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Coronavirus, ''La seconda fase è stata molto peggio della prima'', la testimonianza di un'infermiera del Santa Chiara: ''Chi non crede alla pericolosità del virus? Un folle''

I rapporti con i famigliari e con i pazienti spaventati: "Appena arrivi in ospedale sei da solo. Gli unici contatti che puoi avere sono quelli con gli infermieri, che comunque sono tutti bardati, quindi è difficile anche comunicare”. E sul futuro? "Dobbiamo stringere i denti"

Foto archivio Apss
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Di G.Fin - 21 gennaio 2021 - 05:01

TRENTO. “Certo, abbiamo paura ma pensiamo solo a salvare vite umane”. Da marzo ad oggi lo sforzo è sempre lo stesso, i pazienti continuano ad arrivare e sono gli infermieri e i medici in prima linea a doversene occupare. 

 

La pressione sugli ospedali continua ad essere forte così come lo è la pressione su chi ogni giorno in questi mesi ha messo a rischio la propria vita per aiutare gli altri. “Pensare che ci sono persone convinte che il Covid sia una cosa non grave o che pensano che addirittura non esista mi fa arrabbiare. E' una follia” spiega un'infermiera del Santa Chiara di Trento a ilDolomiti.

 

“Non voglio che mettiate il mio nome ma cercate di spiegare che ci si sono persone che stanno soffrendo tantissimo e persone che ce la stanno mettendo tutta per aiutare. La seconda fase non è meglio della prima” ci dice. 

 

Lei in questi mesi ha lavorato, si è presa anche il Covid e dopo essere guarita è tornata in prima linea ad aiutare i suoi colleghi. “E' davvero un nemico invisibile, un virus davvero maledetto” ci dice mentre con le parole cerca di descriverci come sono stati questi mesi. Difficile farlo. 

 

“A livello organizzativo è andata abbastanza bene anche con la predisposizione dei posti in terapia intensiva perché si è riusciti a mettere in campo una buona organizzazione ma in questa seconda andata – spiega - abbiamo avuto davvero molta più gente infettata e ricoverata”.  All’inizio erano quasi tutti anziani ma con il passare del tempo sono arrivati anche 50enni e 60enni ma anche persone con meno anni. “La cosa più dura è quella di non riuscire a fare quello che vorresti, di non riuscire a fare abbastanza per le persone per le quali ti stai dando tanto da fare”. 

 

Tante persone arrivano al Pronto soccorso. Negli occhi di molti si vede il terrore e sono gli infermieri a doverlo gestire. “Alcuni arrivano con difficoltà di respiro, polmoniti che magari avevano cercato di curare a casa senza però riuscirci. Tanti scoprono di essere positivi – ci spiega l'infermiera – e iniziano a tremare. Appena arrivi in ospedale ti è subito chiaro che sei da solo. Gli unici contatti che puoi avere sono quelli con gli infermieri, che comunque sono tutti bardati, quindi è difficile anche comunicare”.

 

C'è poi la preoccupazione dei famigliari. “Tanti non vogliono che il proprio caro venga ricoverato – ci spiega – non vogliono non poterlo più vedere, hanno paura. E' un distacco non semplice che dobbiamo comunicare e che è duro da comprendere”.  Attimi difficili che non terminano con la fine del turno. “Quando timbri il cartellino cerchi di lasciare in ospedale quello che hai vissuto. Cerchi di pensare ad altro, magari senti la famiglia che per paura di possibili contagi non vedi da mesi. Difficile però dimenticare gli occhi spaventati dei pazienti”.

 

Ed ora la situazione come è? “A Trento i posti letto scarseggiano ancora – ci dice – le difficoltà di dove mettere i pazienti ci sono ma dobbiamo andare avanti. Per questo considero una follia chi pensa che il Covid sia poco grave o che addirittura non esista. Noi dobbiamo stringere i denti e lo devono fare tutti. Solo così riusciremo prima o poi a tornare ad una vita normale”.
 

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