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| 04 nov 2020 | 04:01

L'Odissea di una famiglia positiva al Covid, tra test antigenici, assenza di comunicazioni e tamponi sempre più difficili da fare

La situazione diffusa che tante famiglie si stanno trovando ad affrontare in Trentino abbandonate dal sistema pur se positive. Tutto pare rimesso alla responsabilità e al buon senso del singolo e anche una telefonata diventa un'impresa

Foto d'archivio
di Tiziano Grottolo

TRENTO. Con il numero dei positivi che cresce in maniera esponenziale sia i reparti ospedalieri che chi si occupa di contact tracing è messo sotto pressione. A dirla tutta, arrivati a questo punto, con le segnalazioni che si moltiplicano di giorno in giorno (articoli QUI, QUIQUI e QUI), l’impressione è che stia diventando estremamente complicato tenere il passo dei contagi e per questo sull’intero sistema si accumulano notevoli ritardi. D’altra parte era stato lo stesso direttore del Dipartimento prevenzione dell’Apss Antonio Ferro ad ammettere: Ormai i tamponi servono per confermare i casi e per verificare che quelli che hanno finito l’isolamento siano effettivamente negativi”.

 

Queste criticità però, spesso e volentieri, si ripercuotono sulle vite delle persone come nel caso di una famiglia della Valsugana che si trova tutt’ora in un limbo.La scorsa settimana il mio compagno ha accusato i primi sintomi da Covid, così il 26 ottobre abbiamo fatto la prima richiesta di tampone per lui e la nostra figlia maggiore”. Usando il buon senso la famiglia, composta da 4 persone, ha scelto di mettersi in isolamento, nonostante la procedura non lo preveda almeno fino all’esito del primo tampone. Quindi le due figlie sono state tenute a casa da scuola.

 

Due giorni più tardi – il 28 ottobre, sottolinea la donna – anche a me sono comparsi i primi sintomi”. Così tramite il medico di base parte una nuova richiesta per fare il tampone. Il giorno seguente, 29 ottobre, il marito della donna e la figlia maggiore vengono sottoposti al test rapido, lui risulta positivo mentre la bambina è negativa. A quel punto i sospetti della famiglia sono confermati, si tratta proprio di Covid-19. Il giorno stesso, questa volta tramite pediatra, viene richiesto il tampone anche per la figlia più piccola. Il 30 ottobre arriva sul cellulare della donna arriva un Sms “Come da avviso, comunichiamo appuntamento per il giorno 30/10/2020 alle ore 11:00 presso Comune trentino (per motivi di privacy il nome della località è stato omesso ndr). Per disdire, rispondi «Disdetta 1038»”. Nel messaggio non è indicato né di cosa si tratta né un indirizzo dove recarsi e neppure chi, fra le persone della famiglia, è stato convocato. L’Sms riporta semplicemente che il giorno stesso ci si dovrà presentare per l’appuntamento (che comunque può essere disdetto).

 

“Ovviamente ho intuito che il messaggio arrivava dall’Azienda sanitaria, ma nonostante abbia cercato più volte di mettermi in contatto con il Centro Covid non ho mai ricevuto una risposta”. Dopo aver chiamato l’ospedale del suo Comune la donna decide di recarsi di propria iniziativa alla sede della protezione civile dove scopre che la persona convocata per effettuare il tampone è la figlia minore (e non lei, nonostante la sua richiesta fosse partita prima). Da quando sono insorti i primi sintomi sono passate circa 96 ore, 4 giorni durante i quali la donna (e le figlie) sarebbero potute uscire di casa e incontrare altre persone. Non solo, perché attualmente la procedura prevede che il test antigenico (cosiddetto rapido) debba essere confermato da un tampone molecolare. In un certo senso, fino a quando non arriva questa conferma, per le statistiche nazionali (e in parte anche per il sistema di prevenzione) è come se la persona positiva non esistesse.

 

Dopo aver insistito – prosegue la donna – i medici sono stati gentili e hanno fatto un tampone anche a me. Sia io che mia figlia minore siamo risultate positive. Dal 30 ottobre sto aspettando che qualcuno mi spieghi quale procedura dobbiamo seguire, ancora non sappiamo quando ci verrà fatto il test molecolare per confermare la nostra positività, certo che se passa ancora un po’ di tempo non escludo che l’esito sia negativo”. Per intendersi, a oggi, il sindaco del Comune dove risiede la donna non è stato informato, anzi è stato lui stesso, solo dopo aver sentito delle voci in paese, a chiedere conferma alla sua concittadina. Per inciso, la donna (risultata positiva) se non avesse insistito non avrebbe ancora avuto la conferma di aver contratto il coronavirus. Infatti, solo il 2 novembre è stata contattata dal Centro Covid locale per prenotare il test rapito: “Quando ho detto che lo avevo già fatto mi è stato risposto di contattare il Centro Covid di Trento che però è irraggiungibile”. Dal 28 ottobre sono passati altri 5 giorni. 

 

Ricapitolando, una famiglia è costretta in casa da circa una settimana, un isolamento arrivato per scelta visto che fino a quando non c’è una conferma tramite test rapido non può essere imposto d’autorità. Resta da capire se, dopo la positività al tampone rapido, nel concreto le autorità hanno di verificare che i cittadini osservino le restrizioni. Qui però nasce un secondo problema, per ovvi motivi i due adulti non sono potuti andare al lavoro e per questo hanno dovuto presentare un certificato di malattia. Se, al momento del tampone di controllo (per loro una data non è ancora stata fissata) dovessero risultare negativi si creerebbe la situazione paradossale di essere rimasti a casa perché contagiati dal coronavirus, ma senza nessun a conferma ufficiale. O meglio, c’è la nota consegnata quando viene effettuato il test rapido, ma di questa il sindaco non ne sapeva nulla. Ci troviamo in un limbo – osserva la donna – sul referto che ci è stato dato dopo il test rapido c’è scritto di rimanere a casa e lo abbiamo fatto, come lo avevamo fatto prima, ma nessuno può controllare. Allo stesso tempo ho avvisato la scuola dove andavano le mie figlie ma senza un riscontro ufficiale non so se è servito, poi c’è la questione del lavoro. Abbiamo provato molte volte a chiamare il Centro Covid ma non risponde nessuno, ci sentiamo un po’ abbandonati a noi stessi”.

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