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Coronavirus, i deceduti hanno un'età media di 80 anni e patologie pregresse. Letalità al 5,8%. Ecco i dati del secondo report dell'Istituto Superiore della Sanità

Dalla lettura del secondo report dell'Istituto Superiore di Sanità emergono dati che permettono di inquadrare l'attuale situazione della diffusione del virus in Italia. Attenzione però, questi numeri non restituiscono le difficoltà e lo stress a cui sono sottoposte le strutture ospedaliere. Per questo l'invito è sempre lo stesso: seguite le indicazioni delle autorità politiche e sanitarie

Di Davide Leveghi - 14 marzo 2020 - 18:33

TRENTO. Il secondo report dell'Istituto Superiore della Sanità sulle caratteristiche dei pazienti affetti da Covid-19 è stato pubblicato, chiarendo quale sia l'attuale realtà dell'epidemia che sta tenendo il Paese in quarantena. Dal quadro tracciato si può ricavare che al momento in Italia la letalità del virus abbia la percentuale del 5,8%, mentre l'età dei pazienti deceduti e risultati positivi al Covid-19 sia di 80 anni.

 

Attualmente sono 2 i pazienti morti di età inferiore ai 40 anni, con dati aggiornati al 13 marzo. Si tratta di un uomo di 39 anni con pre-esistenti patologie psichiatriche, diabete e obesità, deceduto nel proprio domicilio e di una donna, stessa età, con pre-esistente patologia neoplastica, deceduta in questo caso in ospedale.

 

Le donne decedute dopo aver contratto l'infezione fino ad ora, tendenzialmente, hanno un'età più alta rispetto agli uomini, con una media di 84,2 anni rispetto agli 80,3 degli individui di sesso maschile. Dalle statistiche fino ad ora disponibili, inoltre, pare che la letalità aumenti in maniera marcata dopo i 70 anni.

 

“La letalità stratificata per fasce di età non è più alta di quella di altri Paesi – sottolinea Graziano Onder, direttore del dipartimento Malattie cardiovascolari, dismetaboliche e dell'invecchiamento dell'Issscontiamo un'età media molto alta e una percentuale significativa della popolazione che ha più patologie, un fattore che aumenta il rischio di morte. Non a caso il numero medio di patologie osservate nei deceduti è di 2.7”.

 

Negli uomini la letalità risulta più alta (7,2%), mentre nelle donne è del 4,1%. La differenza nel numero di casi segnalato per sesso aumenta progressivamente in favore di soggetti di sesso maschile fino alla fascia di età inferiore o uguale ai 70-79. Nella fascia inferiore o uguale a 90 anni, invece, il numero di casi di sesso femminile supera quello dei casi di sesso maschile probabilmente per la struttura demografica della popolazione.

 

Su un campione di 1016 pazienti deceduti e positivi a Covid-19 (su un totale di 1266 aggiornati alle 18.20 di venerdì 3 marzo, dati del Ministero della Salute), la distribuzione per regioni segna percentuali al di sopra dell'1% solo in quattro entità regionali settentrionali: la Lombardia (75% per 762 casi), l'Emilia-Romagna (14,4% per 146 casi), il Veneto (4,7% con 48 casi) e il Piemonte (1,8% con 18 casi).

 

 

L'età media dei pazienti deceduti e positivi a Covid-19 è di 79.4 anni, con un'età mediana dei pazienti deceduti più alta di circa 15 anni rispetto a quella dei pazienti che hanno contratto l'infezione. Più alta è l'età delle donne decedute rispetto agli uomini, mentre la letalità raggiunge tassi sempre più alti andando avanti con le fasce d'età.

 

 

Le tabelle successive, invece, presentano le patologie comuni croniche pre-esistenti diagnosticate prima di contrarre l'infezione nei pazienti deceduti – come si nota i casi di pazienti deceduti senza patologie pregresse sono una percentuale piuttosto risibile rispetto al totale – assieme ai sintomi di più comune riscontro in coloro che sono deceduti e trovati positivi di Covid-19.

 

 

Riguardo alle complicanze del virus, l'insufficienza respiratoria è risultata essere quella più comunemente osservata in questo campione (98,8% dei casi), seguita dallo shock (22,9%), dal danno renale acuto (16,9%) e dalla sovrainfezione (10,8%).

 

Attenzione però, questi dati non devono risultare fuorvianti laddove si pensi che non ci riguardino. La problematica maggiore, tuttora, risulta essere infatti la tenuta del sistema ospedaliero, sottoposto a forte stress per le entrate troppo numerose rispetto ai posti disponibili, nelle terapie intensive e non solo. Pertanto l'indicazione rimane sempre la stessa: non uscite di casa se non per stretta necessità, come da precisazione del Dpcm.

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