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Impianti sì o impianti no, ma i turisti, anche potendo, verrebbero davvero a sciare? Filt: ''Si pensi a sostenere lavoratori e stagionali oltre alle imprese''

Con una crisi in atto, intere regioni che sono state in lockdown, il virus ancora molto presente e i decessi in aumento ha senso spingere per attivare il comparto della montagna che, giocoforza come qualsiasi ambito turistico, vive dell'assembramento altrimenti può anche non aprire, o non è meglio spingere compatti per ristori all'altezza delle perdite che ci saranno, prima di tutto per ristoratori, albergatori, artigiani e tutto il mondo della montagna prima che gli impianti che comunque dal pubblico hanno sempre avuto rassicurazioni 

Di Luca Pianesi - 26 novembre 2020 - 17:12

TRENTO. Sci sì o sci no. Il dibattito sull'apertura o meno degli impianti rischia di essere sempre più capovolto. Gli operatori chiedono di aprire a prescindere confidando, forse, chissà, su numeri di turisti sostenibili. Il governo invece vuole tenere chiuso per evitare che si creino ovvi assembramenti e per non far ripartire il virus in due settimane favorendo gli spostamenti inter-regionali. In mezzo, però, ci sarebbero i due attori principali di questo comparto che pare nessuno prenda in considerazione: tutto l'indotto che ruota attorno al mondo degli impianti, i veri penalizzati dall'assenza della stagione invernale: albergatori, ristoratori, stagionali, commercio e artigianato di montagna. E i turisti: già perché gli operatori (e anche il governo visto la volontà di non aprire) danno per scontato che se si apre ci saranno frotte di persone che si recheranno in montagna a sciare.

 

Ma davvero? Con la crisi che attanaglia il Paese, intere categorie rimaste completamente improduttive per settimane (in alcune ''regioni rosse'' con anche il lockdown a complicare le cose), pochi soldi in tasca, l'impossibilità anche di mettersi a cena con tutta la famiglia a Natale, i morti che continuano a salire (e resteranno molto alti per settimane come ha insegnato la prima ondata del contagio), la certezza che il virus non è scomparso ma è presente e circola ancora in maniera preoccupante, vale la pena aprire? Agli albergatori conviene riattivare camerieri, cuochi, personale di sala, animazione se oggi non c'è, all'orizzonte, uno straccio di prenotazione? Gli impiantisti, non c'è dubbio, un aiuto dagli enti pubblici lo riceveranno comunque (è sempre andata così in ogni territorio) ma ad esser seri si penserebbe già a un piano di aiuto a tutto il resto del mondo della montagna.

 

Che, inutile girarci intorno, vive proprio se c'è l'assembramento come qualsiasi soggetto turistico (non è con il mezzo vuoto che sopravvivono ristoranti, bar, alberghi, negozi turistici). Questa estate aprire è stato possibile perché c'era il caldo e il virus era per questo molto rallentato. L'inverno è un'altra cosa e dicembre e gennaio sono i mesi dei picchi anche influenzali. Aprire per aprire, come al solito solo per vincere un braccio di ferro politico, oggi, forse farebbe più male all'economia della montagna che tenere chiuso con un piano di ristoro serio e strutturato.

 

Bene fa Conte a chiedere che l'Europa sia compatta nell'appoggiare questo progetto ma, in ogni caso, più che agli impiantisti bisogna pensare a tutelare tutto il mondo che ruota attorno al business dello sci. ''Se alla fine si decidesse di non aprire gli impianti da sci, almeno fino a Natale, la situazione non sarebbe drammatica solo per le imprese che in modo diretto e indiretto lavorano sul turismo invernale, ma anche per le migliaia di lavoratori precari e stagionali che vedrebbero sfumare la possibilità di un’occupazione per i prossimi mesi - scrive il segretario della Filt Cgil del Trentino Stefano Montani -. E senza assunzioni non ci sono nemmeno ammortizzatori sociali''.

 

Montani è convinto che insiste nel dibattito sui ristori per le imprese si debba inserire anche il tema del sostegno al reddito dei lavoratori e delle lavoratrici. “E’ vero che senza sci si rischia una situazione drammatica per l’impatto su economia e occupazione. Anche per questa ragione ha senso la richiesta di quanti, tra gli imprenditori, chiedono la creazione di una regia unica dell’arco alpino per gestire la situazione. Muoversi a macchia di leopardo, magari con gli impianti chiusi in Italia, ma che funzionano a pieno ritmo appena oltre confine sarebbe dannoso sul piano economico, ma anche della sicurezza per la salute se le persone ricominceranno a muoversi”.

 

Montani dunque mette sul tavolo anche un’altra questione. “Improvvisamente il Covid sembra aver svelato la valenza dello sci per la nostra economia – commenta amaro -. Ci auguriamo che questa attenzione si mantenga anche ad emergenza conclusa e ristori arrivati, perché il comparto ha punte d’eccellenza, ma anche tante piccole realtà che fanno fatica. Sarebbe ora che tutte attività economiche che vivono dell’indotto dello sci, investissero concretamente nelle società funiviarie più piccole e in difficoltà, garantendo loro un futuro. Questo a vantaggio di tutto il territorio”.

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