Caccia all'untore sulle piste da sci: una famiglia di Codogno insultata in Valcamonica
Come raccontava il Manzoni per descrivere la psicosi legata alla paura del contagio da Peste ''la frenesia s’era propagata come il contagio. Il viandante che fosse incontrato da de’ contadini, fuor della strada maestra, (...) lo sconosciuto a cui si trovasse qualcosa di strano, di sospetto nel volto, nel vestito, erano untori (...) gl’infelici eran tempestati di pietre, o, presi, venivan menati, a furia di popolo, in prigione''

VALCAMONICA. E' la caccia all'untore, l'irrazionale reazione alla paura irrazionale. Cercare un nemico, un capro espiatorio alla propria follia, alla psicosi, esattamente come raccontava Manzoni nei Promessi Sposi quando a Milano si temeva il diffondersi della Peste. Son passati i secoli ma l'animo umano si conferma immutato fermo a quella paura che smuove le masse e così lunedì 24 febbraio una famiglia originaria di Codogno sarebbe stata presa a male parole, insultata, accusata di propagare il virus, mentre si trovava sulle piste della Valcamonica.
Mamma, papà e due figli erano a Vione in settimana bianca, da prima che la loro zona di residenza venisse isolata (come accaduto, per esempio, ai turisti risultati positivi al controllo in Trentino in entrambi i casi in montagna, a Fai della Paganella e a Dimaro). Quando altri sciatori hanno scoperto da dove venivano (dopo che la famiglia ha postato una foto sui social) li hanno accusati di essere infetti e a quel punto il padre ha reagito. E' volato qualche spintone e dell'accaduto sono anche state informate le forze dell'ordine. Ma la questione non è finita lì visto che altri insulti sono volati anche in un ristorante, successivamente.
Secondo quanto riporta il Giornale di Brescia e gli altri quotidiani bresciani, sollecitazioni per far fare il tampone alla famiglia sarebbero state fatte anche al sindaco di Vione anche se la famiglia non presenta nessun sintomo da coronavirus e nemmeno influenzale. E a rileggere il Manzoni c'è davvero da preoccuparsi. Lui così scriveva: ''Nè tali cose accadevan soltanto in città: la frenesia s’era propagata come il contagio. Il viandante che fosse incontrato da de’ contadini, fuor della strada maestra, o che in quella si dondolasse a guardar in qua e in là, o si buttasse giù per riposarsi; lo sconosciuto a cui si trovasse qualcosa di strano, di sospetto nel volto, nel vestito, erano untori: al primo avviso di chi si fosse, al grido d’un ragazzo, si sonava a martello, s’accorreva; gl’infelici eran tempestati di pietre, o, presi, venivan menati, a furia di popolo, in prigione. Così il Ripamonti medesimo. E la prigione, fino a un certo tempo, era un porto di salvamento''.












