma si era in presenza di un'allerta rossa e la previsione del massimo peggioramento".

 

Nel 1966 e durante la fase di maggior intensità dell'evento l'Ufficio del genio civile di Trento aprì dalle 16.15 del 4 novembre alle 14.30 del 5 novembre la galleria Adige-Garda per contenere in modo determinante la piena del tratto di pianura per scaricare nel lago un volume d'acqua di 64 milioni di metri cubi d'acqua e un aumento del livello del lago di 33 centimetri.

 

Anche nella notte tra le 23 di lunedì e le 16 di martedì si è ricorso alla galleria, non utilizzata da 16 anni (aperta 11 volte, l'ultima nel 2002 per il rischio alluvione nel veronese) per un immissione di circa 17,5 milioni di metri cubi d'acqua e un innalzamento del livello di circa 5 centimetri (Qui articolo).
 

"Una decisione giusta - conclude Demozzi - in questo caso per l'eccezionalità dell'evento. Chiaro che l'apertura della Galleria come valvola di sfogo è e deve essere un'extrema ratio per gli impatti che comporta tra livelli del lago, eco-sistema e apporto di detriti e materiali".

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