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Ricevono la chiamata del Covid center per "archiviare la pratica", ma questa è chiusa da più di una settimana. L'ultima beffa per due trentini nel caos dell'emergenza

Nei giorni scorsi avevamo raccontato la vicenda di una madre e un figlio trentini, risultati positivi al Coronavirus, che si erano dovuti prodigare tra decine di telefonate per poter ottenere scadenze e certezze. Una settimana dopo il loro ritorno al lavoro hanno ricevuto una chiamata che dà conto ulteriormente del caos della gestione dell'emergenza

Di Davide Leveghi - 06 dicembre 2020 - 20:26

TRENTO. Che nella gestione dell'emergenza Coronavirus in Trentino la situazione sia sfuggita di mano non è certo un mistero. Le tante segnalazioni giunte al nostro giornale, le storie che abbiamo raccontato, le legittime lamentele e gli sfoghi comprensibili che hanno riempito i social danno una rappresentazione piuttosto significativa di come l'azienda sanitaria provinciale abbia affrontato la “montagna” del contagio. Non senza incappare in qualche difficoltà.

 

Quanto le difficoltà siano dipese dall'equipaggiamento sbagliato o quanto da una contingenza imprevedibile – per continuare nella metafora – sarà il tempo a dirlo, quando, si spera a breve, l'incubo sarà passato e arriverà il tempo dei bilanci. Nelle scorse settimane avevamo raccontato la vicenda di una madre e un figlio trentini rimasti chiusi in casa per un mese, abbandonati a sé stessi e nella confusione più totale di normative in continua evoluzione. Una vicenda che illustrava perfettamente il caos che regna quando uno ha la sfortuna di incappare nel virus.

 

A dimostrare ulteriormente lo scollamento fra la realtà e chi gestisce i contagiati in questa storia si è aggiunto un nuovo capitolo. Ma prima di raccontarlo, è bene riassumere in breve quanto accaduto. Il 28 ottobre la madre manifesta qualche sintomo di febbre. Rimasta a casa dal lavoro, anche il figlio, seppur non costretto dalla legge – che permette al convivente di uscire fino all'individuazione effettiva della positività tramite tampone – ne segue le orme. La paura del contagio nei posti di lavoro, d'altronde, è tanta, con la possibilità di creare veri e propri focolai la cui gestione risulterebbe ovviamente problematica.

 

Alla chiamata del Covid center, giunta dopo qualche giorno, si fissa la data del tampone, effettuato il 2 novembre e risultato positivo. Un tampone rapido, che, in quanto tale, non rientra ancora nelle comunicazioni della Pat, cosa avvenuta solamente in data 3 dicembre dopo il via libera del Ministero della Salute. Senza alcuna attività di contact tracing avviata (e delegata così al soggetto contagiato), armati di pazienza i due hanno cominciato il periodo di quarantena.

 

La madre, positiva, ha vissuto isolata, il figlio, invece, ha proseguito il lavoro da casa. Il parentado, intanto, si occupava di rifornirli del necessario. Allo scadere dei 10 giorni vengono quindi fissati i tamponi per la negativizzazione. Un molecolare per la positiva il 13 novembre, un rapido per il figlio in data 16. L'appuntamento con la libertà è però rimandato, il tampone di quest'ultimo è risultato positivo.

 

Comincia così un prolungamento dell'odissea, fortunatamente senza alcuna conseguenza sulla salute. La positività della madre si è infatti risolta con qualche giorno di febbre e la perdita di olfatto e gusto, il figlio invece è completamente asintomatico. Alla notizia della positività di quest'ultimo, per la prima volta assieme al referto viene allegato il certificato d'isolamento. Nel mentre infatti le procedure sono state razionalizzate. Quando uno risulta positivo automaticamente gli o le si danno 21 giorni di isolamento.

 

Passati in casa già 20 giorni, i due dovrebbero arrivare così a 41 chiusi in casa. La madre già negativizzata prova a capire se anche per lei vale lo stesso discorso. Il medico di base dice di sì, anche se confessa che da parte dell'azienda sanitaria non c'è stata alcuna comunicazione in merito, dal Covid center di Trento, con un certo fastidio, ribadiscono il concetto. “Suo figlio verrà contattato tra 4-5 giorni”, aggiungono. Ma, come vedremo, sono parole al vento.

 

Consigliata di sentire un altro Covid center, questa volta di Pergine, la madre ottiene informazioni confortanti. I dati dei due verranno incrociati, la pratica velocizzata. In due chiamate, dalla “coltre di nebbia” del Covid center del capoluogo, fatta di promesse e informazioni poco chiare, escono finalmente delle scadenze e una tabella di marcia definite: il tampone molecolare per la negativizzazione del figlio viene fissato il 23 novembre, il certificato di isolamento subisce un arretramento al 26 novembre per il figlio. Secondo quanto spiegato alla madre dall'altra parte della cornetta (questa volta in maniera chiara e gentile), lei sarebbe potuta già rientrare il 18, giorno successivo alla scadenza del primo certificato di isolamento.

 

Le diverse versioni dei Covid center di Pergine e Trento, oltre alla mancanza di informazioni del medico di base, hanno costretto a ovviare a quei giorni di assenza dal lavoro con un certificato medico per malattia. La madre rientra così al lavoro il 23 novembre, mentre il figlio effettua il tampone. Già il giorno dopo ha l'esito. L'incubo è finito, il risultato è negativo.

 

La vicenda però non si conclude qui. Il certificato di isolamento scade il 26, e seppure sia negativo, il figlio deve rimanere in casa ancora per 3 giorni. Questo concetto è ripetuto dal medico di base. “Se esce rischia la multa, perché per i vigili non conta il referto ma il certificato di isolamento”, gli dice. Nella stessa serata di martedì 24 novembre esce però un'ordinanza, la numero 57, titolata “Ulteriore ordinanza in tema di Covid-19. Adozione del documento 'Indirizzi operativi gestione dei casi positivi e dei contatti stretti nel mondo del lavoro'”.

 

Al punto 3, riguardante le procedure operative, si legge: “Il vincolo di dimora disposto con ordinanza sindacale, decade automaticamente al termine dell’isolamento disposto con provvedimento dell’Apss (certificato di isolamento inviato direttamente al cittadino risultato positivo) o prima a fronte di esito negativo del tampone molecolare dell’Apss”. Secondo quanto specificato, dunque, il figlio è libero di uscire di casa e di tornare al lavoro.

 

Riconquistata la normalità, i due riprendono così la loro vita. Ma una telefonata arrivata alla madre nella giornata di giovedì 3 dicembre, mentre si trova sul lavoro, apre un ulteriore squarcio su una situazione al limite del ridicolo. “Buongiorno signora, chiamiamo per sapere come sta suo figlio e per chiudere le sua pratica”, dice l'operatore del Covid center di Trento. “Mio figlio è già al lavoro da una settimana”, risponde la madre.

 

In un silenzio durato oltre un mese, in cui il figlio non è mai stato contattato una volta, l'improvviso “risveglio” da parte della centrale Covid appare come l'ennesima, ultima e indesiderata beffa. Sorge il sospetto, infatti, che dall'azienda si siano dimenticati completamente del caso (QUI e QUI altre vicende simili). Com'è possibile infatti che non vi sia stata alcuna comunicazione fino al 3 dicembre? Quando avrebbe dovuto fare il tampone molecolare se non era stata comunicata da Trento alcuna data? Chiuso in casa “ufficiosamente” dal 28 ottobre e “ufficialmente” dal 2 novembre, il figlio avrebbe nuovamente messo il piede fuori di casa solamente il 7 dicembre (forse) se i due non si fossero prodigati in telefonate continue tra i diversi Covid center trentini.

 

Il fatto che il Covid center di Trento abbia dovuto chiamare i pazienti per chiedere informazioni sulla salute del soggetto e sulla chiusura della pratica, non solo palesa un disservizio nei confronti dell'interessato ma anche l'assenza più totale di comunicazione tra i “bracci” della macchina organizzativa che gestisce logisticamente i casi di positività sul territorio provinciale. Altro che efficienza trentina, dunque. La nostra provincia, dall'esperienza di moltissimi suoi cittadini in questa terribile contingenza storica, appare tristemente confusa e malmessa.

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