Dalla stanchezza in corsia al pianto dei pazienti prima di essere intubati. Due anni in prima linea contro il Covid19, l'infermiera Giorgia: ''Solo vaccinandoci usciremo da questa situazione''
Abbiamo visto i volti segnati dalle mascherine, stanchi dopo ore trascorse nelle terapie intensive, bardati come non mai contro il nemico invisibile. E ci sono i momenti duri, dove assieme alla stanchezza del corpo arriva al limite anche quella emotiva e psicologica ma gli operatori sanitari sono sempre rimasti in prima linea. Giorgia Zamboni è una infermiera di pneumologia di Arco. Ha 24 anni e ha iniziato a lavorare nel reparto Covid nell'aprile del 2020

TRENTO. Non hanno mai mollato, anche nei momenti più difficili, anche quando i segni delle mascherine indossate per molte ore sono evidenti e la stanchezza fisica e mentale si fa sentire. Sono e rimangono in prima linea. Sono gli infermieri, gli oss e i medici trentini che in questi anni hanno dato tutto per salvare vite umane e strapparle da questo virus che ancora oggi continua a essere presente nella quotidianità di tutti noi.
“Il nostro reparto Covid19 è stato chiuso solo qualche mese, ad agosto scorso è stato riaperto e nelle ultime settimane i numeri di ricoveri sono saliti. Siamo arrivati ad avere 20 pazienti contemporaneamente che sono il massimo che possiamo tenere in reparto. Siamo stanchi, provati psicologicamente e anche emotivamente, ma andiamo avanti”. Giorgia Zamboni è un'infermiera di pneumologia di Arco. Ha 24 anni e ha iniziato a lavorare nel reparto Covid nell'aprile del 2020. Da quel momento sta portando avanti, assieme a tutti i colleghi la dura battaglia contro il Covid19.
“Nelle ultime settimane – ci racconta – abbiamo registrato un aumento dei contagi. Siamo passati ad avere poche persone positive in reparto a non avere più posti disponibili. Sono stati mesi molto intesi, siamo in 38 tra medici, infermieri e oss ma l'impegno è davvero tanto e la stanchezza si fa sentire”.
E l'impegno continua notte e giorno con turni che vanno dalle 7 alle 10 ore. Abbiamo visto i volti segnati dalle mascherine, stanchi dopo ore trascorse nelle terapie intensive bardati come non mai contro il nemico invisibile. E ci sono i momenti duri, dove alla stanchezza del corpo, che arriva al limite, si aggiungono quella emotiva e psicologica.

“Con l'aumento del contagi – ci spiega Giorgia - i posti in rianimazione nelle alte intensità sono diminuiti fino ad arrivare in alcuni casi a zero posti disponibili. Nel nostro reparto ci sono persone di media, bassa e soprattutto alta intensità. Quando peggiorano, dobbiamo seguirli fino a quando non arrivano all'intubazione e d'urgenza vengono portati in rianimazione”.
E' il momento più difficile, quello più duro anche per gli infermieri. “Devi dire alla alla persona stesa nel letto: guarda che dobbiamo intubarti , saluta i tuoi parenti che ti addormentiamo. E' difficile da gestire”. Tra i pazienti c'è chi non vuole essere intubato ma a un certo punto decide di acconsentire. “Alcuni chiamano i parenti, ci sono le lacrime e domande a cui non sappiamo mai in che modo rispondere. 'Quanto tempo starò addormentato?' ma noi non lo sappiamo perché nessuno conosce purtroppo come evolverà la situazione. C'è un peso psicologico davvero enorme che dobbiamo sopportare”.
Un peso che viene portato anche fuori dall'ospedale assieme alla paura di contagiare i propri famigliari. C'è chi ha deciso di evitare i contatti con i genitori o i nonni per evitare rischi. “ Soprattutto durante la prima ondata ad aprile 2020 – ci racconta Giorgia Zamboni - vivevo con i miei genitori e ogni volta che tornavo a casa cercavo di stare il meno possibile vicino a loro. Con i miei nonni ho rinunciato di vederli fino a quando non hanno fatto le due dosi”.
Sacrifici enormi che a due anni dall'arrivo di questo virus non sono ancora terminati ma che in alcuni casi sono aumentati a causa dei sanitari no vax che hanno reso la situazione ancora più pesante aumentando il carico di lavoro dei colleghi vaccinati. “Io la terza dose l'ho fatta il mese scorso e fortunatamente nel mio reparto tutti ci siamo vaccinati”, precisa Giorgia. “La vaccinazione – ci dice – è l'unico modo per uscire da questa situazione. Non riesco a comprendere i colleghi non vaccinati. Hanno visto persone positive stare male, in alcuni casi gli sono morte davanti agli occhi. Come fanno, dopo aver visto tutte queste cose, ancora a non accettare il vaccino?”













