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Coronavirus, la testimonianza di Ilaria: "Sto male da 22 giorni, ma soprattutto mi sono sentita abbandonata. Avevo bisogno di qualcuno con cui parlare"

Dai primi fastidi alle settimane rinchiusa in casa. Ilaria, residente a Egna, racconta il suo viaggio nella lotta contro il Covid. Tra i più grandi ostacoli spiccano quelli mentali: "Mi sentivo psicologicamente demoralizzata perché credetemi, questa bestia prende tutto, pure la mente. Spero che la mia storia sia di aiuto a chi si trova nella mia stessa situazione"

Foto archivio
Di Mattia Sartori - 29 novembre 2020 - 15:10

LAGHETTI. "Mi sentivo abbandonata, avevo bisogno di qualcuno con cui parlare, qualcuno che mi rassicurasse e mi spiegasse che quello che stavo passando era normale". Ilaria Seminati, residente a Laghetti e proprietaria assieme al marito di un negozio di alimentari, racconta a ilDolomiti.it la sua esperienza col Covid. "La mia penso sia una storia come tante, ma non ho problemi a raccontarla. È un calvario che potrebbe comunque aiutare chi è in condizioni simili alle mie e non sa dove sbattere la testa visto che c'è tanta confusione e a volte ci si sente un po' abbandonati".

 

La storia di Ilaria inizia circa tre settimane fa quando, tornata da una passeggiata nel bosco sopra casa, si è accorta di un leggero fastidio alla gola, inizialmente associato a un colpo di freddo. "Mi sembrava semplicemente di essermi presa un po' di raffreddore, ma con la mia famiglia abbiamo comunque deciso di separarci subito, per sicurezza. Gestiamo un piccolo negozio di alimentari e non possiamo permetterci di ammalarci tutti. Se succedesse saremmo costretti a chiudere e soprattutto rischieremmo di contagiare tante altre persone che vengono in negozio ogni giorno. Per questo abbiamo deciso di isolarci al minimo segno di positività".

 

Nei giorni successivi quello che sembrava solo un leggero fastidio ha iniziato a peggiorare. Si sono aggiunti sintomi come tosse, febbre e dolori in tutto il corpo, in particolare alla testa. "Avevo malissimo, mi sembrava di essere stata picchiata da quanto faceva male - continua Ilaria - e io non sono una che si lamenta per poco, sono abituata a convivere con i dolori cronici causati dalla mia fibromialgia. Abbiamo deciso di chiamare la dottoressa che mi ha chiesto di aspettare qualche giorno dato che non era certa che si trattasse di Covid. Mio marito per avere qualche informazione in più e capire se poteva tornare al lavoro si è fatto fare un tampone privatamente ed è risultato negativo, lasciandoci tutti un po' più tranquilli".

 

Qualche giorno dopo arriva però il colpo di grazia: la cena sembra non sapere di nulla. "Quella sera mi hanno portato la cena e mi sembrava che fosse tutto scondito. Alla mia richiesta di spiegazioni mio marito ha risposto che, al contrario, il condimento c'era e anche abbondante. Mi sono precipitata a controllare con tutti i profumi che avevo in camera ed effettivamente non riuscivo più a sentire gli odori. Mi è cascato il mondo addosso. Ho chiamato subito la dottoressa, che ha prenotato il tampone rapido per il giorno dopo. Risultato positivo". 

 

Da quel momento in poi la situazione è solo peggiorata. Ilaria è rimasta confinata in camera, lontana dalla sua famiglia e dall'affetto di amici e parenti, come purtroppo sta succedendo a molte persone da marzo. "Mi sentivo persa - racconta -, i miei sintomi peggioravano e a quelli noti se ne aggiungevano altri nuovi. Facevo fatica a respirare e avevo male dappertutto, mi svegliavo la notte in preda alla tosse e madida di sudore. Il peggio però era il disagio psicologico, continuavo a chiedermi se mi avrebbero messa in ospedale, se sarei finita come tutti quelli di cui si sente parlare in giro: costretti su un letto e incapaci di fare qualsiasi cosa da soli, anche di respirare. In quei momenti avrei avuto bisogno di qualcuno che mi spiegasse che tutto quello che stavo passando era normale, che anche altri ci erano passati, ma non ho trovato nessuno".

 

Il lunedì successivo, dopo un fine settimana isolata dal mondo, arrivano le prime rassicurazioni. "Mi hanno chiamata dall'ospedale. Sono stati molto carini e professionali e hanno detto che avrebbero mandato qualcuno a casa per farmi il tampone molecolare. Da quel momento sono stata monitorata tramite chiamate elettroniche preregistrate in cui dovevo dichiarare le mie condizioni rispondendo ad un questionario prestabilito. Mi hanno anche procurato un saturimetro, che si è rivelato fondamentale. Un'amica, dottoressa a Milano, mi ha infatti spiegato che finché l'ossigenazione si fosse mantenuta sopra il 90 non avrei dovuto preoccuparmi di ulteriori peggioramenti nei polmoni. Questo mi ha tranquillizzata molto, ma soprattutto mi ha aiutata il fatto che si sia presa il tempo di ascoltarmi per un po' e di rassicurarmi, spiegandomi che tutto ciò che mi stava succedendo, seppur spiacevole, era nella norma".

 

Purtroppo quello è stato l'unico momento di libero confronto con un medico. Per il resto si limitavano a seguire delle procedure per accertarsi delle condizioni della paziente. "Io capisco che siano pieni di lavoro, ma a volte mi sarebbero servite le parole di conforto di qualcuno che ne sa o comunque che ci è passato, era la mancanza di una simile figura a deprimermi più di ogni altra cosa. Il peggio è stato quando ho avuto uno scontro con un operatore sanitario. Mi avevano chiamata dall'ospedale di Bolzano per dirmi di recarmi al drive-in di Egna a fare un tampone, ma io quasi svenivo solo ad alzarmi dal letto. Non hanno voluto sentir ragione nemmeno quando ho spiegato che in queste condizioni non potevo mettermi alla guida e nemmeno chiedere a qualcuno che mi accompagnasse. Hanno segnato che non sarei andata e hanno riattaccato con fare sprezzante. Per fortuna dopo aver parlato con la dottoressa ho trovato una ragazza gentilissima che è venuta a farmi il tampone a casa".

 

Da quello che si può definire solo come il momento più buio di questa vicenda iniziano ad arrivare i primi segnali positivi. I sintomi si alleviano, la febbre diminuisce e al momento di fare il nuovo tampone Ilaria si sente abbastanza in forze per recarsi in auto al drive-in. "Purtroppo quello stesso giorno, quando sembrava andare tutto bene, mi è tornata la febbre alta e sono precipitata nuovamente nello sconforto. Mi sentivo psicologicamente demoralizzata perché credetemi, questa bestia prende tutto, pure la mente. C'erano lì due donne tutte badate nelle loro tute. Mi hanno accolta con gentilezza, professionalità e tanta umanità e quando gli ho detto che avevo male mi hanno trattato con delicatezza e comprensione. Mentre tornavo a casa mi sono resa conto che dentro, non nel corpo, ma nel morale mi sentivo meglio. Non è scontato essere comprensivi né gentili ma volevo far sapere a queste persone che loro non mi hanno solo tamponato mi hanno fatto bene al cuore".

 

Ad oggi la situazione di Ilaria è migliorata: si sente meglio e sta aspettando l'esito di quello che forse sarà il suo primo tampone negativo dopo più di tre settimane. "Ci tengo a specificare - conclude - che la mia storia non vuole essere una critica al sistema sanitario, che nel mio caso si è dimostrato molto puntuale ed efficiente fatto salvo per la questione dello screzio con l'operatore che ha chiamato da Bolzano. La mia storia vuole anzi essere un ringraziamento a tutti quelli che mi hanno seguito con professionalità e umanità nonostante gli impegni che li sommergono. Vuole anche essere un modo per sostenere chi è nella mia stessa condizione e ha bisogno di sentire le parole di qualcuno che sia passato attraverso questo inferno, spero che possa essere di aiuto". 

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