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C'era una volta l'efficienza trentina. La storia di una famiglia chiusa in casa per un mese, tra lunghe telefonate ai Covid center e il silenzio dell'Apss

Quella vissuta da una madre e un figlio trentini è una storia che ha accomunato molti cittadini, abbandonati a sé stessi nell'isolamento da Coronavirus e nella confusione di normative che continuano a cambiare. Chiusi in casa per un mese perché positivi al Covid, si sono dovuti arrangiare per poter finalmente tornare a lavorare

Di Davide Leveghi - 26 November 2020 - 04:01

TRENTO. Madre e figlio non pensavano certo di vivere rinchiusi in casa per un mese e di essere gettati nello sconfortante mondo della burocrazia ai tempi del Covid, quando la mattina di mercoledì 28 ottobre la prima manifestava qualche linea di febbre. Chiamato il lavoro e il medico di base per capire il da farsi, entrambi sono rimasti a casa, evitando di mettere a rischio la salute dei propri colleghi e non solo.

 

La madre è un’insegnante in una scuola primaria. Il figlio, operatore dell’informazione, riceve il via libera a proseguire il lavoro da casa. “Meglio evitare rischi”, si sente dire, nonostante le norme permettano ai conviventi di una persona che presenta la febbre ma non è ancora confermata come positiva al Covid di proseguire la propria attività fino all’eventuale esito positivo del tampone.

 

Di questi tempi, però, è più sicuro non sfidare la sorte. La madre viene isolata nella propria camera. Ha un bagno a disposizione. Il cibo le verrà lasciato fuori dalla porta fino a quando non vi sarà certezza della sua guarigione. La febbre d’altronde si fa sentire. Non supera mai i 38 gradi ma il mal di testa è forte, così come la debolezza. “Mi sembra di essere stata messa sotto da un camion”, ripete al figlio.

 

Avviata la pratica da parte del medico di base, inizia l’attesa. Un elemento che caratterizzerà tutta la vicenda. Un’attesa snervante e demoralizzante. Le notizie che continuano a uscire sui mezzi di informazione lasciano intendere che i tempi si allungheranno non poco. Ci vuole pazienza, ma la pazienza, come si dice, ha un limite.

 

L’attesa chiamata da parte del Covid center finalmente arriva. È sabato 31 ottobre: la febbre sta gradualmente scendendo. Il tampone rapido per stabilire se quei sintomi fossero o meno la manifestazione del Sars-CoV-2 è fissato per lunedì 2 novembre. Se l’esito sarà negativo, la madre potrà tornare a lavorare il giorno successivo. Ma così non è e come temuto quei sintomi erano ascrivibili al virus.

 

Il risultato arriva già in serata. E qui, se vogliamo, prende davvero avvio questa storia. Una vicenda che non si caratterizza per alcun terribile errore amministrativo né per una deliberata discriminazione, ma che senza dubbio può essere definita kafkiana. Una vicenda che ha elementi che accomunano centina di trentini, in balia del caso, dell’arbitrio di qualche medico di base più bravo a velocizzare le pratiche e di qualche operatore dei Covid center più gentile o preparato di altri. Una vicenda che, in conclusione, mette un bel punto di domanda sulle certezze di un tempo: davvero il Trentino è una provincia così efficiente come si sente costantemente ripetere?

 

L’ansia da burocrazia sanitaria è un dato di fatto in questi tempi. Il Trentino a cavallo fra i mesi di ottobre e di novembre ha già visto saltare completamente il sistema di tracciamento. Tocca a madre e figlio, dunque, informare i contatti degli ultimi 10 giorni. Il timore di avere contagiato i parenti più anziani della famiglia è tanto, ma fortunatamente non sarà altro che un’effimera preoccupazione. Dopo il primo esito negativo l’unica cosa da fare, come detto, è armarsi di pazienza. Per entrambi, chiaramente, perché la positività della madre costringe alla quarantena anche il figlio. Agli alimenti ci dovranno pensare i parenti, che subito si attivano per fare la spesa e lasciarla fuori dalla porta di casa.

 

Il primo certificato di isolamento segna la data di fine isolamento per martedì 17 novembre. Dopo svariati giorni di attesa, il silenzio della cornetta viene rotto. Il Covid center comunica alla madre che il tampone molecolare per l’eventuale negativizzazione avverrà venerdì 13 novembre. Con l’esito atteso nel giro di qualche giorno, il tampone rapido per il figlio è stato invece fissato per lunedì 16. Tutto, si spera, si dovrebbe concludere senza problemi, anche se, a dimostrazione che si tratta proprio del Covid-19, la madre perde olfatto e gusto. Nel figlio, invece, non si manifesta alcun sintomo.

 

Nella classe della madre, nel frattempo, si è registrato un caso. Rimasto a casa dopo i primi sintomi, l’alunno è risultato positivo il giorno 31 ottobre. Due giorni dopo anche lei, la maestra, è risultata positiva. Ma per chiudere la classe servono due alunni positivi. E così avverrà: dopo altri due giorni, il 4 novembre, un altro alunno risulta positivo al test rapido. La classe verrà dichiarata chiusa solamente il 6 novembre, ma a nessuno degli altri bambini verrà effettuato il test.

 

Arrivato lunedì 16 novembre, l’umore è positivo. Il test molecolare della madre ha dato esito negativo, l’eventuale negatività al rapido del figlio potrebbe finalmente mettere fine all’isolamento, ai problemi e alle preoccupazioni della famiglia. Al ventunesimo giorno si potrebbe dunque tornare alla normalità, riprendendo le fila delle rispettive vite e tornando finalmente al lavoro in presenza.

 

Ma una brutta sorpresa complica tutto. L’esito del tampone rapido del figlio, arrivato dopo qualche ora, è positivo. Per entrambi scatta di nuovo l’obbligo di non uscire. Il figlio, positivo ma asintomatico, deve stare in casa e così la madre, nonostante si sia negativizzata. Alla rabbia per questa sfortunata coincidenza, si sommeranno altri sentimenti: il senso d’abbandono da parte delle autorità sanitarie, la rabbia, la frustrazione, l’ansia per le notizie contrastanti che arrivano dal medico di base, dai diversi operatori dei Covid center e dai media.

 

Da questo momento, infatti, l’uscita dall’odissea questa famiglia se la dovrà “conquistare” da sola, tramite continue chiamate ai Covid center e al medico, premendo affinché i 21 giorni di chiusura non si trasformino in 40. “I certificati di isolamento non vengono inviati perché si è rotto il server”, si sentono dire la prima volta, quando a risultare positiva è la madre. Alla positività del figlio, già il giorno dopo, invece, viene inviato automaticamente in allegato al referto il certificato di isolamento per altri 21 giorni. La data di termine: il 7 dicembre 2020, ben 1 mese e 9 giorni dopo la manifestazione dei primi sintomi da parte della madre.

 

I regolamenti e il funzionamento della macchina organizzativa, come visto nell’invio del certificato di isolamento, continuano a cambiare e l’impressione è che i medici di base non riescano a stare al passo. Ma perché? “Nessuno ci dà informazioni a riguardo”, risponde il dottore di riferimento della famiglia alla domanda della madre sul quando potrà ritornare al lavoro. Sentendo il Covid center di Trento, nonostante la negativizzazione, la madre non può tornare a scuola. “Non è mica la varicella, signora”, le risponde in maniera piuttosto piccata una giovane interlocutrice del Covid center del capoluogo.

 

Attaccata al telefono per giorni, nel tentativo di sciogliere il nodo sulla situazione della famiglia, la madre viene consigliata di telefonare al Covid center di Pergine. Qui forse c’è la maniera di trovare una soluzione che sblocchi il tutto, visto che il figlio non riceve alcuna chiamata. “Lo contatteranno entro 4-5 giorni per fissare il molecolare”, aveva assicurato dall’altra parte della cornetta un altro giovane del Covid center di Trento nella giornata di martedì 17 novembre. E invece? Silenzio assoluto e assordante.

 

Grazie ad un’operatrice dimostratasi da subito disponibile, i dati dei 2 componenti della famiglia sono incrociati e la pratica accelerata. La data per il tampone molecolare del figlio viene fissata per lunedì 23 novembre, mentre i certificati di isolamento subiscono un arretramento della data. Nel caso del figlio, al 26 novembre, data entro cui si calcola possa arrivare l’esito del molecolare. Per la madre, invece…al 17 di novembre. La notizia ha il sapore della beffa: in quanto negativizzata si sarebbe potuta recare al lavoro nonostante la positività del figlio. Tra un Covid center e l’altro, le versioni sono 2. E il medico di base è all’oscuro di tutto.

 

Costretta a prendere dei giorni di malattia per l’assenza in altro caso ingiustificata, la madre potrà finalmente tornare al lavoro lunedì 23 novembre. Lo stesso giorno, il figlio effettua il tampone molecolare. L’esito arriva con sorprendente velocità, già la mattina del giorno dopo. È negativo, finalmente, ma alla chiamata del medico di base l’invito è a non uscire fino a quando non scade il certificato di isolamento, cioè a giovedì 26 novembre compreso.

 

Il colpo di scena, finalmente in positivo, arriva nella stessa sera di martedì 24 novembre. Secondo la nuova ordinanza della Provincia, l’esito negativo al tampone basta per liberare dall’isolamento. L’incubo si è concluso dopo un mese esatto. Un mese passato tra chiamate che non dovrebbe essere il cittadino a fare, bensì l’autorità sanitaria. Tra la confusione dei medici di base, mai informati sul cambiamento delle procedure. Tra le contrastanti versioni degli operatori dei Covid center, impreparati e perfetti parafulmini delle frustrazioni dei cittadini.

 

Non c’è un briciolo di efficienza in questa storia. È una vicenda di improvvisazione e impreparazione, di snervante attesa e di una burocrazia sanitaria mutevole e insensata. Una storia che si sarebbe potuta concludere con la perdita del lavoro del figlio, se non avesse avuto dei datori di lavoro comprensivi, e con un vero e proprio focolaio nella classe in cui la madre fa l’insegnante se non avesse prontamente e autonomamente informato i genitori. Una vicenda, infine, che non vedrà nemmeno l’entrata nelle statistiche di questi due contagiati, perché ciò che conta per la Provincia di Trento sono i due tamponi molecolari negativi, e non i due tamponi rapidi positivi.

 

Dopo che entrambi hanno in pratica vissuto per un mese rinchiusi in casa, del loro contagio non resterà traccia. Per un mese sono stati “fantasmi”, e l’impressione è che siano stati trattati come tali, nell’assordante assenza di comunicazioni da parte dell’Azienda sanitaria provinciale. Un muro si silenzio che hanno dovuto scalare da soli, pur di evitarsi un isolamento che sarebbe potuto essere ancora più lungo e sfiancante. Ma se di loro, come detto, svanirà ogni traccia dagli annali del Coronavirus in Trentino, ciò che rimarrà sarà uno squarcio sul mito dell’efficienza di cui meniamo vanto da decenni. Un’efficienza che non c’è più.

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